di Daniela di SARRA
In quest’anno, in cui ricorrono i quattrocento anni dalla nascita della Regina Cristina di Svezia, grande protettrice della arti e, specialmente, di Bernini, è interessante andare a indagare su un particolare non conosciuto dell’attività dello scultore, che la riguarda.
C’è un’allegoria che ritorna in varie forme nell’arte del ‘600 e che ricorre anche nel lavoro del Bernini: è quella della Verità scoperta dal Tempo.
In realtà è un tema che nasconde un ossimoro. Infatti Chronos, il tempo che disfa e distrugge ogni cosa, al contrario fa scoprire e svela la verità. Lo scultore nel 1647 ricorse a questa immagine dopo un episodio che segnò molto la sua vita professionale: l’affaire dei campanili di San Pietro.
La facciata della Basilica nel progetto dell’artista doveva essere completata dalla presenza di due campanili alle due estremità. Dopo aver verificato le fondamenta della torre campanaria e averle fatte ispezionare dal suo capomastro, non trovando impedimenti, aveva proceduto a edificare il primo dei due campanili. Proprio quando si celebrava a Borgo il completamento dell’opera con feste e luminarie, il papa Innocenzo X manifestò al Bernini che il campanile non era di suo gradimento e che era necessario rifarne la terza parte, che fu demolita. Questo fatto diede agio ai detrattori dell’artista di convincere il Pontefice che l’opera stava creando danni strutturali alla facciata, onde la torre campanaria fu definitivamente demolita e il Bernini cadde in disgrazia presso il pontefice.
L’artista, che era certo della validità del suo lavoro, ne fu amaramente colpito fino ad ammalarsi. Quando finalmente fu ristabilita la verità sul fatto che la struttura della Basilica non aveva subito nessun danno dalla costruzione del campanile, lo scultore volle celebrare questa vittoria sui suoi detrattori ponendo mano a un gruppo che rappresentava, appunto, la Verità disvelata dal Tempo. Il gruppo rimase in- compiuto, perché l’artista, ritornato in grande auge dopo la creazione della Fontana dei Fiumi, non ebbe la possibilità di realizzare la progettata statua del Tempo che creava antiche rovine, ma toglieva i velami alla Verità. Ciononostante il Bernini rimase molto affezionato alla statua della Verità, tanto che dispose nel suo testamento che rimanesse per sempre alla famiglia, nella sua abitazione.
Questa Verità, attualmente alla Galleria Borghese è svelata, esultante, tiene in mano il sole, simbolo della divina luce della Verità e lo fa risplendere di fronte a tutti. E’ radiosa e trionfante e poggia il piede sulla terra, indicando con i due simboli, il sole, immagine divina, e la terra, simbolo dell’umanità, la propria duplice connotazione divina e umana1.
“Secondo Sant’Agostino esiste un parallelismo tra la Verità e Cristo: la Verità è figlia del Tempo che non è altro che immagine dell’eternità, ma è stata generata dalla terra e, nella sua doppia essenza divina e umana, la sua figura diviene complementare a quella di Cristo.”2
Bernini inizia molti anni dopo, nel 1672, a progettare il monumento funebre di Alessandro VII Chigi che porrà nella Basilica di San Pietro. Nell’opera scultorea una seconda, nuova allegoria della Verità (scolpita dai collaboratori Morelli e Cartari sotto lo strettissimo controllo di Bernini) è posta avanti in primo piano sul lato destro del gruppo. Quest’ultima è molto diversa dalla Ve- rità precedente, anche se i simboli sono gli stessi (sole, terra) ma non sembrano avere lo stesso riferimento.
Il monumento funebre di Alessandro VII presenta il papa Chigi inginocchiato, che sovrasta quattro statue che sono le allegorie di caratteristiche virtuose attribuite al pontefice. Le statue, poste più in basso di lui, lo circondano: due in primo piano e due arretrate, e rappresentano Carità, Giustizia, Prudenza e Verità.

Nella prima scultura della Verità, quella del lontano 1647, il sole rappresenta la luce divina che fa risplendere la Verità dappertutto. Infatti è scolpito anche sul retro3.
“Il dialogo della Verità col Sole viene così interpretato da Domenico Bernini: «essa nuda apparisce col Sole in mano, e col volto allegro, e gli occhi graziosi modestamente rivolti verso di lui, quasi lo riconosca e lo ringrazi, come suo Benefattore»”4.
Nella seconda Verità il sole è tenuto accostato al corpo, in atteggiamento riservato e protettivo, in attesa che il tempo torni a farlo splendere.
Nella prima Verità il piede della statua poggia sul globo, che è la terra, senza identificazioni geografiche. Nella Verità successiva, invece, il globo è caratterizzato da una connotazione geografica del mondo ad opera di Michelangelo Maltese.
Un recente studio del 2017 di Michael Junker5, ha evidenziato come la statua della Verità in San Pietro curiosamente abbia i lineamenti della Regina Cristina di Svezia, e, nel globo sottostante, quasi a confermare questo segno, tenga il piede proprio sulla Svezia. Stranamente Bernini non aveva mai fatto un ritratto della Regina che era la sua più grande amica e protettrice. Ebbene sembra proprio di ravvisarne qui, in questa seconda Verità, i lineamenti.
L’autore dello studio attribuisce tale somiglianza a un’intenzione dello scultore di celebrare come il pontefice avesse fatto rifulgere e mostrata al mondo la conversione alla Chiesa di Roma dell’augusta sovrana che aveva rinunciato a quattro regni per abbracciare il cattolicesi- mo. E certamente è vero, perché il Pontefice, in tempo di controriforma, aveva dato il massimo rilievo a questa vittoria della Chiesa di Roma sul protestantesimo.
Tuttavia alcuni richiami al Busto del Salvatore nella stessa opera sembrano indicare ancora una ulteriore intenzione, quasi un messaggio criptico. Analizziamo.
Bernini ha posto la Verità nella stessa posizione che ha il suo Salvatore, sua ultima opera, eseguita dall’artista a sue spese, per devozione e per ‘la sua buona morte’ come ha detto il grande Lavin. Come il Salvatore, questa Verità ha il volto leggermente volto a destra. Le braccia sono ade- renti al busto alla medesima maniera.
Ha i capelli, come quelli dell’uomo della Sindone, una metà portata più avanti e l’altra più indietro, spartiti nel mezzo e mossi come quelli del Salvatore.
Il volto del Salvatore fu un segreto del Bernini. Il sommo ritrattista che aveva saputo fare i ritratti che parlano (Wittkower) 6 di tutti i personaggi più grandi del suo tempo, aveva coltivato per quattordici anni il desiderio di fare ‘il ritratto impossibile’, il vero ritratto di Nostro Signore vivo, e gli volle dare il Volto di Cristo ripreso dalla Sacra Sindone, che aveva visto a Torino, nel corso del suo viaggio in Francia7. Lo scultore aveva tenuto per sé questo segreto, confidan- dolo, si crede, solo alla regina e al suo amico Pierre Cureau de la Chambre, che aveva portato con sé a Roma e con il quale aveva fatto studi di fisiognomica, di cui questi era esperto.
Cureau de la Chambre fece poi fare una copia del Salvatore che portò nella Cappella reale e che ora è nella Cattedrale di Sèes in Normandia.
Il diaspro di Sicilia, la pietra che Bernini ha usato per il basamento del Busto del Salvatore, ritorna nel monumento funebre di Alessandro VII come un oceanico drappo di diaspro che, come nota Marcello Fagiolo8, allude qui, ancora una volta, alla Sindone. Quella Sindone da cui il Bernini ha ripreso con perfezione il Volto del Salvatore.
Nel monumento, la Morte, simboleggiata da uno scheletrico personaggio posto al centro sopra una porta, nonostante si sforzi, non riesce a sollevare quella Sindone che preserva il Pontefice dalla porta dell’ade (così il genio di Bernini aveva, tra l’altro, saputo dare un significato a un elemento architettonico di impaccio: la porta stessa).
Quella Sindone che riposa con un gran drappeggio sulle ginocchia della regina Cristina-Verità. La Sindone che rappresenta la vittoria di Cristo sulla morte e certamente allude alla salvezza eterna di Alessandro VII.
La Morte, diversamente da altre raffigurazioni del Bernini, in cui appare ‘ben viva’, qui sembra esausta, moriente. Sparge a terra le sue ali vinte, appassite. Sembra di sentire le parole dell’inno pasquale di Giambini: “ho veduto morire la morte”.
Ben diverse sono le sue ali da quelle del Tempo, disegno del Bernini, che raccoglie una Sindone intorno allo specchio per la regina Cristina, come anche le ali di Chronos che tiene la Verità in una Sindone, in un altro disegno dell’artista.

Però in un ultimo gesto appariscente, e anche un po’ sguaiato, un gesto che si impone all’occhio, questa Morte agita una clessidra che rappresenta il Tempo. Quale segreto il tempo deve svelare ed è affidato alla regina Cristina?
Il monumento funebre di Alessandro VII fu completato nel 1678. Era un periodo spiritualmente intenso per Bernini, che era concentrato sul tema della ‘buona morte’, aveva disegnato il Sanguis Christi, e stava scolpendo il Busto del Salvatore, finito nel 16799. Egli sapeva, e non divulgava, che nel Salvatore, ripreso dalla Sindone, voleva fare il ritratto di Cristo vivo. Aveva condiviso questo segreto con la Regina Cristina, che era andata nel 1655 a venerare la Sindone?
E’ solo un’ipotesi, ma questo monumento sembrerebbe quasi trasmettere un messaggio, lasciato dall’artista per i lustri a venire, fino a quando il tempo non lo avesse fatto scoprire, e lo aveva affidato alla sovrana amica. Sembra che in quest’opera, che ritrae la Regina Cristina sotto la metafora della Verità, lo scultore indichi di averle affidato questo segreto. A lei, cui ha poi fatto arrivare il Busto del Salvatore, visto da Nicodemus Tessin negli appartamenti della sovrana a palazzo Riario. A lei cui il tempo non permise di divulgare il messaggio, perché morì nel 1689, lasciando il Salvatore al Papa ‘in quanto vicario di Cristo’.
Ancora il tempo intervenne, questa volta con la sua funzione distruttiva, e la scultura scomparve per più di due secoli, finché nel 2001 fu ritrovata nella sacrestia di San Sebastiano flm da Francesco Petrucci (un eccezionale ritrovamento), il quale, dopo attente ricerche, l’attribuì al Bernini10, insieme a Maurizio Fagiolo dell’Arco.
Purtroppo era andato perduto il bel composto del basamento sottostante (di cui sono rimasti alcuni disegni), in cui due angeli lignei sorreggevano il busto con le mani velate da una lunga Sindone.
© Daniela di SARRA 13 Settembre 2026
Fotografie © Daniela di Sarra 2016-2025
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