La Porta alchemica del marchese Palombara a P.za Vittorio, banco di prova per tutti i cultori di simbologia ed ermetismo.

di Nica FIORI

La Porta alchemica del marchese Palombara: il misterioso monumento nel giardino di Piazza Vittorio, riaperto al pubblico dopo un lungo restyling

Oggi rinasce lo splendido giardino di Piazza Vittorio che torna ad essere il fulcro della vita sociale di un quartiere multiculturale nel cuore di Roma. Un aspetto di cui si è tenuto conto nella progettazione del verde, realizzata dai tecnici del Dipartimento Tutela Ambientale, che ricrea un piccolo orto botanico ricco di piante esotiche. Un tesoro di biodiversità che sarà possibile apprezzare grazie alle visite guidate che condurranno alla scoperta delle piante e dei loro paesi di origine …”.

Così ha dichiarato lo scorso 31 ottobre Laura Fiorini, assessore alle Politiche del Verde del Comune di Roma, in occasione della riapertura al pubblico del giardino di Piazza Vittorio Emanuele II, dopo un lungo periodo di restauro e riqualificazione.

Giardino di Piazza Vittorio

Per gli abitanti del rione Esquilino e per chiunque lo desideri, i giardini offrono una piacevole sosta nel verde,

Vegetazione del giardino di Piazza Vittorio

tra fontane risistemate, come quella centrale con il gruppo scultoreo di Mario Rutelli, un modello in malta originariamente concepito per la Fontana delle Naiadi di Piazza Esedra (1901) e soprannominato dai romani Fritto misto (in quanto raffigurante una lotta tra figure umane, un polpo e un delfino),

Giardino di Piazza Vittorio. Fontana con il “Fritto misto”
Fontana con gruppo scultoreo di M. Rutelli
Area scacchi nel giardino di Piazza Vittorio

 

imponenti ruderi del ninfeo dell’Acqua Giulia (risalente al principato di Severo Alessandro, 222-235), che vanno sotto il nome di Trofei di Mario,

Ninfeo dell’Acqua Giulia, o Trofei di Mario

la Casina Liberty, che dovrebbe accogliere un posto di ristoro, e spazi riservati al gioco dei bambini, agli hobbies (come l’area scacchi) e perfino ai cani.

 

La Casina Liberty

Ma la cosa che attira maggiormente la curiosità dei visitatori è un singolare monumento del XVII secolo, situato nell’angolo più vicino alla chiesa di Sant’Eusebio, che per ora si può ammirare solo attraverso una rete di recinzione, essendo sospese le visite guidate per colpa del covid 19.

Si tratta della cosiddetta Porta Magica, unico reperto alchemico della città e banco di prova per tutti i cultori di simbologia ed ermetismo.

La Porta magica, o alchemica

La porta è costituita da quattro blocchi di calcare appenninico incassati in un muro di terra e tufo ed è sovrastata da un cerchio con la stella a sei punte di David. Le numerose iscrizioni latine dal significato sibillino e i simboli incisi nella pietra le imprimono un forte carattere di mistero. Ai lati due figure marmoree gemelle, con le sembianze grottesche del dio egizio Bes, sembrano farle la guardia e accentuano con il loro aspetto impenetrabile l’atmosfera inquietante che promana da essa.

La Porta magica con il Bes di sinistra
Una statua di Bes, III secolo

Bes, presente nel pantheon egizio fin dalle prime dinastie, è stato molto popolare nel Nuovo Regno, invocato contro le malattie, per proteggere il sonno e per aiutare le partorienti. Il suo aspetto è quello di un nano deforme, caratterizzato da una testa barbuta e con la lingua spesso in fuori in quanto trasmettitore del Verbo. La sua presenza a Roma è da mettere in relazione con la diffusione dei più importanti culti egizi di Iside e Serapide, importati dopo la conquista dell’Egitto da parte di Ottaviano.

La Porta costituiva in origine uno degli ingressi della villa dei Palombara (e poi Massimo), che si estendeva sull’Esquilino occupando una parte degli antichi Orti Lamiani.

 

Villa-Palombara

La villa era stata acquistata da Ottone Palombara, marchese di Pietraforte, nel 1620 e aveva il suo ingresso principale sulla via Felice, all’incirca corrispondente all’attuale via Napoleone III. I lavori, che sul finire del secolo scorso portarono all’ampliamento della stazione ferroviaria e alla creazione delle piazze Vittorio e Dante, determinarono la sua scomparsa.

Il Bes di destra

Ma la porta, data la sua particolarità, venne smontata nel 1873 e qualche anno dopo fu trasportata nella piazza Vittorio e collocata a ridosso dei resti di quella complessa opera edilizia del III secolo d.C., che è nota col nome di Trofei di Mario. Le due statue di Bes sono state invece aggiunte successivamente, dal momento che provengono dagli scavi effettuati nel 1888 sul Quirinale (nei paraggi del Palazzo delle Esposizioni), dove doveva trovarsi un serapeo di epoca severiana. Le statue, che dovevano avere probabilmente una funzione di telamoni, sono di epoca romana (III secolo d.C.) e rispecchiano l’iconografia del dio in epoca tolemaica, con il volto ancora di gusto egizio e il modellato del corpo greco-ellenistico. La statua di destra è meglio modellata della sinistra e, pertanto, si ipotizzano le mani di due differenti scultori di età severiana.

Pur non essendo pertinenti al monumento secentesco, i due Bes stanno benissimo in quel contesto, anche perché la loro appartenenza a un culto egiziano li avvicina all’antichissima scienza che va sotto il nome di alchimia, che, secondo i greci, era nata proprio in Egitto grazie al mitico fondatore Ermete Trismegisto (corrispondente al dio egizio Thot).

Il Ninfeo dell’Acqua Giulia

Gli egiziani usavano l’argento vivo (cioè il mercurio) per separare l’oro e l’argento dal minerale che li conteneva. Con queste operazioni ottenevano anche una polvere nera cui attribuivano i poteri più straordinari e le caratteristiche dei vari metalli, in quanto in essa si riconosceva misticamente il corpo del dio Osiride nell’aldilà. È proprio dal termine egiziano kheme, cioè nero, che deriva il copto Khemeia, che indicava la “preparazione del minerale nero”, ovvero quella polvere ritenuta il principio attivo di ogni trasformazione.

Gli arabi fecero precedere questa parola dall’articolo al ottenendo al-khemeia, ovvero alchimia. Portata dagli arabi in occidente, questa dottrina ha avuto tra i suoi cultori personaggi di tutto rispetto, come il medico Arnaldo di Villanova, della Scuola Salernitana, il filosofo Ruggero Bacone, il farmacologo Raimondo Lullo, il grande filosofo Sant’Alberto Magno e il suo discepolo San Tommaso d’Aquino, il “dottore della Chiesa” per antonomasia. E nei secoli XV e XVI Pico della Mirandola, Paracelso e molti altri. Ciò che caratterizzava gli alchimisti era la credenza nel carattere “vivo e sacro” della Materia e nella possibilità di attuare una sua trasmutazione, operando con le tecniche e il lavoro per accelerare la sua maturazione o purificazione. In questo senso l’alchimia ha dato al mondo moderno molto più di una chimica rudimentale: essa gli ha trasmesso la fede nelle possibilità illimitate dell’homo faber e nel significato della sua azione che mira alla purificazione spirituale.

La costruzione della Porta alchemica è attribuita al marchese Massimiliano Savelli Palombara, uno strano personaggio, nato a Roma nel 1614, che aveva una vera passione per l’alchimia, chiamata nella sua epoca semplicemente l’Arte (ovvero l’arte di far l’oro). Sappiamo che egli frequentò vari eruditi del suo tempo, come il gesuita Atanasio Kircher, l’astronomo Gian Domenico Cassini, il medico Alfonso Borelli e fece parte della corte di Cristina di Svezia, alla cui maestà raccomandò la moglie e i figli al momento della sua morte avvenuta nel 1685. Il marchese figura in carica come Conservatore di Roma nel 1651 e nel 1677 e come tale venne iscritto nel libro d’oro del Campidoglio. Egli affrontò gli argomenti esoterici con l’animo del poeta e del letterato: scrisse fra l’altro le Rime Ermetiche e La Bugia (il candeliere), un trattatello inteso a illuminare la strada di chi voleva avventurarsi nell’ermetismo. Di quest’ultima opera esistono in realtà due versioni, una anonima (ma sicuramente di sua mano) e l’altra firmata. Il secondo scritto è un riadattamento del primo in cui scompaiono tutte quelle affermazioni che nella Roma della Controriforma avrebbero potuto essere ritenute eretiche, come l’aderenza alle idee dei Rosacroce, una setta esoterica riformista e antipapale che aveva un certo seguito nel Nord Europa.

Il Laboratorio dell’alchimista, Heinrich Khunrath, Amphitheatrum Sapientiae Aeternae,1595

La porta sarebbe stata costruita (non più tardi del 1680) in seguito a un leggendario episodio, riferito dall’erudito abate Francesco Girolamo Cancellieri nelle sue “Dissertazioni epistolari di G.B. Visconti e Filippo Waquier de la Barthe sopra la statua del discobolo scoperta nella villa Palombara, arricchite con note e con le bizzarre iscrizioni della Villa Palombara(1806). Un giorno, mentre Massimiliano Palombara stava nella sua villa, dove teneva il suo laboratorio alchemico, dall’ingresso su via Merulana sarebbe entrato uno strano “pellegrino” che, senza dir nulla, si mise a cercare qualcosa nel terreno. Essendo stato notato da uno dei servi del marchese, che prontamente corse ad avvisare il padrone, fu subito invitato alla sua presenza per spiegare che cosa stesse facendo. Il pellegrino disse che cercava l’erba, della quale teneva in mano un mazzetto, perché la riteneva indispensabile per far l’oro; si offrì poi di rivelargli la difficile, ma non impossibile, arte della trasmutazione. Incuriosito, il marchese gli mise a disposizione il suo laboratorio.

Possiamo immaginare con quale curiosità e aspettativa egli assistette all’esperimento. L’erba, dopo essere stata abbrustolita e ridotta in polvere, fu gettata nel crogiuolo pieno di un liquido particolare. La mistura venne lasciata a riposare sul fuoco acceso, che, secondo la prescrizione, doveva spegnersi da solo a poco a poco. Per evitare che qualcuno potesse turbare lo svolgersi della delicata operazione, il pellegrino pretese di chiudere a chiave la stanza e di dormire in un locale attiguo per meglio controllare il lavoro. Promise infine che il giorno dopo avrebbe svelato il suo segreto. Il marchese si lasciò convincere e lo lasciò fare, ma l’indomani il pellegrino era scomparso. Nel laboratorio si trovò il crogiuolo rovesciato sul pavimento vicino a una sostanza rappresa, che risultò essere oro purissimo, e sul tavolino si rinvenne una carta che recava alcune scritte enigmatiche.

La leggenda vuole che il marchese, dopo aver tentato inutilmente di interpretare quelle scritte, le fece incidere in vari posti della sua villa nella speranza che qualcuno vedendole potesse riuscire nell’impresa. La maggior parte di esse sarebbero andate perdute; sopravvivono solo quelle della porta di piazza Vittorio, che, pur se non hanno ancora consentito di fabbricare l’oro, come vorrebbe la leggenda, possono tuttavia aiutare a fare un po’ di luce sul mistero.

L’alchimista Giuseppe Francesco Borri

Anche se il Cancellieri non dà alcuna notizia biografica del “pellegrino”, questi potrebbe essere identificato con Francesco Giuseppe Borri (1627-1695), un alchimista e guaritore che si era comportato nello stesso modo con la regina Cristina di Svezia, facendole credere di aver compiuto la trasmutazione del piombo in oro. Dopo una vita avventurosa e un processo per eresia, il Borri fu arrestato a Vienna e condotto a Roma, dove fu rinchiuso in Castel Sant’Angelo una prima volta nel 1672 e poi dal 1691 fino alla sua morte.

Ma torniamo alla Porta ermetica e cerchiamo di calarci nel suo linguaggio. La prima cosa che colpisce l’osservatore è il medaglione circolare posto sull’architrave, che contiene al suo interno l’esagramma della stella a sei punte, ottenuto mediante l’intersezione di due triangoli, l’uno inverso all’altro, simbolo della perfetta complementarità dei principi opposti.

Porta alchemica, il medaglione sull’architrave

Questo legame tra gli opposti trova riscontro in una delle epigrafi, dove figurano tre delle antitesi più frequenti nell’alchimia medievale e che, sia pure con altro spirito, sono presenti nella poesia del Paradiso di Dante: il Dio e l’Uomo, la Madre e la Vergine, il Trino e l’Uno (nel cerchio si legge: Tria sunt mirabilia: Deus et Homo, Mater et Virgo, Trinus et Unus).

Sempre inquadrato in questo gusto dei contrari è il verso palindromo in latino inciso sulla soglia: Si sedes non is (se stai fermo non vai avanti), che letto da destra verso sinistra suona: Si non sedes is (cioè, se non stai fermo vai avanti), un chiaro invito a proseguire instancabilmente nella via della ricerca, solo mezzo per raggiungere ciò cui si aspira. Nella stessa soglia si legge: Est opus occultum veri sophi aperire terram ut germinet salutem pro populo (è opera occulta del vero sapiente aprire la terra affinché germini la salvezza per il popolo).

Iscrizioni della Porta Magica

Le frasi enigmatiche incise sugli stipiti, pur lasciandoci perplessi sul loro significato, rientrano tutte nel linguaggio alchemico che allude alle trasformazioni della materia e dello spirito, come in questa scritta che è abbinata con il simbolo di Saturno: Quando in tua domo nigri corvi parturient albas columbas tunc vocaberis sapiens (Quando nella tua casa neri corvi partoriranno candide colombe, allora soltanto ti chiamerai sapiente). Si allude qui al passaggio dal primo al secondo stadio dell’Opera, detto albedo (passaggio al bianco), che sarà possibile solo dopo che la nerezza del corvo, ovvero la putredine della morte, sarà superata. Il nero allude al piombo e il bianco all’argento.

I simboli sugli stipiti sono quelli classici dei pianeti astrologici: dopo Saturno, troviamo in ordine Giove, Marte, Venere, Mercurio, Sole.

Chi volesse approfondire, può trovare tutte le frasi e i rispettivi simboli in www.angolohermes.com/luoghi/lazio/roma/Esquilino/PortaMagica.html

La scritta in ebraico sull’architrave, che si legge Ruach alhim, significa “Spirito santo”; si tratta dell’invocazione da rivolgere alla Divinità prima di accingersi alla difficile impresa della trasmutazione. Del resto la letteratura ermetica di tutte le epoche fa sempre uso di preghiere e scongiuri atti a salvaguardare e a sorreggere chi sta per intraprendere il viaggio iniziatico. Ma lo Spirito santo degli alchimisti corrisponde a Mercurio, l’anima mundi presente in tutte le cose, che governa e tiene sotto il suo potere ogni trasformazione.

Al di là della leggenda, l’enigmatica carta lasciata al marchese dal pellegrino,potrebbe riferirsi, – come si legge nelle voce Porta alchemica di Wikipedia, –

per concordanze storiche e geografiche, attraverso il passaggio di mano fra alcuni appartenenti al circolo alchemico di Villa Palombara, al misterioso manoscritto Voynich, che faceva parte della collezione di testi alchemici appartenuti al re Rodolfo II di Boemia e donati da Cristina di Svezia al suo libraio Isaac Vossius, finiti nelle mani dell’erudito Athanasius Kircher, uno degli insegnanti del Borri nella scuola gesuitica”.
Allegoria dell’Alchimia

Ci si potrebbe chiedere a questo punto quale effettiva importanza sia da attribuire al fatto che le formule alchemiche per la fabbricazione dell’oro siano state scolpite sopra una cornice rettangolare costituente un ingresso, piuttosto che in una normale lapide marmorea, come accadde del resto per altre massime apposte in vari punti della villa. Secondo Luciano Pirrotta, autore del libro La Porta Ermetica (1979), ci si potrebbe ravvisare un riferimento alle porte del “caos” e del “vuoto” intese come “passaggi proibiti”, salvaguardati da mostruose entità. Se si fosse in grado di superare una tale barriera, si potrebbe entrare in un’altra dimensione spazio-temporale, ammesso che esistano realmente spazi contigui al nostro, ma normalmente inaccessibili.

Nica FIORI  Roma 8 novembre 2020