Marina Ortona 14-08-2026
Le Scarpette n. 2, le Scarpette n. 4 e le Scarpette n. 5
Non ho mai studiato danza, ma ricordo che andai a dodici anni a vedere al Teatro dell’Opera di Roma il balletto de Il lago dei cigni. Mi colpì in modo particolare la leggerezza del movimento di quei corpi fluttuanti, elastici, aggraziati. Così lavorai su posizioni diverse, catturando anche l’istante di corpi in volo. Cercai fotografie sul web e comprai libri di danza che spiegavano visivamente le pose di partenza. Osservai a lungo le figure. Andai persino a fotografare i corpi dei ballerini dell’Accademia Nazionale di Danza per carpire posizioni diverse, non solo in azione, ma anche ferme, catturate durante i momenti di riposo e stretching. Creai, così, inizialmente dei ballerini e delle ballerine con argille di colore naturalmente diverso. Ho cercato di variare da un materiale liscio a uno più ruvido, da una creta rossa a una rosata, da una nera a una bianca, come sono le diverse pelli dell’essere umano.
Immediatamente dopo mi venne l’idea di realizzare delle scarpette di danza, ma senza la parte superiore della gamba. Volevo che l’osservatore intuisse la presenza della figura sovrastante il piede, ma che non fosse esplicitamente palese. La mia ricerca è andata avanti. Ho ricevuto in dono delle scarpette usate, lise, sporche, vissute, perché potessi riprodurle in modo più vicino al realistico. Feci dei tentativi, ma poi capii che in realtà quello che mi interessava di più era ricreare la tensione dei piedi dentro a quelle scarpette. Presi uno specchio e lo poggiai per terra, e cominciai a disegnare su un foglio da disegno con una matita il mio piede. Avevo capito che non mi interessava il contenitore, bensì il contenuto. Ho così finalmente creato un piede nudo in argilla rossa. La scarpetta, col piede inserito nella scarpetta, fu il passaggio successivo.
Le Scarpette n. 2 sono in argilla semirefrattaria rossa, cotte a 920°C in un forno elettrico. La difficoltà che ho trovato è stata tenere sulle punte quel piede e, grazie a barbottina, a colombini e a un parquet fatto a lastra con la stessa argilla, sono riuscita nell’intento. Il parquet ha un suo perché. Mi è servito ad avere una base ferma e non invasiva per l’installazione delle scarpette.
La creta usata nelle Scarpette n. 4 è un gres nero, particolarmente graffiante, che ho reso più liscio con l’aiuto di una spatola di metallo flessibile, passato sopra quando la creta erano ancora fresca. Il gres nero non sapevo neanche che esistesse. Lavorare su un impasto del colore giusto mi ha facilitato le cose e ha reso il mio lavoro più naturale, che è quello che prediligo. Ho scelto la monocottura a bassa temperatura pur trattandosi di un gres che sarebbe potuto arrivare a 1300°C. Anche qui la mano umana tenta con discrezione. L’effetto è quello che si vede.
Le Scarpette n. 5 sono di un bianco sporco, con della chamotte, ovvero dell’argilla cotta tritata, inserita nell’impasto, che lo rende ruvido e, proprio per questo, ancor più attraente. Queste Scarpette sono modellate con un’argilla che è a metà tra la bassa e l’alta temperatura. Sono in creta semirefrattaria bianca e sono state cotte una sola volta in forno elettrico. Il forno elettrico, che lavora in ossidazione, con l’ossigeno, dunque, ha mantenuto pressoché inalterate le caratteristiche del colore.
Scarpette n. 2 |
Scarpette n. 2 |
Scarpette n. 2 |
Scarpette n. 4 |
Scarpette n. 4 |
Scarpette n. 5 |
Scarpette n. 5 |
Scarpette n. 5 |
