“La Piccola giardiniera” di François Boucher. Un capolavoro nascosto delle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Palazzo Barberini

di Caterina SPINABELLI

Caterina Spinabelli ha conseguito la laurea magistrale in Arti Visive presso l’ateneo Alma Mater di Bologna; quindi si è trasferita a Roma dove ha conseguito il Diploma di Specializzazione all’Università La Sapienza con una tesi dal titolo Proposte per reinventare lo spazio. Le croci di Dan Flavin e il loro ruolo nella definizione artistica di uno spazio. I suoi interessi principali si rivolgono all’arte del secondo dopoguerra americana ed europea e al collezionismo. Con questo articolo inizia la sua collaborazione con About Art.

La Piccola giardiniera di François Boucher. Un capolavoro nascosto delle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Palazzo Barberini

Il museo laboratorio di Palazzo Barberini a Roma, sede – con Galleria Corsini – delle Gallerie Nazionali di Arte Antica, custodisce un raffinato esempio di fête champêtre dell’artista parigino François Boucher (Parigi, 1703 – 1770). Oggetto di recente valorizzazione tramite una mostra a Brescia – presso la Fondazione Paolo e Carolina Zani – La Piccola giardiniera costituisce un aggraziato esercizio di stile rispondente al gusto della corte parigina di metà Settecento.

Fig. 1 François Boucher, La piccola giardiniera, 1767, olio su tela, 58 x 45 cm, Gallerie Nazionali di Arte Antica di Palazzo Barberini, museo laboratorio II piano, Sala 31

La protagonista di La Piccola giardiniera (fig. 1) delle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Palazzo Barberini è una giovane fanciulla vestita secondo la moda della metà del Settecento che, con il suo vaporoso abito, presumibilmente nasconde un masso su cui si siede, per concedersi un momento di riposo dopo aver riempito il cestino che tiene in grembo con rose e altri fiori – da cui il titolo dell’opera.

L’attenzione della ragazza sembra richiamata da un rumore proveniente dal bosco alla sua sinistra, che Boucher rappresenta tramite una vegetazione scura e piuttosto disordinata. La posa risulta, dunque, non statica, bensì dinamica e accuratamente studiata. Il busto è visto di fronte, le gambe sono piegate verso destra e accennano all’inizio di un languido movimento, amplificato dalle profonde pieghe della gonna, accentuate dal sapiente chiaroscuro, mentre il collo e il volto sono appunto rivolti a sinistra.

Fig. 4 François Boucher, L’amabile pastorale o Pastorale amichevole, 1762, 229 x 89 cm, Edinburgh, National Gallery of Scotand

Non è da escludere che l’attenzione de La piccola giardiniera sia stata risvegliata dal richiamo dell’amato, nascosto nel bosco, al di fuori del campo visivo della tela. Infatti, in simili composizioni dello stesso autore, all’incirca contemporanee, denominate “pastorali galanti”, tra cui L’amabile pastorale (1762) (fig. 4) e La gabbia (1963) (fig. 5), la ragazza viene affiancata da una giovane figura maschile.

L’opera, realizzata dall’artista tre anni prima della morte, si inserisce perfettamente nel genere “pastorale”, costituito da eleganti pastori che sussurrano parole dolci e maliziose all’orecchio di singolari pastorelle: abbigliate con vestiti alla moda e immerse in una natura rigogliosa, affiancate da pecorelle infiocchettate, non sembrano certamente delle povere lavoratrici sfinite dalla fatica quotidiana, ma l’espressione di un’Arcadia felice, in cui la natura fa da sfondo alla rappresentazione di una condizione rasserenante completamente rivisitata dal desiderio tutto artificiale di armonia tra uomo e natura.

Attratti dall’armonia del paesaggio, dalle morbide e formose carni di contadine nel fiore dell’età e dai colori chiari e brillanti, i cortigiani francesi commissionarono a Boucher innumerevoli esemplari di tali soggetti, sia sotto forma di quadri, sia di riproduzioni a stampa e porcellane e, a partire dal 1755, fu ordinata la serie di arazzi Beauvrais The Noble Pastoral.

Fig. 5 François Boucher, La gabbia, 1763, olio su tela, 93 x 73 cm, Paris, Musée du Louvre

Come per i quadri di simile soggetto, Boucher firma e data la tela sul sasso in primo piano in basso a destra con la classica effe puntata minuscola seguita dal cognome per intero (fig. 2).

Fig. 2 François Boucher, La piccola giardiniera, 1767, olio su tela, 58 x 45 cm, Gallerie Nazionali di Arte Antica di Palazzo Barberini, dettaglio, firma.

Il ruolo de La piccola giardiniera nella produzione di Boucher

La piccola giardiniera può considerarsi esemplare rappresentante dello stile elegante, raffinato e pregno di grazia, tipico del genere pastorale del pittore pienamente maturo, che ripete i suoi moduli, benché – grazie alla sua perizia tecnica – non risulti mai banale né monotono. Influenzato dal clima di crescente laicizzazione della cultura occidentale, Boucher si fa interprete, come già aveva fatto Watteau e come farà dopo di lui Fragonard, del bisogno di frivolezza e spensieratezza del pubblico attirato dalla grazia e dal senso di voluttà che trapela dalle sue tele. Le forme aggraziate ed eleganti non lasceranno indifferente nemmeno Luigi XV, il quale nel 1734 lo incaricò della decorazione del soffitto della camera della regina a Versailles con Virtù a grisailles. Tale richiesta fu la prima di una lunga serie di commissioni reali, tra decorazione di ambienti e tele con scene di caccia e soggetti campestri.

Gli sguardi innocenti e le carni tornite di fanciulle assorte nelle loro occupazioni, dipinti con la sapienza magistrale del disegno e i colori chiari e trasparenti, conquistarono anche l’amante ufficiale del re, Madame de Pompadour, padrona di un regno e regina del gusto che, nel 1765, fece nominare Boucher Premier peintre du Roi. Inoltre, pochi giorni dopo aver ottenuto il prestigioso incarico, morì Charles Van Loo ed egli ne prese il posto come direttore della Academie Royale, istituzione alla quale fu sempre la nobildonna francese a farlo ammettere nel gennaio 1734.

La piccola giardiniera fu dipinta nel 1767, verosimilmente per l’ambiente di corte attratto dai soggetti arcadici con cui tendeva a identificarsi, e fu destinata alle pareti di salotti e boudoir o forse all’intimità delle alcove.

Grazie al sottile strato di preparazione di tono neutro grigio-bianco, Boucher restituisce alla fanciulla un incarnato candido e madreperlaceo che decide di incorniciare con le pennellate azzurre poco ordinate del cielo, applicate su uno strato preparatorio rosa. La sottotraccia violacea risultante nella parte superiore del quadro rimanda al colore del cielo al momento del tramonto.

Il dipinto a olio su tela ritrae una donna sorridente, grata di riposarsi dopo aver raccolto i fiori ordinatamente posizionati nel suo cestino, ma allo stesso tempo curiosa di sapere cosa sta succedendo nella macchia di scura vegetazione alla sua destra, rispetto a cui i suoi toni madreperlacei spiccano per contrasto.

Le forme della giovane sono particolari e caratteristiche: le braccia e le mani sono, infatti, più gonfie di quanto dovrebbero essere, il suo volto un po’ troppo allungato e l’unico occhio visibile dalla posa di profilo sembra essere sporgente. Tuttavia, la gioiosa vitalità che trapela dal suo giovane viso esprime la quintessenza della femminilità all’epoca così apprezzata dalla committenza, ormai non più interessata a grandi tele di soggetto storico o encomiastico, bensì a soggetti frivoli, in linea con la laicizzazione di gusto e cultura di fine Settecento.

Pastori e pastorelle

Nelle tele raffiguranti pastori e pastorelle, Boucher sviluppa i ricordi della giovanile traduzione in incisioni ad acquaforte delle fêtes galantes di Watteau – incarico commissionatogli nel 1725 da Jean de Julienne – per creare delle fêtes champêtres la cui luce chiara soffusamente disperde ogni ombra.

Già vent’anni prima de La Piccola giardiniera, per rispondere alle richieste degli esigenti nobili francesi, l’artista aveva realizzato tele di piccolo formato che avessero a soggetto giovani inseriti in una mitica, favolosa, lussureggiante Arcadia, trascorsa da un velo di nostalgia.

Fig. 3 François Boucher, Pensano all’uva, 1747, olio su tela, 80,5 x 68,5 cm, Chicago, The Art Institute of Chicago

Mascherati da contadini, i protagonisti di Pensano all’uva (fig. 3) giocano a scambiarsi occhiate piene di desiderio nell’irrimediabilmente perduta armonia naturale, fatta di un’imponente e verdeggiante flora e di fauna pingue e variegata. Incuranti degli spettatori e assorti nei loro sguardi innamorati sono anche i giovani di Scena pastorale (fig. 4) la cui figura femminile è palesemente ripresa da Boucher cinque anni dopo per La Piccola giardiniera. Se la più complessa composizione piramidale della prima opera è riassunta nell’assoluto protagonismo di lei nella seconda, non c’è dubbio che la giardiniera delle Gallerie Nazionali riprenda posizione, atteggiamento, colori e abiti della protagonista femminile della tela del 1762. Nonostante quest’ultima si possa definire “contadina”, mentre alla figura del 1767 ci si riferisca come “giardiniera”, la composizione degli elementi distintivi dei reciproci cestini è molto simile e, dunque, accostabile.

Essendo lo stesso atteggiamento femminile ripreso nuovamente l’anno dopo in La gabbia (fig. 5), si può supporre che una tale posa della giovane solleciti talmente le fantasticherie dei committenti e appaghi a tal punto il loro gusto che Boucher sia successivamente chiamato a concentrarsi esclusivamente su questa figura, riducendo la composizione, pur mantenendone l’impianto triangolare.

Anche nell’opera oggi conservata al Louvre è presente un cestino colmo di fiori, benché sia per terra e non tenuto tra le mani della giovane, che invece reggono una ghirlanda di fiori sempre in corrispondenza del seno. In questa tela viene creato uno stretto legame tra i pastori, non solo tramite l’abbraccio affettuoso di lui che dolcemente cinge il collo e la spalla di lei, ma anche dall’intenso gioco di sguardi tra i due. È dunque per questo che lo sguardo rapito e trasognato de La Piccola giardiniera fa supporre la presenza del compagno alla sua sinistra – fuori dal campo visivo dello spettatore – probabilmente allontanatosi per cercare altri fiori e arricchire così la composizione del cestino.

Fig. 6 François Boucher, Gli zoccoli, 1768, olio su tela, 64 x 53 cm, London, Coll. priv.

Forse perché incalzato dalle abbondanti committenze, o forse semplicemente per rispondere a una richiesta precisa, Boucher sceglie qui di omettere l’ipotetico giardiniere, che invece ritorna nelle vesti di contadino nel quadro del 1768 Gli zoccoli (fig. 6). Questa volta le mani della contadina non reggono un cestino all’altezza del petto, ma la destra poggiata sulla gamba tiene un tozzo di pane, mentre la sinistra fa assaggiare all’amato una ciliegia tratta dal cestino – elemento ricorrente in ognuna delle tele analizzate – poggiato sulle gambe di lui.

In seguito a questa breve panoramica che inserisce, confronta e chiarisce il ruolo de La Piccola giardiniera all’interno della produzione artistica di François Boucher non si può fare a meno di domandarsi se il pittore francese, nelle pose delle pastorelle sedute, non abbia voluto rievocare il celebre affresco di Raffaello che orna la parete nord della Stanza della Segnatura delle Stanza Vaticane.

È verosimile che durante il suo soggiorno romano l’artista abbia avuto modo di visitare gli ambienti ornati su commissione di Giulio II, in ogni caso da lui indubbiamente conosciuti tramite svariati studi, incisioni, stampe e riproduzioni diffusi in gran parte anche al di fuori dello Stato della Chiesa e della penisola italiana. Si può infatti osservare il riferimento alle aggraziate posizioni delle Muse sedute attorno al dio della poesia Apollo, benché La Piccola giardiniera, vista la posa diagonale delle gambe e la torsione di busto e collo – nonostante la direzione sia opposta – sembri più guardare alla poetessa di Lesbo, Saffo. Anche se le pastorali di Boucher sono esercizi di stile del pittore che si diverte a svolgere il tema con innumerevoli varianti, se questo riferimento avesse veramente costituito il punto di partenza per la composizione della tela, la creazione di un parallelo tra la giardiniera e la poetessa greca vissuta tra la fine del VII e l’inizio del VI secolo a.C., confermerebbe la sofisticata cultura e la profondità degli studi italiani del pittore di corte.

Tuttavia, l’opera dell’artista francese restituisce un’immagine fedele del frivolo e spensierato mondo cortigiano e nobile fatto di parrucche ricciolute e vaporosi abiti, proprio della corte reale. La Piccola giardiniera e, in generale, le fêtes champêtres infatti incarnano il desiderio di spensieratezza e la gioia di vivere tipici della corte francese, riproposto anche a teatro dalle pastorali eroiche del commediografo Destouches (1680-1754) e del drammaturgo parigino Michel-Jean Sedaine (1719-97). Non a caso, tra il 1742 e il 1748, François Boucher era stato decoratore e costumista dell’Opéra: dagli abiti teatrali, resi voluminosi dall’abbondanza delle sete barocche, prodotti in quegli anni si lascerà ispirare per vestire le sue nobili pastorelle.

Provenienza ed esposizioni

L’opera è entrata a far parte della Collezione di Palazzo Barberini nel 1962 in seguito alla volontà di Don Aspreno Colonna, principe assistente al soglio pontificio nonché nipote di Dimitri Sursock, duca di Cervinara, trasferitosi dall’Inghilterra a Roma dopo la Seconda guerra mondiale. Quest’ultimo, morto il 10 gennaio 1960, aveva lasciato in testamento alla città di Roma parte della sua raffinata collezione composta da quadri, mobili e oggetti d’arte. Ventisei opere, cinque di pittori italiani e ventuno di francesi, riunite nella sua dimora londinese in Cumberland Place nei pressi di Regent’s Park sarebbero state destinate alla capitale italiana. Il nipote, Don Aspreno Colonna, figlio della sorella, principessa Isabella, era incaricato di trasferire le opere a Roma e affidarle alle cure di una galleria a suo piacimento. La scelta del principe ricadde sulla Galleria Nazionale di Arte Antica di Palazzo Barberini, che in tal modo si arricchì di numerose opere di pregiata qualità e ineguagliabile rarità. Proprio per l’assoluta rilevanza del lascito, l’allora Soprintendente alle Gallerie del Lazio, Emilio Lavagnino, ritenne opportuno organizzare una mostra che lo celebrasse con gratitudine.

Quando nella primavera del 1962 le opere destinate all’Italia riuscirono a lasciare la penisola britannica, seppur in buono stato conservativo, vennero accuratamente ripulite dalle vernici ormai vecchie e ingiallite per essere presentate a Palazzo Venezia. Il 10 luglio 1962 fu inaugurata l’esposizione delle opere del lascito del Duca di Cervinara, curata da Emilio Lavagnino che ne illustrò la rarità, l’importanza e la qualità all’allora Presidente della Repubblica Antonio Segni e colse l’occasione per ringraziare pubblicamente Don Aspreno Colonna.

La mostra organizzata a Palazzo Venezia fu lodata all’unisono dalla comunità scientifica e, una volta conclusasi, la prestigiosa raccolta londinese venne trasferita al primo piano di Palazzo Barberini e nel 1983 spostata al piano superiore, con ogni probabilità nella Sala Corvi del secondo piano.

Rinnovate attenzioni a La Piccola giardiniera sono state dimostrate con la recente rassegna dedicata ai pittori francesi Boucher e Fragonard. Alla corte del re. Da Palazzo Barberini a Casa Museo Zani, in cui l’opera è stata esposta dal 14 febbraio al 25 maggio 2025 (Cellatica, Brescia, Fondazione Paolo e Carolina Zani). Tuttavia, già dai tardi anni Sessanta, la fanciulla di Boucher dalle carni rosate e dalle vesti vaporose ha partecipato a mostre temporanee organizzate in Italia e all’estero. Per i primi due mesi del 1968 si è spostata alla Royal Academy of Arts di Londra per l’esposizione curata da Denys Sutton France in the eighteenth century (6 gennaio – 3 marzo 1968); nel 2000 fu prestata per la seconda volta dalle Gallerie Nazionali di Arte Antica per la rassegna Settecento: l’Europe à Rome tenutasi la Centro culturale del Pantheon, a Parigi (27 settembre – 13 dicembre 2000).

Quattro anni dopo, il viaggio della giardiniera fu più breve: venne allestita al Museo Centrale del Risorgimento di Roma dal 4 al 23 aprile per il Salone di Maggio intitolato Segnali di Primavera. Infine, fu esposta al Filatoio Rosso di Caraglio (Cn), antico setificio recuperato per scopi museali ed espositivi, dal 27 giugno al 25 ottobre 2009 nell’ambito della mostra I colori della rosa. Purezza, vanitas e passione nell’arte dal XV al XXI secolo, benché la sua presenza non sia documentata da una scheda dedicata nel catalogo della temporanea piemontese.

Caterina SPINABELLI  Roma 13 Luglio 2025