di Giulio de MARTINO
L’estate è tempo di mostre nei borghi e nei piccoli centri. Lontani dalle grandi città , si possono vedere, in un contesto sereno e distante, opere che portano a viaggiare indietro nel tempo e nello spazio, anche verso anni appena dietro di noi. Si risale il corso del Novecento: un secolo ricco d’arte, reso lontano dal presente dal rapido e intenso cambiamento sociale e tecnologico del XXI secolo.
In questi giorni si può vistare, accompagnati dal titolo suggestivo: “La scrittura delle farfalle”, la mostra di opere su carta di Giosetta Fioroni (Roma, 1932), curata dalla critica e storica dell’arte Silvia Pegoraro. La si vede, dal 27 luglio al 26 ottobre, al Museo delle Genti del Gran Sasso collocato nel Palazzo Marchesale di Tossicia (TE).
La Mostra si compone di 40 opere su carta realizzate dalla Fioroni in un arco di tempo di circa 60 anni. Si estende dal secondo dopoguerra ad oggi: dal 1959 al 2021 e documenta tutte le fasi, i passaggi e i cicli del suo lavoro.

Si tratta di una esposizione contenuta come numero di opere, ma che offre una panoramica completa del suo percorso artistico. Fa seguito ad altre che, negli scorsi anni, hanno portato alla visione del pubblico un’artista quanto mai interessante per il secondo Novecento italiano.
Silvia Pegoraro – giĂ organizzatrice di mostre sulla cosiddetta Pop Art italiana – ci propone opere inedite o provenienti da collezioni private: raramente esposte. Interessante e approfondito è il Catalogo che consente di ripercorrere sinteticamente – sulle tracce di Giosetta Fioroni – la stagione del «contemporaneo» di ieri.

La Fioroni è un’artista che ha sempre dato importanza al disegno, anche quando i colori, il gesto e l’assenza di forma – dominanti nelle arti visive postbelliche – sembravano oscurarne la presenza. Ed invece, sovvertendo le tradizionali categorie estetiche, il disegno e la composizione delle figure – attraverso la dispersione sul foglio libero – hanno avvicinato le arti visive al mondo della scrittura e della narrazione.
Con il disegno e la grafica – con la fotografia e l’«immagine pop» – la fruizione dell’opera d’arte si è spinta oltre la percezione sacrale ed estatica consacrata dai musei e dai palazzi storici. Il disegno è diventato l’avvio di un percorso diacronico ed esistenziale sempre prospettico, sempre in divenire.
Con Giosetta Fioroni il materiale cartaceo su cui opera il disegno svolge un ruolo da protagonista. L’opera d’arte disegnata non è proposta come un simbolo concluso, un’allegoria sistematica, e neppure come un mero abbozzo, un esperimento mancato in attesa dell’«opera maggiore». Piuttosto, la carta disegnata e colorata diventa una notizia e un ricordo, un progetto e un diario, una porta di accesso all’oltre e all’altrove dell’arte.

Ricordiamo la vita insieme di Giosetta Fioroni e di Goffredo Parise (Vicenza, 8 dicembre 1929 – Treviso, 31 agosto 1986). Si erano conosciuti a Roma nel 1964 e la loro relazione durò fino alla morte dello scrittore.
Vivendo tra Roma, Salgareda (Tv) e Ponte di Piave, Fioroni e Parise condivisero scelte, visioni del mondo e esperienze di vita. Erano decenni in cui l’Italia sembrò di stare al passo – in modo creativo e incisivo – con la post-modernitĂ . La “Fondazione Goffredo Parise e Giosetta Fioroni” – in Via di S. Francesco di Sales n. 66, a Roma – ce lo ricorda.
Con loro – vedi nel “Catalogo” della mostra alle pp. 27-28 – si avvicinarono gli orizzonti e i mezzi espressivi di arti diverse: il disegno e la scrittura. Con loro, il tempo dell’arte e il tempo storico procedevano affiancati.

Provenendo da una famiglia di artisti, Giosetta Fioroni seppe dialogare con le pratiche diverse delle arti. Frequentò l’Accademia di Belle Arti di Roma, studiò con Toti Scialoja (Roma, 16 dicembre 1914 – 1Âş marzo 1998) ed espose le sue prime opere alla VII Quadriennale Nazionale d’Arte di Roma (1955). Fu una «enfant prodige»: a soli 24 anni partecipò alla XXVIII Biennale di Venezia (1956), mentre, nel 1957, allestì la prima mostra personale alla “Galleria Montenapoleone” di Milano.
Si lasciò guidare e influenzare dalla voglia di sperimentazione e di innovazione proprie degli anni ’50 -’70. Seguendo le tendenze poveriste e pop-artistiche dipinse con colori industriali, con l’alluminio e l’oro: ma le sue composizioni erano inconfondibilmente caratterizzate dalla presenza e dalla disseminazione di segnali, scritte e oggetti comuni.
Utilizzò – accanto al disegno – altre tecniche visuali: la pittura e la scultura, la ceramica e la fotografia, senza disdegnare forme artigianali di manualità . La sua arte è stata eterogenea e complessa, multimediale e poliglotta, ma sempre accompagnata dalla medesima sensibilità vissuta e affettiva.

Tra il 1958 e il 1962 la Fioroni fu a Parigi. Una volta tornata a Roma, fu trascinata dai ritmi e dalle emozioni degli anni della «cultura di massa» e del «boom economico». Lavorò come costumista per la tv, ma prese anche a frequentare il “Caffè Rosati”, unendosi a quella “Scuola di Piazza del Popolo” di Tano Festa, Mario Schifano, Franco Angeli, Renato Mambor che costituì uno dei cenacoli e dei laboratori principali del secondo Novecento italiano.
Giosetta Fioroni fondava la sua poetica – oltre che sul segno e sul colore – sugli affetti e sui sentimenti avvertiti come una forma cognitiva opportunamente femminile. Scegliendo di dipingere: cuori, case, vestiti, farfalle, cani, fiori, si preparava a lavorare – lo avrebbe fatto negli anni ’70 – sui linguaggi del mondo della fanciullezza e sui simboli delle fiabe.

Negli anni Sessanta, Giosetta Fioroni incrociò quel mercato dell’arte che si era creato al di fuori dei mass-media e dell’illustrazione, lontano dai “comics” e dalla grafica pubblicitaria. Si inserì nell’ambiente delle gallerie romane: “La Salita” di Gian Tomaso Liverani e “La Tartaruga” di Plinio De Martiis. Vi incontrò l’arte americana che era emigrata in Italia e conobbe Willem De Kooning, Robert Rauschenberg e Cy Twombly.
Seguendo le idee di Tano Festa, la Fioroni rielaborò le immagini dell’arte classica e rinascimentale, in particolare di Botticelli, Carpaccio e Luca Martini. Provenivano dai dipinti iconizzati e monumentalizzati del sistema museale di Roma. Tuttavia, estrapolando un particolare da immagini piĂą ampie, il confronto/scontro diventava quello tra «arte classica» e «arte contemporanea», andando oltre il contrasto – tutto americano – tra icona pubblicitaria e prodotto di consumo.
All’artista romana non interessava di toccare i temi caratteristici del mondo industriale quanto piuttosto di esprimere i sentimenti comuni, le esperienze esistenziali. Nel 1968 realizzò la performance “La Spia Ottica” e collaborò con scrittori e poeti per realizzare libri, opere grafiche e film in 16mm e Super8.

Con gli anni ’70, il tema della fanciullezza e l’influenza delle fiabe diventarono dominanti. Giosetta Fioroni realizzò i “Teatrini”: cassette in legno con all’interno oggetti in miniatura che ricreavano il mondo dei giocattoli per gli adulti.
Trasferitasi in Veneto con il compagno Goffredo Parise realizzò collage e disegni e si dedicò allo studio de “Il ramo d’oro” di Frazer e de “Le radici storiche dei racconti di fate” di Propp. L’iconografia magica e fiabesca influenzò le sue opere: dipinse elfi, spiriti e boschi intesi come immagini di una «preistoria» infantile che l’arte aiutava a far riemergere.
Dal 1986, l’anno della scomparsa di Parise, la diacronia esistenziale dell’artista subì una metamorfosi e una accelerazione. “Movimenti Remoti” e “Viaggio sentimentale”, furono il frutto maturo di una introspezione che sopravanzava i messaggi e le intrusioni massmediali.
La Fioroni collaborò con il fotografo Marco Delogu (Roma, 11 aprile 1960) ad un progetto sul tema della vecchiaia: “Senex” (2002) e poi, nel 2012, a “L’Altra Ego” portando la vita dell’artista, la sua identità mancata e sfuggente, al centro dell’arte.

Nel 2009 Germano Celant ha dedicato una poderosa monografia a Giosetta Fioroni e nel 2013 l’artista è stata omaggiata dal “Drawing Center” di New York.

La piccola e articolata mostra curata da Silvia Pegoraro ha aggirato il “vintage” e portato in luce una «narrazione» che è riuscita a diventare «storia».
Giulio del MARTINOÂ Roma 3 Agosto 2025
La mostra
GIOSETTA FIORONI – La scrittura delle farfalle – Opere su carta 1959-2021
a cura di: Silvia Pegoraro
Museo delle Genti del Gran Sasso – Palazzo Marchesale, Tossicia (Te)                          Periodo espositivo: 27 luglio – 26 ottobre 2025
Orario: Martedì, Mercoledì, Giovedì ore 9.30 – 13.30 Venerdì, Sabato, Domenica ore 15.00 – 20.00 – Lunedì chiuso
Catalogo a cura di Silvia Pegoraro, Turato Edizioni, 2025.                                      Informazioni: tel. 0861 177 7019, https://www.comune.tossicia.te.it/

