Marina Ortona 05-08-2026
La forcina
L’idea, a volte, nasce da un guizzo della mente, da qualcosa di istantaneo che passa davanti a noi o che attira la nostra attenzione. L’idea è un lampo improvviso, una luce accecante nel buio.
Quanti artisti hanno realizzato un’opera simile a questa e anche molto meglio di me? Perché farne una dello stesso genere?
Perché trovo che la sinuosità del corpo sia qualcosa di affascinante; una creazione che avvolge. Ogni angolo ha un suo perché. I fianchi stretti, le braccia tornite, i capelli raccolti in uno chignon, afferrati dalle mani che tengono una forcina di metallo. Ecco, forse è qui la diversità: la forcina non è in argilla, ma è in metallo. Ed è vera. È il pretesto, è la scusa per creare tutto il resto.
La ragione per cui l’ho fatto è semplice. La realtà. Quello che ho davanti agli occhi. Ma avevo solo una immagine fotografica con un unico punto di vista. Dovevo immaginare i lati della figura e dietro. Ancora una volta, dovevo intuire quello che non vedevo, e dovevo riprodurlo dal bidimensionale al tridimensionale.
Realizzai il lavoro in un gres bianco, completamente candido.
Quando ancora il tutto era sostenuto, ma non secco, affondai una forcina vera tra i capelli, come per sostenere meglio quello chignon. Poi la estrassi e aspettai la prima cottura in un forno elettrico per capire se dovessi allargare un po’ i buchi per inserire di nuovo quella forcina.
Per la seconda cottura andai in un bosco con altre ceramiste e caricai il forno per dodici ore continue, senza sosta, per non far scendere o fermare la salita della temperatura. Non misi nessun ingobbio sull’opera.
Ma il mio non era l’unico lavoro all’interno del forno. A 1300°C succede ogni cosa lì dentro. Un’opera di una collega è scoppiata e ha rotto il braccio de La forcina. Tragedia!
Ho restaurato quella cesura mescolando argilla cotta dello stesso tipo con dello stucco. Ma l’argilla dell’opera che, prima della seconda cottura, era bianca, aveva subito una trasformazione totale nel colore, diventando marrone con puntini bianchi, dovuti al carbonato di calcio presente nell’argilla stessa.
E così si nota una cesura più chiara sul braccio. Non mi disturba, anzi. L’onestà del restauro vince.
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