La mostra “Marina Ortona, Ceramiche & Sculture” spiegata opera per opera – LA CIOCIARA

Marina Ortona 29-07-2026

La ciociara

Il 2012 è stato un anno particolarmente pesante per le donne che hanno subito violenza. Il problema dei femminicidi, in quel periodo, suscitò molta attenzione per la sua crudità e per la quantità dei casi. Se ne parlò tanto e a lungo. Sono una persona attenta agli eventi che avvengono intorno a me e pensare che nel nostro tempo, in un paese cosiddetto “democratico”, ci siano ancora così tante donne violate e uccise, donne fragili, vulnerabili, non riesco ad accettarlo.
È per questo che ho deciso di puntare il faro su un’immagine densa di significato, come quella di un’attrice da Oscar, Sophia Loren, che nel film La ciociara assume in una scena clou.  Si tratta del momento immediatamente successivo alla violenza subita da lei e dalla figlia Rosetta, in una chiesa, per giunta, per mano dei marocchini mercenari, presi a servizio dai francesi per “liberare” l’Italia dai nazi-fascisti, alla fine della Seconda guerra mondiale.
Lei aveva le gambe chiuse dal dolore, le braccia chiuse dalla pena, il vestito strappato e le ciocie, le scarpe che contraddistinguono la zona in cui avviene il fatto. Ricordo che andai in Ciociaria a studiare quelle calzature per capire come fossero intrecciate le fettucce di pelle intorno al piede e alla caviglia. Mi chiesi come si potesse camminare agevolmente con quel tipo di scarpa: le vedevo molto scomode.
Decisi di usare un tipo di argilla di bassa temperatura, rossa, anche per il suo significato metaforico. Feci una sola cottura e decisi di non smaltarla, per mantenere intatta la sua crudità.
Fu uno dei miei primi lavori a tutto tondo e il primo di una figura intera.
La difficoltà di attuazione del lavoro era dovuta alla mancanza di immagini laterali e posteriori della figura: esisteva una sola foto frontale che trovai su internet. Così, indossai un vestito morbido come quello di Sophia e, salita su un tavolo, assunsi la sua stessa posizione: mi feci fotografare da diversi punti di vista, cercando di far scattare le foto dalla stessa distanza dal corpo, per non avere proporzioni sfalsate. Avevo fatto da modella.
Una volta creata la statua e aspettato il dovuto tempo perché si asciugasse un po’, la tagliai, la scavai e la assemblai di nuovo, rifinendola nei particolari. Solo dopo aver raggiunto l’asciugatura completa, la misi nel forno elettrico per la cottura.
L’emozione fu forte, per il lavoro a tutto tondo e per il significato che avevo voluto darle.