La scomparsa di Fausto Delle Chiaie segna la fine dell’esperienza artistica più originale della capitale: un museo gratuito en plein air tra l’Ara Pacis e il Mausoleo di Augusto

di Marco FIORAMANTI

RES GESTAE DIVINI FAUSTI

Foto1. Fausto Delle Chiaie

È l’ANSA a dare la notizia della dipartita, a 82 anni, di Fausto Delle Chiaie,

considerato il primo vero street artist romano, ha portato l’arte fuori dai musei per farla vivere nelle strade di Roma. Per decenni la sua ‘Infrazione, offrire le proprie opere direttamente a terra, per strada, ha incuriosito migliaia di passanti prima di conquistare critici e collezionisti”.

Un’amicizia la nostra che durava da quasi cinquant’anni. Ne riporto il ricordo attraverso due articoli riportati nel mio “Florilegio”, Edizioni Conoscenza 2022 (pubblicati ia VS la rivista n. 15-16, 2005 e da Articolo 33 n.11-12, 2013).

INFR/AZIONI AL CENTRO STORICO. FAUSTO DELLE CHIAIE

Museo all’aperto – Roma, Piazza Augusto imperatore, lato Ara Pacis – Ingresso libro

di Marco Fioramanti

 L’artista entra in scena dopo il pranzo.

André Gide

C’è un’occasione da non perdere per chi si trova a passare per Roma in questi giorni, costretto a calcare nelle ore calde l’asfalto fumante delle assolate vie del centro. È nello slargo tra i due bracci di via di Ripetta, proprio dietro l’Ara Pacis, che Fausto Delle Chiaie espone da anni, quotidianamente, calibrati objets trouvés, reinterpretandone il senso in chiave del tutto personale. Poggiàti sui basamenti in cotto e travertino che delimitano a giro il parco sottostante del Mausoleo di Augusto, i suoi lavori sono sofisticati frammenti di pensiero che raccontano visivamente l’insieme delle vicende e degli inverosimili sogni dell’artista. Allo stesso tempo, prendendo di sorpresa l’osservatore attento e il passante distratto, quelle opere – opportunamente inserite in un luogo storico degradato – sono segnali forti che evidenziano il malessere e la trascuratezza di una società che guarda sempre meno alle esigenze interne della collettività. Per rendere in un flash lo spirito raffinato e sottilmente beffardo che questo artista utilizza nel separare, tenendoli uniti, il titolo dall’opera, ricorrerò allo straordinario appellativo “PASTORE TEDESCO” con cui il manifesto accompagnò la foto di papa Ratzinger il giorno dopo la sua elezione.

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Ricordo Fausto, all’inizio degli anni Ottanta, quando ancora utilizzava grandi oggetti che trovava disseminati nel centro storico pronti per essere trasformati in chiave artistica: un frigorifero abbandonato in un angolo in via della Pace? Lui completava l’opera ponendovi sopra una bottiglia d’acqua minerale riempita a metà, fissando sullo sportello un cartellino (che faceva anche da titolo): Riccardo, il frigo è vuoto ma ti ho lasciato sopra l’acqua. Oppure quando viaggiava per l’Europa e nascondeva i suoi piccoli lavori sotto la giacca collocandoli poi furtivamente nelle sale importanti dei Musei più prestigiosi.

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Riservato e discreto, col passare del tempo l’artista romano sostituiva la storia alla geografia dei luoghi stabilendo uno stretto legame con i siti archeologici trascurati. Il Mausoleo di Augusto, per esempio, si trova proprio lungo il tracciato che le guide turistiche propongono per visitare le opere del Caravaggio (da Santa Maria del Popolo a San Luigi dei Francesi).

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E Fausto è proprio lì, nel giusto mezzo, a volte col fischietto in bocca, su e giù a controllare e dirigere il suo museo en plein air (di cui non è solo autore, ma anche direttore, cassiere, facchino, custode, e perfino “opera”). Oppure, immobile e severo, nel suo strepitoso ruolo di “Doppione” di sé stesso (questo è il titolo di una delle sue opere a mio giudizio la più bella), in posa davanti al suo autoportrait su un piedistallo lì vicino, duchampianamente altro-da-sé.

Adocchiando quel piccolo foto-ritratto incorniciato, posto davanti o sullo sfondo dell’originale in carne ed ossa, il passante non può sottrarsi dallo scoppiare in una spontanea risata, colpito soprattutto dall’identica posa e dai medesimi panni indossati, volta per volta. dall’artista.

In quest’opera di rara efficacia, come raro è l’esercizio di questa pratica attenta, Delle Chiaie recupera il suo apparente annullamento dell’es e nella consapevolezza attenta del gesto quotidiano immortala il suo segno personale (un cangiante “ritratto-di-ignoto”) a fulminea elevazione della sua normalità. Molti si stupiscono dei comportamenti anomali di un artista, alcuni vorrebbero introdursi nella capillarità delle stranezze che regolano il suo quotidiano, altri sarebbero disposti perfino a condividerne, anche solo per un attimo, i giochi perversi e le sfide insidiose del destino, altri ancora si consumerebbero nella voglia di poter entrare nella leggerezza e nel coraggio delle sue non-scelte.

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Sta di fatto che, al contrario, la decisione di essere artisti, quel “cogli l’attimo”, è operazione attenta e calibrata in grado di cristallizzarlo in una serie di istanti successivi, elevandolo – quell’attimo semplice – a potente oggetto estetico dal forte valore di scambio. Il Doppione di Fausto Delle Chiaie è l’espressione evidente del pirandelliano gioco delle parti, è l’ombra scura che tentiamo invano di allontanare nel confronto quotidiano.

Ma scorriamo insieme un breve tratto del percorso museale: un mucchio di cartoni ammassati in un angolo (IL LETTO È DA RIFARE); un blocco di travertino su una sedia (PRE-OCCUPATO); un mozzicone di sigaretta posto sul bordo del piedistallo (TORNO SUBITO); due valigie e una giacca sulla ringhiera (SALA D’ATTESA); una foglia appoggiata o un ramo d’ulivo (DIO RESPIRA); una cartina di Roma accartocciata (DUEMILA ANNI DOPO); un volto disegnato a pennarello su un pezzo di travertino messo in una busta di plastica (BELLA-IN-BUSTA); un piedistallo vuoto (OPERA TRAFUGATA); un santino con il doppio ologramma del cristo che apre e chiude gli occhi (VENDUTO); qualche mollica di pane (SOLO AI PICCIONI È VIETETA LA SOSTA). E poi infiniti altri che invito il lettore a scoprire di persona, come RICCARDO RIPASSA, ROMOLO (E REMO?), SCRIVETE SOLO SUL FOGLIO; REMO, EMPORIO ARMANI, IN RESTAURO, SCALZO, LA SCULTURA È SALL’ALTRO LATO, SOSTE A CARO PREZZO, FORZA FAUSTO!, MEZZA PORZIONE, VISTA DA VICINO, LILLI FINISCILA!, ecc.

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E quando, alla fine della mostra, i passanti si trovano davanti al libro delle firme (come in ogni galleria che si rispetti), esprimono nelle lingue più disparate tutta la loro riconoscenza con attestati di vivo ringraziamento “per aver concesso con le armi dell’ironia e del gioco una diversa lettura del mondo”. A dimostrazione che attraverso alcune infr/azioni del senso comune è possibile trasformare un banale luogo di passaggio in una sorta di spontaneo, attento e importante strumento di didattica.

(da VS la rivista n. 15-16, 2005)

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HO FATTO UNA BARCA DI SOLDI

Il docu-film di Dario Acocella sull’artista Fausto Delle Chiaie

 di Marco Fioramanti

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Film presentato in anteprima mondiale fuori concorso nella sezione Prospettive Doc Italia al MAXXI per il Festival del Cinema di Roma (8-17 novembre 20213), prodotto da ZezozerocementoProduzioni / Rai Cinema / Fanfara film

Roma, 9 novembre 2013, ore 21. Oggi non è solo l’anniversario dell’abbattimento del Muro di Berlino (a volte le date epocali coincidono), per Fausto delle Chiaie è il giorno del riconoscimento dovuto a un artista che da decenni sperimenta, ogni giorno, sul campo, il suo affascinante ludico microcosmo poetico. Conosco Fausto da oltre quarant’anni e mi emoziona davvero essere qui, ora, seduto nella sala di proiezione del MAXXI, e ritrovare sul grande schermo la narrazione di una storia che ho vissuto molto da vicino.

Nato a Roma nel 1944, figlio della pop art, dell’arte povera e dell’informale, Fausto Delle Chiaie basa tutto il suo lavoro sulla condivisione delle opere con il pubblico di passaggio nel centro di Roma.

Se non stai con gli altri non comprendi il senso della vita

 ripete l’artista in una scena del film, il cui titolo “Ho fatto una barca di soldi” è a due registri, uno fa da specchio reale a una delle sue opere (una barchetta in plastilina al cui interno l’artista ha posto alcune monete), l’altro fa da contraltare ironico e beffardo ai meccanismi plusvaloristici tradizionali del sistema dell’arte.

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Da anni il suo campo d’azione quotidiano è quella lingua d’asfalto pedonalizzato di Piazza Augusto Imperatore che separa l’Ara Pacis dal Mausoleo di Augusto. “L’arte di Fausto Delle Chiaie”, commenta Achille Bonito Oliva nel film, “è una finestra aperta sul mondo, una sfida a mettere insieme arte e vita, suscita la curiosità di coloro che in un museo e in una galleria non metterebbero mai piede”.

Ciò che davvero lo affascina (lo ripete lui stesso nel film) è la completa indifferenza alle sue opere di certi passanti, troppo presi dai loro pensieri, distaccati in toto dalla vita che li circonda. Il modo discreto, quanto volutamente eccessivo di Delle Chiaie solo apparentemente con i tratti da clochard – carrello della spesa pieno di lavori al seguito – crea un corto circuito tra l’opera, l’oggetto rappresentato, in genere di riciclo, tratto dall’uso comune e il titolo a cui l’opera è strettamente legata.

Dice Fausto:

Ognuno vede quel che riesce a vedere, e il pubblico passante diventa esso stesso parte dell’opera.

Basta soffermarsi su uno solo delle decine di quei titoli per afferrarne il “dissenso” interno e il collegamento, spesso paradossale, e trovare stretto consenso con il sociale, con l’umano, col metropolitano. È necessario fermarsi, questo il messaggio primario dell’artista. Ogni sua opera è l’equivalente di un Koan zen, un titolo o una frase che serve a risvegliare la consapevolezza e l’intero museo, fatto di immagini, di oggetti, di disegni diventa terreno fertile per l’immediatezza delle interpretazioni.

Fausto Delle Chiaie al lavoro

Il film, della durata di poco più di un’ora, vuole ripercorrere il più fedelmente possibile una giornata dell’artista. Primo ciak: Sgurgola, entroterra ciociaro, esterno giorno.

Siamo nella sua abitazione che divide con Noreen, la sua compagna irlandese, la quale prende parte al film raccontando la storia del loro incontro venti anni prima.

È una giornata invernale, fredda e umida, l’artista è al lavoro su nella mansarda e si appresta a uscire. Spegne le candele, prende il carrello rosso della spesa, lo riempie dei lavori, apre l’ombrellino rosa e s’incammina a piedi verso la stazione e il treno che lo porterà a Roma. Molti i silenzi durante il viaggio che permettono allo spettatore di scrutare l’animo dell’artista, quasi ignaro di essere ripreso.

La scelta intelligente da parte del regista è stata quella di porre la telecamera a poco più di un metro da terra, ad altezza di bambino per capirci, capace di trasmettere allo spettatore l’attenzione infantile ai bagliori visionari che giungono ora dalla giostra in movimento e dalle bancarelle multicolori di Piazza Navona sotto la Befana, ora dai passaggi dell’artista per le vie del centro prima di raggiungere la sua postazione museale davanti l’Ara Pacis.

Le musiche di Federico Nardelli si fondono con la giusta emozione e seguono visceralmente il ritmo organico della drammaturgia pensata dal regista. Ciò avviene anche nel passaggio chiave tra l’impostazione iniziale, melanconica, del paesaggio tardo autunnale e dei silenzi metafisici, e la scena esilarante (che apre alle risate spontanee, collettive e sonore della sala), quella di via del Corso, nella quale l’artista si improvvisa dog sitter: fa uscire dal suo carrello/cilindro magico una cagnolina nera di stoffa dal lungo guinzaglio per farle espletare i suoi bisogni fisiologici (titolo: “Lilli, finiscila!”). L’artista simula poi davanti ai passanti una telefonata a voce alta con il presunto datore di lavoro motivando il ritardo accumulato. Raffinata anche la serie di disegni di topi che si rincorrono fino a raggiungere il primo, relegato in gabbia: “Ratto in inganno”.

“Sala d’attesa”

Già regista e sceneggiatore di serie televisive, film documentari, videoclip e cortometraggi, Dario Acocella in questo film-documentario per il cinema (da lui scritto e diretto), raffinata e sensibile opera prima, scelta eccentrica e anticonformista, acquisisce a pieno titolo il ruolo di autore di classe. ne è la conferma il lunghissimo applauso che fa seguito alla chapliniana scena finale, la coppia di spalle che s’allontana tornando verso casa.

Con questo film ho voluto compiere un viaggio nella radice più profonda dell’essere artisti, ovvero nella gratificazione generata dall’esprimere quotidianamente le proprie esigenze creative,

– dichiara il regista in un’intervista, e prosegue – racconto di un artista che ha scelto di rimanere al di fuori dei circuiti espositivi ufficiali, portando la propria arte per strada, lì dove il rapporto col pubblico è diretto. Sono rimasto folgorato dallo sguardo di fausto sul mondo, ma senza abbandonarmi al cliché dell’artista pazzo e solitario ho voluto capire se vi fosse un segreto nella sua felicità e se questa potesse nascondere codici universalmente validi.

(da Articolo 33 n.11-12, Edizioni Conoscenza 2013)

Marco FIORAMANTI   Roma, 6 Luglio 2026