“La mia opera è maggiore triplicamente di ciascuna di quelle menzionate”. Marco Benefial (1684 – 1764); la figura e l’opera di Maestro del ‘700 nella monografia di Alessandro Agresti e Liliana Barroero.

di Anna LO BIANCO

Alessandro Agresti – Liliana Barroero

Marco Benefial (1684 – 1764)

ediart Aprile 2026*

Quando nel 2008 il Prado pubblica il taccuino dei disegni di Goya risalenti al suo soggiorno italiano nel 1770, con piacevole sorpresa vedo che in copertina compare la copia di un dipinto di Marco Benefial, la Cacciata di Adamo e Eva dal Paradiso Terrestre, allora nella collezione Soderini a Roma, oggi nella Galleria Nazionale di Arte Antica di Palazzo Barberini.

Benefial era morto da sei anni e questa circostanza dimostra l’immutato prestigio di cui godeva il grande maestro, al quale il pittore spagnolo guardava con manifesta ammirazione. Un feeling sempre immaginato e di cui ora c’era la prova. Ancora, venti anni dopo la morte, nel 1784,  lo scultore Vincenzo Pacetti dedica un busto marmoreo al pittore romano  nel Pantheon, dove era sepolto Raffaello, il massimo riconoscimento per un artista. Ancora una conferma.

Poi col passare del tempo, come per molti altri artisti, arriva l’oblio.

Ecco allora perché la pubblicazione di questa attesissima monografia su Benefial ci appare quantomai importante e la sua ricca stesura fa luce su tutti gli aspetti di questo incredibile personaggio, sulla sua vita, sul suo carattere, sulla sua opera e quindi su quel variegato e vivace mondo che è il settecento romano .

Un volume denso, ricco di immagini facilmente riferibili alle descrizioni, concepito in maniera direi tradizionale dai due autori: Alessandro Agresti e Liliana Barroero.

La prima parte del libro, redatta dalla Barroero, è una lunga e dettagliata dissertazione sull’artista, sulla sua vicenda critica, sul suo modo di lavorare, sui tanti e importanti mecenati, insomma una vera e propria introduzione allo studio di Marco Benefial.

Nella seconda parte Agresti segue un criterio analitico diversificando la produzione per generi: le pale d’altare, i dipinti di quadreria a tema sacro, la ritrattistica e infine Benefial disegnatore, autore di oltre duecento esemplari qui non catalogati, ma descritti nelle loro diverse caratteristiche e analizzati anche  in relazione alle opere  pubblicate.

Seguono le schede di tutte le numerose opere,  alcune poco note, altre inedite, altre famosissime, redatte da entrambi gli autori. Degli apparati diremo più avanti.

La Barroero mette in luce il ruolo pioneristico negli studi sul pittore di Giorgio Falcidia che per primo negli anni ’60 gli dedica alcuni articoli imperdibili in cui emerge la tensione etica di Benefial che vede nella pittura l’affermazione di uno studio puntuale sui maestri del grande passato attraverso la lente di una analisi continua e rigorosa. “Pittore incorrotto” lo chiamerà Francesco Arcangeli in un famoso articolo del 1959, cogliendo perfettamente l’atteggiamento dell’artista, orgogliosamente lontano da ogni compromesso. In questo parrebbe quasi di poterlo avvicinare a Borromini, anch’egli lontano dalle scorciatoie mondane ma cupo e introverso.

Questo conferisce alla sua pittura una forza tangibile sottolineata dal  biografo Nicola Pio che elogia  proprio la sua  “gran forza e vago e forte colorito

Ma in che consiste questa forza e quali sono le caratteristiche che ne fanno un autore così apprezzato?

La Barroero si sofferma proprio sul suo rapporto con la pittura. Una profonda ammirazione per i maestri del passato, come  Carracci e Domenichino che intende in ogni modo onorare con la propria professione, alla quale conferisce un valore etico che lo assorbe totalmente nel mestiere dell’arte. Nulla a che vedere con la ripetizione, la copia del passato, ma un’indagine in profondità che però va declinata al presente per far rivivere veramente i grandi maestri. Gli si riconosce l’abilità di comporre opportune variazioni sui registri più diversi in senso assolutamente non eclettico, ma di approfondita analisi, di omaggio alle ragioni del dipingere. Così il suo intenso realismo, che pure può assomigliare a quello proposto da artisti spesso a lui paragonati come Pier Leone Ghezzi o Gaspare Traversi, vive di una profonda partecipazione, mentre per gli altri due artisti si può più facilmente parlare di disincanto, di leggerezza, di disinvoltura, in omaggio a una visione illuminista in tutto settecentesca.

Tutto ciò lo rende consapevole di svolgere un ruolo centrale nel dibattito figurativo di metà settecento, di cui lui stesso testimonia scrivendo nel 1743

“La mia opera è maggiore triplicamente di ciascuna di quelle menzionate”

riferendosi ai dipinti di Sebastiano Conca e di Francesco Mancini, artisti, come scrive la Barroero, all’apice della loro fama.

Un senso di superiorità di cui non fa mistero che lo porta a forti attriti con  l’Accademia di San Luca, osteggiato dalla gran parte dei colleghi e nella quale  dopo vari tentativi, riesce a essere ammesso solo nel 1741 a cinquantasette anni.

Benefial era critico oltremisura nei confronti di questo mondo accademico paludato e formale, giungendo a pronunciarsi aspramente contro Agostino Masucci, considerato allora il vero erede di Maratti, fino a essere espulso dall’accademia, come testimonia l’iscrizione sulla caricatura di Benefial, eseguita da Carlo Marchionni, pubblicata dalla Barroero che lo definisce indipendente fino alla sfrontatezza nei rapporti interpersonali, ma anche severissimo e ostico con gli allievi, che se duravano più di due anni, venivano paragonati a Giobbe.

Questo suo carattere spinoso non lo ostacola però nei rapporti con i committenti dando vita a una produzione vasta che lo vede attivo in vari e importanti luoghi come Torino, Palermo, Siena, Fermo, Macerata e altri ancora, senza contare le molte tele destinate alle chiese romane, ma anche i rapporti i con collezionisti inglesi, in anticipo sui tempi.

I suoi mecenati sono lo stesso papa Clemente XI Albani, così come i più noti personaggi della curia romana, ma anche le famiglie aristocratiche come i Massimo per i quali esegue gli splendidi affreschi del palazzo di Arsoli, i Chigi ai quali dedica la decorazione di Palazzo Chigi Zondarari a Siena, per non citare che alcuni esempi.

Nozze di Perseo e Andromeda, decorazione salone principale del Castello Massimo di Arsoli

Ma il personaggio cui Benefial è legato da un rapporto speciale è il conte Niccolò Soderini, che possedeva un incredibile numero di sue opere, ricordate in una preziosa lettera di Giovan Battista Ponfredi allo stesso Soderini in cui si pubblica una sorta di biografia del pittore e un lungo elenco di opere, molte identificate, altre no, nella stessa collezione del mecenate che ne possedeva ben cinquantasette.

Documento questo che gli autori pubblicano per esteso negli apparati e che è sorprendente e utilissimo perché elenca dipinti anche lontani dalle composizioni a noi note del pittore come scene di storia romana e paesaggi, evidentemente sempre realizzati in omaggio ai maestri del passato con cui Benefial vuole cimentarsi in ogni direzione. Da lì si potrà arrivare a nuove identificazioni.

Una produzione davvero sconfinata che denota un fervore instancabile che ne fanno un assoluto caposcuola, ultimo di una tradizione antica che febbrilmente rievoca in tutte le sue manifestazioni come la Barroero sottolinea.

Martirio di San Lorenzo, ittà di Castello, Duomo

Alessandro Agresti divide l’analisi delle pale d’altare secondo i diversi pontificati, a cominciare dall’Ovale raffigurante il Profeta Giona destinato alla navata della chiesa di S. Giovanni in Laterano, una delle commissioni più rilevanti del primo settecento romano.

L’autore descrive i caratteri ricorrenti di questa produzione sacra: il patetismo, i colori squillanti, le espressioni definite, quella attenzione a descrivere i dettagli perché, scrive l’autore, testimoniano l’hic et nunc della scena, declinata in un presente tangibile, giungendo “a una tale eccentricità e modernità da apparire quasi sconcertante”. Ne è un esempio la pala raffigurante la Santa Margherita da Cortona ritrova il cadavere dell’amato nella chiesa romana dell’AraCoeli, che esprime forza e lirismo con una tenerezza e una modernità  accentuate dagli abiti alla moda e dal grazioso fiocchetto celeste dell’acconciatura  della giovane  che preludono al gusto troubadour ottocentesco.

Santa Margherita da Cortona scopre il cadavere dell’amato, Roma, chiesa di Santa Maria in Aracoeli 

Agresti nota come a volte il pittore sia più sontuoso, altre più realistico, come se  provasse a seguire regole che reinterpreta a seconda del dipinto.

Ci sono poi opere riepilogative, quasi una summa dell’essenza del dipingere come la grandiosa Strage degli innocenti degli Uffizi, eseguita nel 1730 per il cardinale fiorentino Giuseppe Maria Feroni, ispirata al famosissimo quadro dello stesso tema di Guido Reni, di cui, osserva Agresti, ci offre una versione moderna e anticonvenzionale.

Strage degli innocenti, Firenze, Uffizi

Benefial  arricchisce la scena di una moltitudine di personaggi, tutti con espressioni e pose diverse, che interagiscono drammaticamente tra loro. Ma il dettaglio più sorprendente è in secondo piano: la folla che incombe sulla scena precipitando, in cui ogni figura, seppur secondaria, diventa incredibilmente protagonista.

E’ una vera esercitazione, ma direi una vera lezione, una sorta di “lectio magistralis” dedicata ad allievi, ai pittori da lui poco considerati, ai mecenati, insomma a quelli che allora si chiamavano gli “intendenti”. Ancora una manifestazione di orgoglio.

Sulla stessa linea l’incredibile dipinto della Cacciata di Atalia, eseguito per Soderini, oggi nella Galleria Nazionale di Arte Antica di Palazzo Barberini. Una scena di storia estremamente complessa per numero di personaggi, espressioni dei volti, visione scenografica, una sorta di compendio delle arti figurative.

Cacciata di Attalia dal tempio, Roma, Gallerie Nazionali Barberini Corsini, Palazzo Barberini (dal 1930 in deposito presso la Corte dei Conti)

Ponfredi nella sua lettera a Soderini lo descrive così:

“Questo laborioso soggetto è espresso a meraviglia,..non le sto a dire del gusto, del colore e delle belle forme con cui è disegnato.”

Consapevole dell’importanza dell’opera Benefial si autoritrae nella tela in vesti orientali con vicino il suo allievo Parker.

Come scrive Agresti Benefial non muta il suo linguaggio sperimentale per la produzione di tema sacro destinata a stanze private, influendo su questo genere nell’ambiente romano, con il suo gusto impegnato e anticonvenzionale.

La grande tela con La visione di Santa Caterina Fieschi Adorno della Galleria Corsini ce lo dimostra in pieno.

Visione di Santa Caterina Fieschi Adorno, Roma, Gallerie Nazionali Barberini Corsini, Palazzo Corsini

Un meditato racconto religioso acceso dall’abito alla moda della santa e dal curioso dettaglio delle figure femminili che, in secondo piano, aprendo la tenda, spiano la scena sacra, che si colora di una quotidianità familiare.

Il capitolo dedicato a Benefial ritrattista lo consacra come uno dei più importanti del Settecento. Il suo linguaggio anticonformista in questa produzione volge quasi al dissacrante come appare in quello che è certamente il suo più famoso dipinto di questo genere: La Famiglia Quarantotti, oggi nella Galleria Nazionale di Arte Antica di Palazzo Barberini.

La famiglia Quarantotti, Gallerie Nazionali Barberini Corsini, Palazzo Barberini

Un grandioso ritratto di gruppo non a caso esposto vicino al Ritratto della famiglia dell’infante Luis di Goya alla mostra Goya e la tradizione italiana  del 2006 alla Fondazione Magnani Rocca di Parma. Uno stesso senso di sospensione e sottile ironia critica. Agresti sottolinea la lucidità iperrealista dei tratti dei volti che non indulgono a addolcire le fisionomie, ma quasi a caricarne i tratti. E poi l’esotismo in anticipo sui tempi negli abiti all’orientale dei personaggi e nel tappeto caucasico e infine nel paesaggio esotico, secondo la Barroero noto attraverso esemplari di pittura cinese.

Ci sono poi degli inediti, davvero importanti per qualità e per soggetto come il bellissimo Ritratto di Porzia Gabrielli Savelli di Palombara, nobildonna romana, in collezione privata. Un quadro sontuoso e realistico insieme, un vero pezzo di bravura come lo definisce Agresti.

L’ultimo capitolo è dedicato ai disegni, oltre duecento, confluiti in varie raccolte pubbliche, apprezzati allora da molti importanti intellettuali tra cui il francese Mariette e il pittore Reynolds, ma anche da Vincenzo Pacetti, autore del busto dell’artista, oggi spostato dal Pantheon alla Promoteca Capitolina. Anche nei disegni Benefial esprime grande varietà di temi e di tecniche, sperimentando sempre le possibilità diverse del genere.

Il volume si conclude con una ricchissima quantità di apparati che permettono di approfondire tutti i temi trattati nei vari capitoli. Si esencano i disegni, differenziati tra quelli relativi alla stesura dei dipinti noti e quelli destinati a opere non rintracciate. Quindi i numerosi nudi di Accademie che lasciano immaginare il ruolo di maestro di Benefial. Trovano posto poi le biografie sul pittore e quindi la famosa e lunghissima lettera di Ponfredi a Soderini in cui possiamo leggere, oltre alle considerazioni sulla personalità dell’artista, l’elenco dei tanti dipinti di Benefial oggi sconosciuti, sperando che costituisca una traccia per nuovi ritrovamenti.

Ma vorrei concludere con quell’ultimo dettaglio che rende un libro davvero speciale, rigoroso e puntuale: il lungo elenco finale dei nomi, strumento ulteriore per tutti gli studiosi e di facilità di consultazione Un libro completo, importante, bello da avere tra le mani a cominciare dalla smagliante copertina che cattura il nostro sguardo, così come doveva essere la pittura di Benefial.

Anna Lo BIANCO   Roma  3 Maggio 2026

*Le immagini pubblicate sono per gentile concessione di Ediart (ringraziamo Marcello Castrichini)