di Sergio ROSSI
APPUNTAMENTO MARTEDI 28 APRILE 2026 ORE 18,00
Libreria Palazzo Esposizioni, via Milano 15/17 – Roma (Tel 06.48941211)
https://www.facebook.com/LibreriaPER

In questo interessantissimo volume il percorso affrontato da Carla Guidi è insieme complesso ed affascinante, perché analizza la relazione tra i percorsi incisori degli artisti del Tatuaggio e quelli pittografici della Street Arte. Infatti, secondo quanto leggiamo nel sottotitolo
“Il Tattoo e la Street Art in un mondo globalizzato e iperconnesso, dove l’immaginario sembra scorrere, senza confini, su frammenti di iperboliche identità”
Nel libro si analizza proprio questo significato e funzione della “pelle” come organo fondante dell’Io, in dialogo dell’Io con gli Altri. E’ indubbio infatti che tra la pelle umana ed i muri delle città vi sia una relazione di analogia emblematica, certificati dallo sguardo collettivo, dal momento che noi umani siamo soprattutto animali sociali.

«Entrambe queste superfici hanno infatti una funzione di confine io/altro, protezione dell’individualità psicofisica ma al contempo rappresentano il primo spazio interattivo di comunicazione sociale. Le mura possono fare parte di un organismo vivo come la città e quindi riflettere il rispetto della memoria antropologica e dell’evoluzione nella creatività artistica dei suoi abitanti, oppure purtroppo denunciare la miseria, il degrado, la profanazione della dignità di chi vi abita».
E a proposito di degrado, rimanendo concentrati su Roma (che viene analizzata in particolare nei suoi percorsi pittografici) come scrivevo tempo fa proprio qui su About Art recensendo il precedente libro dell’autrice (da dove parte l’origine dell’analisi in oggetto) … Può una città essere definita “eterna” ed essere al contempo “eternamente in crisi” e rinascere ogni volta, come la mitica fenice, dalle ceneri che almeno da 1600 anni periodicamente la avvolgono? A mio parere la risposta è sì. https://www.aboutartonline.com/roma-citta-eterna-mente-in-crisi-uno-sguardo-contemporaneo-dentro-la-capitale-in-un-volume-di-carla-guidi/

E se non hanno potuto distruggerla Alarico con i suoi Visigoti, Genserico con i suoi Vandali e ancora i Lanzinecchi, i Barberini, i nazisti o i vari palazzinari e “furbetti del quartierino” dei tempi nostri, compresi quelli di “Roma Capitale”, chi potrà riuscirci? Le troppe discariche abusive? Le migliaia di senza tetto invisibili (ma solo per chi non vuole vedere) accampati presso gli argini del Tevere o dentro il cosiddetto Parco di Monte Mario? Come ho appena detto, i cittadini dell’Urbe, ed io con loro, sono convinti di no, e che non potrà riuscirci nessuno.

Ed ecco la prima risposta che in più di un’occasione ho dato alle domande prima formulate: la forza ideale che Roma possedeva in quanto erede della cultura classica e centro della cristianità, faceva sì che a questi valori direttamente ci si ispirasse nei momenti di crisi o anche di grande rinnovamento spirituale; e ciò avveniva non in virtù di quello che la città era veramente, bensì di quello che essa rappresentava.
E’ sempre esistita cioè un’idea di Roma come città eterna che in pratica prescindeva dalle valutazioni realistiche delle condizioni in cui l’Urbe di volta in volta versava: dopo i periodi di crisi verranno sempre e comunque i momenti di riscatto e di rinascita, cui seguiranno ancora quelli di difficoltà e di regresso, in quell’intrecciarsi perenne di alti e di bassi che rendono Roma un unicum in tutto il mondo. Così il motto “Roma città eterna” non è solo una definizione retorica, ma qualcosa di intimamente reale come (si parva licet componere magnis) il motto della Roma (intesa come squadra): “forza Roma, forza lupi, so’ finiti i tempi cupi” è qualcosa di più di un semplice slogan. E questo potrebbe avvenire, come ci indica Franco Ferrarotti nella Prefazione al precedente libro dell’autrice che ho citato sopra, –
«Con uno scatto dell’immaginazione, dell’intuito artistico e del linguaggio, vale a dire con il passaggio dalle città reali alle città immaginarie, perché la Guidi sostiene che è ancora possibile per l’umanità sottrarsi all’eterno ritorno dell’identico per riscoprire la gioia dell’involontarietà del pensare».
E questa salvezza sarà possibile, continua l’autrice, attraverso la bellezza delle arti anche laddove le metropoli sono spesso solo «un disordinato assedio di baracche e/o una patologica ossificazione in forma di cementizzazione selvaggia, come il risultato (senza intermediari culturali) di una sorta di “magnetismo” attivato dall’altalenare degli andamenti economici, all’interno di un sociale variabilmente eterogeneo».
E sarà possibile, ancora, nelle loro declinazioni più moderne come la street art o i tatuaggi. Perché, questo lo osserva Morassut:
«Il viaggio di Carla Guidi ci fa vedere qualcosa di insperato. Come in un viaggio dal finestrino di un treno ad alta velocità, dalla decomposizione liquida delle forme esterne intuiamo nuove forme, nuove espressività, nuovi colori e mescolanze… Un testo che merita un ampio sostegno divulgativo per le ribollenti domande e luci che accende sul caos della nostra esistenza, nelle luride e scintillanti città del nostro tempo».

Mentre il nostro corpo, sempre più narcisisticamente esibito e mostrato nudo agli occhi di un “altro” sempre più abituato e indifferente, può tornare paradossalmente ad essere quel “carcere terreno” da cui Michelangelo voleva fuggire elevandosi spiritualmente con la sua arte e in cui invece oggi si è sempre più intrappolati proprio malgrado.
«La pelle dipinta, incisa e colorata, sia a livello narcisistico che di ricerca di identità, va così a definire e nominare corpi sempre più permanentemente nudi, esibizioni che la nostra società richiede e quasi impone, ma il tatuaggio può rimanere anche come una storia congelata, che alla fine può trasformarsi in una condanna, quando la persona viene costretta a portarsi sul corpo una storia che non gli appartiene più».
Ma raccontare sé stessi attraverso il proprio corpo, prima metaforicamente, poi sempre più “fisicamente” ha una lunga e gloriosa storia alle spalle. Lo ha fatto Caravaggio esibendo senza remore il proprio volto di peccatore in cerca redenzione, ferito alla testa proprio come lui era stato ferito nel fatale duello con Ranuccio Tomassoni nel meraviglioso David e Golia della Galleria Borghese di Roma; lo ha fatto Van Gogh, con uno scatto ulteriore verso l’esibizionismo del proprio corpo, nei numerosi Autoritratti con l’orecchio tagliato e lo ha ripetuto Munch mostrandosi con la mano sinistra sanguinante dopo la colluttazione non ancora chiarita con la sua Amante /Vampira Tulla Larsen. Quindi l’ulteriore passo potrebbe essere quello di Jackson Pollock, che usava totalmente il suo corpo proprio per trasferire sulle tele le proprie emozioni, come sottolineo nel volume scritto insieme a Vania Colasanti Arte criminale. Vite spericolate tra genio, eros e follia, che sta per uscire per i tipi della Baldini+Castoldi.

Sottolineo quindi che nel libro “Salvarsi la pelle con l’Arte” non a caso si parla a lungo anche della Body Art degli anni ’70, della ripubblicazione del celebre libro di Lea Vergine nel 2000 ma anche di quanto …
il Post-Human sia il termine che allude ad una variegata costellazione di pratiche artistiche e non solo (con relative proposte critiche e riflessioni metodologiche, maturate nell’ultimo decennio del Novecento) ed il suo intorno, luogo di esperienze di confine ma anche territorio teorico aperto al dibattito filosofico ed antropologico.
Collegando tali considerazioni alla pratica del Tatuaggio – che però, va detto senza mezzi termini, annovera artisti di grande valore che però – per sfuggire alla volgarità di certi calciatori o rapper coperti solo da immagini orripilanti, quando non strizzanti esplicitamente l’occhio all’estrema destra – devono seguire altre personali strade, come per esempio Marco Manzo, che utilizza uno stile decorativo con colte citazioni storiche e retrò quasi liberty, ma soprattutto con grandissimo rispetto del corpo, assecondando le sue curve ma non invadendone la personalità, come possiamo vedere anche nelle schiene decorate da delicatissimi immagini floreali in stile orientale, direttamente sul corpo femminile.
Devo sottolineare inoltre che le tre ragazze della copertina, così come tutte le immagini riguardanti questo artista del tatuaggio nel libro, sono foto di un altro artista della fotografia che molto del suo lavoro ha dedicato a questa ed altre ricerche, Valter Sambucini. Sua è la copertina ed altre foto sulla Street Art del precedente libro citato “Città reali, città immaginarie” di Carla Guidi. Interessante e appena uscito un suo libro “I fantasmi dell’Io. Diventare poeta fotografando le ossessioni del Postmoderno” del quale ho scritto la prefazione.
Tornando al libro della Guidi, secondo l’autrice
«le città di oggi dovrebbero essere uno spazio non utilizzato solo a fini commerciali e manipolativi, ma piuttosto spazio etico e luogo del simbolico dove l’Arte, già uscita come abbiamo visto fin dagli anni sessanta dalle Gallerie e dai Musei, possa esprimersi liberamente per interpretare lo spirito del tempo, facendosi spazio tra le insegne ed immagini pubblicitarie, spesso andando a sostituirle come una galleria all’aperto. Uno spazio inoltre dove porre interrogativi, o semplicemente dare sollievo a chi li produce come a chi li guarda interpretando i valori e le contraddizioni delle società, dando loro una forma attraverso il segno che, oltre alla terza dimensione, ne preveda anche una quarta, il tempo, nel rapporto con la condizione umana di transitorietà».

Quanto ad un altro punto cruciale trattato dalla Guidi, quello del Post umano, mi ha molto divertito e ho molto apprezzato l’articolo di Edward Docx uscito il 3 settembre del 2011 dal titolo: “Addio Postmoderno” che iniziava così: «Ho delle buone notizie per voi: Il 24 settembre potremo ufficialmente dichiarare morto il postmoderno», riferendosi ad una mostra al Victoria and Albert Museum intitolata “Post moderno. Stile e sovversione 1970-1990”. Purtroppo non posso ancora proporre una data in cui dichiarare defunto anche il Post umano ma confido che presto potremo arrivarci. Da tempo infatti tutte le mie riflessioni pubblicate in varie sedi si oppongono radicalmente alla possibilità stessa che esista un’epoca post-moderna, cioè post (e di conseguenza anti) storica, o addirittura post (e di conseguenza anti) umana[1], perché per me è indubitabile che non esiste ancora (e non esisterà mai) una macchina capace di creare se stessa senza l’apporto umano, e qualora questo dovesse accadere, segnerebbe la fine della nostra specie. Inoltre, dal momento che non si può negare o contestare ciò che non esiste, anche le più radicali negazioni o contestazioni del proprio passato e della propria storia non possono prescinderne. Ne consegue che la cosiddetta società postmoderna o post umana è essa stessa un anello (e ormai nemmeno più l’ultimo) di quella catena culturale di cui è permeato il nostro stesso vissuto.

Con ciò non si vuole comunque assolutamente negare che su temi quali la globalizzazione, la parcellizzazione del sapere, il controllo antidemocratico delle informazioni che alcune grandi multinazionale hanno assunto a livello mondiale, il pensiero di Lyotard, al contrario di tanti suoi “deboli” epigoni italiani e non, sia assai stimolante e a volte anche profeticamente acuto. E, ancora, possiamo considerare come semplice momento di radicale cesura col passato l’arte italiana dei mitici Anni Sessanta? Naturalmente io credo di no, dal momento che ho sempre sostenuto che anche chi intende negare alle radici il proprio passato non può fare a mento di rapportarsi ad esso.
E così i “Pali” di Kounellis, le “Finestre” di Festa, gli “Igloo” di Merz, gli “Stracci” di Pistoletto e prima di loro i “tagli” di Fontana e financo “la merde” di Manzoni, non sono gesti isolati di naufraghi comparsi all’improvviso su un’isola misteriosa, come i sopravvissuti della celebre serie televisiva di Lost, ma piuttosto parte di quella storia che si è formata prima di loro e dopo di loro continuerà, mentre noi abbiamo il dovere di tutelare e valorizzare nel migliore dei modi possibili, anche per quello che riguarda forme d’arte apparentemente effimere come la Street Art, proprio perché, l’arte siamo noi, del passato, del presente e del futuro.[2]
Sergio ROSSI Roma 19 Aprile 2026NOTE
NOTE
