La mostra “Marina Ortona, Ceramiche & Sculture” spiegata opera per opera – LE MIE PERSIANE

Marina Ortona 19-08-2026

Le mie persiane
Le mie persiane sono l’ultimo mio lavoro, ma sono il frutto di una lunga meditazione durata anni.

Sono una ebrea scappata dalla Libia all’età di cinque anni e mezzo e gli ultimi dodici giorni li ho passati rinchiusa in casa per non farmi scoprire dagli arabi che avevano messo in atto un pogrom contro gli ebrei, in occasione della Guerra dei sei giorni del 5 giugno del 1967. I miei genitori, quando in quei giorni terribili c’era un momento di tensione, mi mandavano sempre in camera a dormire perché ero la più piccola. Io avevo il letto accanto a quello dei miei e la stanza aveva due balconi. Le persiane dovevano essere sempre socchiuse per non far capire che la casa era abitata. Faceva caldo e si sentiva il calore del vento del Ghibli che proveniva dal deserto del Sahara. Ho un ricordo molto vivo delle ombre e delle luci create dai raggi solari che passavano attraverso le stecche delle persiane. A seconda del momento della giornata, le righe sulla parete si allungavano, si distanziavano tra di loro, pendevano da una parte, erano nitide o sfocate in base all’altezza del sole. E guardando quelle ombre e quelle luci mi addormentavo o fantasticavo. Talvolta pensavo a quello che le mie orecchie rubavano dalle voci dei miei genitori: racconti cruenti.
Da tanto tempo volevo ricreare quel luogo che comunque per me significava protezione. Ho fotografato le persiane, le ho disegnate, ma non sapevo come realizzare un’opera che mi rimandasse a quei giorni. Ho pensate di modellare una persiana con la creta, ma non ero in grado di ricostruire le linee sulla parete. Ho preso una scatola di cartone e ho disegnato una persiana. Poi ho bucato il cartone per ottenere delle fessure col taglierino su un lato; ho posizionato una lampada che proiettasse la sua luce attraverso di esse e sono sobbalzata. Dovevo assolutamente usare la creta e realizzare l’idea.
Scelsi un’argilla rossa ad alta temperatura, sebbene le case, a Tripoli, fossero bianche. Ho fatto delle lastre un po’ spesse e vi ho disegnato sopra, con un punteruolo, due persiane su due lati che avrei messo ad angolo, così come erano, in effetti, in quella camera. Ho lasciato asciugare un po’ le lastre, Poi le ho tagliate e ho cominciato a togliere creta con una miretta, seguendo le righe delle stecche. Ho assemblato le lastre e ho formato un cubo aperto su un lato, il lato dove stava il mio letto, il lato dell’osservatore.
Ho posto una lampada davanti alle persiane per far filtrare la luce attraverso le stecche e ho rivisto le righe sulla parete. È stata per me una grande commozione perché mi ha riportato a quel momento dello strappo con la città in cui ero nata. Lì si era rotto qualcosa ed ero riuscita, dopo tanti anni, a ripartire da quel momento.
Dopo aver fatto asciugare il cubo, l’ho cotto in un forno elettrico, nonostante la creta fosse un gres ad alta temperatura.