La rinascita dopo la guerra. L’opera d’arte totale di Fernand Léger et Blaise Cendrars al Museo Fernand Léger di Biot (fino al 12 ottobre)

di Dominique LORA

L’arte consiste nel trasformare l’invisibile e l’intangibile — ciò che si avverte puramente e semplicemente — in una realtà visibile e tangibile… nel cercare e trovare i mezzi per dare sostanza alle astrazioni, per conferire una reale consapevolezza ai movimenti e agli stati della vita interiore. (František Kupka, La création des arts plastiques,1989).
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Dal 13 giugno al 12 ottobre 2026 il Musée National Fernand Léger di Biot, nei pressi di Nizza, presenta una mostra sulle splendide scenografie realizzate dal grande maestro delle prime avanguardie francesi tra il 1922 e il 1924 per i Balletti Svedesi (1920-1925).

Il percorso espositivo propone una serie di modelli in scala, bozzetti di scenografie, dipinti, costumi ricostruiti, documenti d’archivio e, in generale, una visione d’insieme della sintesi artistica concepita da Léger nel periodo tra le due guerre per due celebri produzioni teatrali: “Skating Rink” (1922) e “La création du monde” (1923).

Balletti Russi e Balletti Svedesi

All’inizio delle così dette “Années Folles”, il collezionista svedese Rolf de Maré, committente appassionato di arte e teatro, fonda la compagnia dei Ballets Suedois a Parigi. Dopo una prima stagione alquanto tradizionale, iniziata al principio degli anni venti, la produzione nordica inizia ad esibirsi in pianta stabile sul palcoscenico del Théâtre des Champs-Elysées, lanciandosi in progetti sperimentali ispirati, seppure in aperta rivalità, ai “Ballets Russes” (Balletti Russi) di Diaghilev, già attivi nella capitale francese da un decennio.

Serge Pavlovich Diaghilev (1872–1929), padre creativo dei Balletti Russi, fu infatti il pioniere di un’inedita sinergia creativa tra arti plastiche, musica, teatro e balletto, anticipando per molti versi le esperienze estetiche contemporanee che si sono sviluppate negli ultimi cinquant’anni quali la Sound Art, la Performance e l’Installazione. Rigettando le norme dello spettacolo ottocentesco e volgendosi verso una concezione intellettuale unificata ed immersiva del balletto classico, la sua compagnia forgiò il primo vero ponte estetico tra oriente e occidente, introducendo elementi derivati dal folklore e dalla cultura esotica e orientale, nello specifico di matrice russa, rielaborati all’interno di spettacoli modernisti presentati nella capitale francese, considerata al tempo il cuore pulsante della produzione artistica di avanguardia. In altre parole, una “Gesamtkunstwerk” o “opera d’arte totale”, che univa danza, antropologia, musica, design e arte contemporanea.

Entrambe le compagnie collaborarono con grandi artisti dell’epoca per affrancarsi dalla rigidità accademica tradizionale in termini di composizione musicale, sceneggiature, scenografie e design scenico, sperimentando inedite forme di partecipazione tra pubblico e rappresentazione. Introducendo forme espressive e visive telluriche e spesso di ascendenza “primitiva”, in coincidenza con la scoperta e la diffusione dell’arte africana in Europa – il cosìddetto art nègre –, tali produzioni rivoluzionarono di fatto il pensiero e il fare artistico dell’epoca, offrendo ad artisti e movimenti di avanguardia nuovi strumenti linguistici antinaturalistici ed alternativi ai canoni classici.

2 Maschera-elmo zoomorfa Senufo, Costa d’Avorio, 1930 ca, coll. Ratton

In generale, e ognuna a suo modo, queste compagnie ripensarono l’idea di spettacolo, trasformando la percezione del pubblico in un’esperienza sensoriale artistica totalizzante. Una forma pionieristica dell’”Estetica Relazionale” – teorizzata da Nicolas Bourriaud mezzo secolo più tardi – che ridefiniva lo spazio dell’arte come universo totale e come processo di scambio tra vita reale, musica, teatro, arti visive e le scienze del design, dell’architettura e della tecnologia; ognuna di queste discipline fungendo da interlocutore nei processi di esplorazione e di rappresentazione dell’essere umano.

Ma tornando all’inizio del Novecento, mentre Diaghilev collaborava con Cocteau, Bakst, Picasso, Braques, Matisse e Chanel, il regista Vladimir Golschmann chiamava a raccolta Blaise Cendrars, Fernand Lèger, Francis Picabia e Eric Satie.

Tuttavia, il vero sodalizio creativo risultò dalla grande amicizia nata tra Cendrars e Léger alla fine della Grande Guerra. Entrambi reduci degli orrori sul campo di battaglia- il poeta perse il braccio sinistro mentre l’artista fu avvelenato dal gas mostarda nel 1917 – si legarono creativamente, animati dal desiderio di non arrendersi al nichilismo derivato dal disastro bellico. Al contrario, sfruttarono la tensione e la forza dell’umana disperazione per immaginare un nuovo inizio, come dimostra la “Création du monde”, una trasposizione culturale del mito giudaico-cristiano della Genesi in un altrove idealizzato incarnato da un’Africa senza tempo e che racconta una storia dell’umanità alternativa, rigenerata e purificata, ma soprattutto lontana dalla violenza del mondo occidentale. In tale contesto, è importante notare che, contemporaneamente a Léger, altri grandi artisti dell’epoca come Pablo Picasso, André Derain e Maurice de Vlaminck compresero ed interpretarono l’espressione e la maestria artistica del continente nero come strumento di rappresentazione psicologicamente autonomo e non emulativo della realtà e che, a differenza dell’occidente, si rivelava immune ad ogni forma di soggezione estetica prefabbricata.

La mostra

Fig. 3, 4, 5. Maquette del balletto “Skating Ring”,   Bozzetto per il sipario di “Skating Ring”, Disegno preparatorio per il balletto “Skating “Ring, Parigi, 1922

L’esposizione si apre con la produzione del 1922 intitolata “Skating Rink”, prima commissione realizzata per i Ballets Suédois per la quale Léger creò scenografie astratte e costumi geometrici e cubisti che trasformavano gli interpreti in macchine viventi. Integrando perfettamente la pittura d’avanguardia con la dinamica del palcoscenico, le sue creazioni radicalizzavano il rigore della “bellezza moderna” intesa come economia dell’inorganico, come ripartizione delle frazioni di forza in atto e formalmente astratta da ogni tratto individuale.[1] Si trattava infatti di un’opera totale che univa danza, teatro plastico e pantomima ritmica, recuperando aspetti del folklore svedese in stile ironico, anticipando per molti versi il teatro dell’assurdo di Eugène Ionesco del secondo dopoguerra.

Fig. 6, 7, 8, Costumi disegnati da Fernand Léger per il balletto Skating Ring, Parigi, 1922

Proseguendo, le sale del piano terra offrono una narrazione approfondita sulla produzione intitolata “La Création du monde” del 1923, che segna la seconda collaborazione di Léger con la compagnia scandinava e include inoltre una nutrita documentazione fotografica e una serie di spezzoni della sceneggiatura di Blaise Cendrars in un epifania artistica a tutto tondo dove parola scritta e rappresentazione pittorica interagiscono in maniera sinergetica. Qui, Léger assimila definitivamente l’espressione primitiva e brutale della statuaria rituale di matrice africana scardinando i canoni della rappresentazione naturalistica.

Note sulla messa in scena.

Ritmo generale: grave e lento; a tratti si intensifica, pur rimanendo in gran parte solenne e cerimoniale. Colori: bianco, nero, ocra. Illuminazione scenica: in continuo mutamento e intermittente (effetti di chiaroscuro); illuminazione parziale (evitando l’illuminazione a tutto campo). Movimento scenico continuo attraverso lo spostamento di elementi scenografici mobili e il movimento dei personaggi, siano essi reali o fittizi. Animazioni sceniche con la comparsa di un albero e di vari animali. (Fernand Léger et Blaise Cendrars, “L’esprit nouveau”, N. 18, novembre 1923).

Figg. 9, 10, 11 Scena dallo spettacolo originale “La création du monde”, 1922.  Fig. 8, 9 Costumi di Sèkoumé e Mbongwé per “La création du monde”, Fluxum Foundation, Ginevra, 2000

Presentato in prima assoluta il 25 ottobre 1923, lo spettacolo diretto da Vladimir Golschmann fu il risultato di una collaborazione trasversale tra il ballerino Jean Börlin (1893–1930), il poeta Blaise Cendrars (1887–1961), il compositore Darius Milhaud (1892–1974) – la cui musica fu fortemente influenzata dal jazz londinese dei primi anni venti e approfondito in seguito a New York con i musicisti afroamericani di Harlem – e, naturalmente, con il grande maestro Fernand Léger (1881–1955).

Fig. 12 e 13 Maquette e dettaglio per “La création du monde”, 1923; Fig 14, Bozzetto per il costume di uccello, “La création du monde”, 1923.

Scene e costumi incarnano il fulcro del periodo “meccanico” di Léger, caratterizzato da figure e oggetti ideati come forme geometriche e “tubolari”. I corpi dei ballerini diventano spigolosi, geometricamente asimmetrici e simili a idoli antichi o a totem di terre lontane e (ri)adattate ad una serie di leggende e di miti volti a narrare l’origine e lo sviluppo di un mondo parallelo, comprensivo di flora, fauna ed esseri umani.

L’opera presenta infatti una grande abbondanza di creature straordinarie, ibride e mostruose, colorate e multiformi che fanno eco a miti e maschere tribali nate dall’inconscio e dal sogno di mondi sconosciuti. Gli animali fantastici sono un soggetto ricorrente nella ricerca artistica di molti grandi artisti durante la prima metà del Novecento, da Rousseau il Doganiere a Pablo Picasso, da Franz Marc a Giacomo Balla e ancora a Rembrandt Bugatti. Inoltre, movimenti come l’Espressionismo, il Surrealismo, l’Astrattismo e il Dadaismo rielaborarono il regno animale quale specchio dell’inconscio, dell’irrazionale e di una nuova visione del mondo in cui forme ibride, biomorfiche e spesso oniriche rompevano con la realtà oggettiva al fine di svelare i drammi o i desideri profondi e celati della psiche umana.

Fig. 15, 16, 17, Disegni preparatorio per il sipario della “Création du monde”, 1923

“Lever du rideau très lent sur la scène noire.  / On aperçoit au milieu de la scène un tas confus de corps entrmélés; tohu-bohu avant la création. Trois déités géantes évoluent lentement autour.  / Ce sont Nazme, Medere et N’kva, les maîtres de la création.  / Ils tiennent conseil, tournent autour de la masse informe, font des incantations magiques”.

Blaise Cendrars, 1923[2]

Fig. 18, 19, 20, 21 Bozzetti di costumi per il balletto “La création du monde”, Parigi, 1923

Fig. 22, Bozzetto per il costume da insetto per il balletto La création du monde, Parigi, 1923

Infine, è importante notare che “Skating Ring” e “La création du monde anticiparono il celebre film di Léger, “Ballet mécanique” del 1924 che, seppur non documentato in mostra, catturò l’essenza dell’estetica del grande maestro secondo cui il ritmo dell’industria e il frenetico viavai quotidiano della città moderna costituivano la rappresentazione più affascinante della realtà dell’uomo nel ventesimo secolo.

Qui, i movimenti meccanici dei protagonisti del film — che richiamavano il ritmo incessante della catena di montaggio — creano un moto centrifugo attorno alla pista di pattinaggio di un quartiere operaio in un universo meccanico che presenta un volto profondamente umano. In “Ballet mécanique” la ripetizione, il movimento e la moltiplicazione delle immagini si (con)fondono nel conferire una ragione d’essere all’ estetica e alla struttura automatica e ripetitiva della vita quotidiana. Le qualità dinamiche del cinema e la sua capacità di esprimere i temi centrali del Novecento raggiungono con questo lungometraggio, capolavoro dell’arte moderna, un livello di realizzazione precoce ed esemplare; una celebrazione visiva del mondo fondata sul dinamismo e sul ritmo rapido e frenetico della metropoli moderna, verticale e tecnologica;

                                                Fig. 23, 24. F. Léger “Ballet mécanique”, 1924

un cantiere in costante mutazione dove il mito della velocità, il dinamismo industriale e la fusione tra uomo, veicolo e ambiente urbano vengono tradotti in vibranti e violente tonalità cromatiche che azzerano il concetto statico e classico del passato.

Dominique LORA  23 Agosto 2026

NOTE

[1] J. Arnaldo, “!1914!, La Vanguardia y la Gran Guerra”, cat. mostra, Museo Thyssen-Bornemisza, 07/010/2008 – 11/01/2007, Ed. Fundaciòn Thyssen-Bornemisza, Madrid, 2008, pp.130-131.
[2] B. Cendrars, Appunti sulla scenografia, Il sipario si alza molto lentamente sul palcoscenico immerso nell’oscurità. Al centro della scena è visibile un ammasso caotico di corpi intrecciati: un groviglio primordiale che precede la creazione. Tre divinità gigantesche si muovono lentamente attorno ad esso. Sono Nazme, Medere e N’kva, i signori della creazione. Si consultano, circondano la massa informe e intonano incantesimi magici. 1923