di Carla GUIDI (servizio fotografico di Valter SAMBUCINI)
“Il nòcciolo tenero e sensibilissimo del suo animo è la passione per la pittura”, così il critico e poeta Cesare Vivaldi descriveva il giovane Schifano nel 1963 (catalogo della mostra Roma, Galleria Odyssia)

Con la primavera si accende, con tutta la sua carica creativa, il piacere di riscoprire una delle figure più significative e popolari della recente arte italiana.
Il progetto dedicato a Mario Schifano (Homs, Libia 1934 – Roma, 1998) è infatti il nuovo capitolo di quel programma, avviato da Palazzo Esposizioni, di studio e valorizzazione delle figure e dei movimenti che hanno segnato la cultura visiva del secondo Novecento, in particolare emersa nello storico paesaggio intellettuale ed artistico della città di Roma. È chiaro che prima di ogni altro proposito, la mostra ambisca a dare risonanza a questo autore con una raccolta di oltre cento opere, tra le più acclamate e rappresentative delle moltissime del nostro, provenienti da collezioni pubbliche e private. italiane ed estere.
La Mostra, dal semplice titolo Mario Schifano 17 marzo__12 luglio 2026 è a cura di Daniela Lancioni, è promossa dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale e Azienda Speciale Palaexpo, è prodotta e organizzata da Azienda Speciale Palaexpo in collaborazione con Intesa Sanpaolo e Gallerie d’Italia Main Partner Eni, con il supporto della Fondazione Silvano Toti. Sottolineiamo inotre che la Fondazione Silvano Toti (associazione creata dalla famiglia Toti con l’intento di onorare la memoria di Silvano Toti, imprenditore e mecenate) porta avanti da oltre vent’anni l’impegno in campo culturale e scientifico per offrire il proprio contributo alla città di Roma.

Come si evince dalla foto, il 16 marzo scorso, di fronte ad un folto gruppo di giornalisti, abbiamo assistito alla presentazione dell’evento fatta da Marco Delogu, Presidente Azienda Speciale Palaexpo, che ha introdotto i saluti del Sindaco di Roma Roberto Gualtieri, poi si sono susseguiti Mario Codognato (curatore della mostra “Marco Tirelli. Anni luce”, tra i principali protagonisti del rinnovamento della pittura avviato in Italia e all’estero alla fine degli anni Settanta, presente in contemporanea nelle sale 9, 10, 11 e 12 di Palazzo Esposizioni). Sono poi intervenuti Silvia Foschi, Responsabile Patrimonio Storico Artistico ed Attività Culturali Intesa Sanpaolo, Stefano Toti, della Fondazione Silvano Toti, infine Daniela Lancioni, curatrice senior Palaexpo, che ha tracciato con brevi linee esplicative, le ragioni e i motivi di questa interessante manifestazione.
Un breve cenno al percorso espositivo si snoda nella Rotonda e nelle sette grandi sale nel piano nobile di Palazzo Esposizioni dove, dopo la consueta installazione biografica corredata da fotografie d’autore e documenti, le opere si articolano in ordine cronologico a partire dai lavori degli esordi sino a quelli degli anni Novanta. La mostra quindi restituisce la biografia artistica di Schifano attraverso le sue principali invenzioni visive: dalle opere interessate alla sperimentazione con materiali innovativi per il campo delle arti, fino ai monocromi; dalle nuove iconografie mediate dal linguaggio fotografico e dai temi della storia dell’arte, ai paesaggi TV ed all’immagine in movimento; fino ai lavori frutto della commistione di fotografia e pittura, ai quadri più recenti di esplicito impegno sociale.
È nota la predilezione di Mario Schifano a realizzare nello stesso lasso di tempo lavori affini, pertanto in mostra, si trovano opere appartenenti alla medesima “serie” e le incisive novità di cui è costellato il suo lavoro. Inoltre, lungo il percorso espositivo, si assiste ad una esuberante e continua rigenerazione della pittura, attraverso l’impiego di tecniche, materiali e processi assai diversi tra loro, tra i quali una parte di rilievo occupa il cinema.

Mario Schifano (Homs, Libia, 1934 – Roma 1998) si trasferisce a Roma nell’immediato dopoguerra. Abbandonati gli studi, lavora al Museo Etrusco di Villa Giulia ed inizia a dipingere tele di matrice informale, che espone nella sua prima personale alla Galleria Appia Antica di Roma. Poi con Angeli, Festa, Lo Savio e Uncini tiene la collettiva 5 pittori – Roma ’60, curata da Restany, mentre la critica inizia a interessarsi alla sua pittura.
Superate le modalità informali, realizza opere monocrome con smalti industriali e nel 1962 partecipa alla mostra “The New Realists” alla Sidney Janis Gallery di New York, poi inizia a introdurre nelle sue tele frammenti dell’iconografia urbana. Lavora per cicli tematici, impiegando materiali e tecniche diversi, rivisitando le opere dei maestri del passato, Balla, Malevič ed i Futuristi. Dal 1970 sperimenta la tecnica della tela emulsionata con immagini tratte dalla televisione, cui aggiunge interventi cromatici con smalti industriali. Tiene numerose personali e nel 1972 espone alla X Quadriennale romana. L’anno seguente partecipa alla rassegna “Contemporanea”, curata da Achille Bonito Oliva nel parcheggio di Villa Borghese. Nel 1974 ha luogo, all’Università di Parma, la prima e più vasta mostra antologica dedicata al suo lavoro. Nel corso degli anni Ottanta e Novanta realizza alcuni nuovi cicli ed una serie di grandi opere uniche. Oltre a realizzare numerose personali in Italia e all’estero, partecipa a diverse edizioni della Biennale di Venezia ed è inserito nelle principali rassegne dedicate all’arte contemporanea italiana all’estero.

La mostra è accompagnata da un ricco ed articolato programma di proposte educative, riservate a diverse tipologie di fruitori, elenco visionabile in sul sito https://www.palazzoesposizioniroma.it/mostra/mario-schifano
A disposizione del pubblico anche un puntuale catalogo edito da Electa, nel quale, oltre al testo della curatrice, sono raccolti i contributi di storici e storiche dell’arte – molti appartenenti alle nuove generazioni – che di recente hanno dedicato all’artista studi innovativi. Il volume segue le principali traiettorie del lavoro di Schifano a partire dagli esordi tra la fine degli anni Cinquanta e la stagione dei monocromi del 1960, momento cruciale che segna il suo ingresso sulla scena artistica nazionale e internazionale. Da qui il percorso si apre alle successive trasformazioni del suo linguaggio, caratterizzate da una progressiva espansione dell’immagine pittorica e da un dialogo sempre più intenso con i dispositivi e gli immaginari della modernità mediatica.

Si segnala pertanto che – poiché al cinema Schifano, dedicò gran parte della sua ricerca artistica e del suo interesse creativo – proprio per permettere ai visitatori e alle visitatrici della mostra un ingresso gratuito e reiterato, è stato dedicato un programma di proiezioni nella Sala Cinema di Palazzo Esposizioni durante tutta la durata della mostra.
La curatrice Daniela Lancioni ci introduce alla mostra nel suo testo al Catalogo, dopo aver citato Cesare Vivaldi (inserito qui nel sottotitolo del presente articolo):
Un altro poeta e critico d’arte, Emilio Villa, presentando nel 1960 cinque giovani artisti al tempo sodali – Franco Angeli, Tano Festa, Francesco Lo Savio, Mario Schifano e Giuseppe Uncini – li definì “pittori”, non nel senso antiquato del termine, ma perché capaci di rigenerare in cadenze e orientamenti nuovi quanto era consumato e sfibrato (Bologna, Galleria Cancello, dal 23 aprile 1960). Questo processo, individuato all’epoca del nodale sganciamento dall’ormai svigorita pittura informale, restò una costante nella biografia artistica di Mario Schifano. “Rigenerazione della pittura”, pertanto, è il sintagma che auspichiamo possa risuonare lungo il percorso della mostra, a suggello dei tributi, ma anche delle peripezie e delle metamorfosi con cui l’artista sondò la pittura, conducendo alla sua maniera pratiche note o sperimentando condotte del tutto nuove che alla pittura consegnarono fotografia, cinema, immagini digitali o lisergiche superfici di metacrilato, di volta in volta elaborando inesplorati modi di guardare, quindi di pensare. (…)
Dove possibile, sono accostate opere affini, riproponendo la dialettica tra l’unicità del tema e le sue autonome varianti innescata dalla consuetudine di Mario Schifano di lavorare per gruppi omogenei (*) e di presentare sovente, nelle mostre collettive o personali, lavori appartenenti al medesimo ciclo, ma tutt’altro che seriali. Necessariamente, sono documentate solo alcune delle numerose serie individuabili nel vasto corpus di opere di Schifano, che si ipotizza ammonti a circa ventimila dipinti, più tutto il resto.
(*) Tra le dichiarazioni più esplicite dell’artista quella in M. de Smecchia, Gli artisti nel loro studio, in “Vogue” Italia, n. 428, novembre 1985, p. 304: “Io non penso mai a un quadro, penso a gruppi di quadri”.

Stava cambiando un’epoca e proprio per entrare in un percorso di lettura più sistematico del periodo e della forza innovativa di questo autore (lungo le sette sale al piano nobile di Palazzo Esposizioni e della rotonda) questo spazio è stato pensato e strutturato con un andamento cronologico, associato a conoscenze storiche e memorie personali, documentate anche da foto e rimandi. Ancora la curatrice Daniela Lancioni ci fa notare come sia emerso, nei lavori di progettazione della mostra, un altro aspetto caratteristico dello stile di Schifano, quello di alternare immagini forti, incisive, con la delicatezza di altre appena tracciate, più disegnate che dipinte. Tutto ciò è stato considerato importante segnale di un doppio registro, una “duplicità” di carattere testimoniata anche da chi gli ha vissuto accanto, secondo una citazione da N. Ruspoli – “Schifano e l’immagine”, in C. A. Quintavalle (catalogo della mostra Parma, Salone delle Scuderie in Pilotta, febbraio-marzo 1975 p. XI)

In conclusione, l’intero lavoro di Mario Schifano viene sintetizzato in mostra da una serie di tappe. su ciascuna delle quali riflettono in catalogo gli autori e le autrici dei testi: Manuel Barrese – “L’attività di Mario Schifano fino al 1959. Tracce, ipotesi, proposte”. Fabio Belloni – “Il secondo tempo di Mario Schifano, 1979–1997”. Stefano Chiodi – “Expanded Painting. Il cinema di Mario Schifano”. Andrea Cortellessa – “Ritratti approssimativi. Schifano per scrittori”. Giorgio Di Domenico – “Non è possibile ancora la storia” (sei temi per gli anni Settanta di Mario Schifano). Flavio Fergonzi – “Qualche riflessione sui titoli di Mario Schifano degli anni Sessanta”. Giorgia Gastaldon – “Monocromo Monocromi”. Francesco Guzzetti – “Fame di realtà come fame di pittura”. Chiara Perin – “Mario Schifano e Renato Guttuso, 1963–1966”.

Mentre la prima sala è dedicata ai dipinti realizzati tra il 1956 e il 1960, la curatrice sottolinea che, nell’andamento della mostra, si è scelto di dare spazio ad opere inedite o raramente pubblicate per mettere in risalto il contesto storico ed alcune invenzioni personali dell’autore che egli riproporrà nella sua carriera. Difficile riassumere in poche battute la vita e la carriera di questo poliedrico artista, ma è utile utilizzare i dettagli critici e le indicazioni della curatrice che rimanda, per un approfondimento, al testo di Giorgia Gastaldon (pubblicato nel catalogo di questa mostra) riguardo ai famosi “monocromi” che sono state le opere che, come è noto, procurarono a Schifano il suo primo eclatante successo.
Interessante anche l’autorevole citazione di Maurizio Calvesi, all’epoca critico militante che ha avuto per anni un rapporto privilegiato con l’artista, che definì i monocromi “uno stato ricettivo di attesa”, accostandoli alla “tabula rasa: che gli antichi paragonavano alla tavoletta di cera, su cui i segni della conoscenza dovranno imprimersi” (testo seminale pubblicato nel 1963 per la mostra personale alla Galleria Odyssia di Roma).
In questo contesto seguono ai monocromi, gli studi sulla parcellizzazione dell’immagine e con un prelievo dal mondo esterno di immagini mediatiche frammentate. cui l’artista farà riferimento attraverso concettualizzazioni formali dette di “interruzione” o “incompletezza” che comparvero per la prima volta nella personale che Schifano tenne a La Tartaruga a Roma, nell’aprile del 1961.

Un brevissimo cenno alla seconda e la terza sala nella quale, ai colori accesi e prevalentemente caldi, subentrano tinte fredde e più delicate dei verdi, dei verdi acqua, dei celesti e degli azzurri. Francesco Guzzetti nel suo scritto nel catalogo della mostra, ha individuato la fotografia pubblicitaria come l’origine di alcuni dei lavori esposti. Qui si alternano opere appartenenti a cicli diversi, ma l’insieme di questi dipinti permette di dare risalto a un nuovo tratto del lavoro di Schifano, la natura o lo spazio urbano prendono in considerazione l’opportunità di mettere insieme un “tutto”, prima frantumato, in un insieme di una sola immagine.
Nella sala successiva alcune opere sono messe in rapporto con i Poeti del Gruppo 63, accostati per la prima volta da Plinio De Martiis in una mostra che rispecchiava le frequentazioni del tempo, in primis Nanni Balestrini e i cosiddetti poeti “novissimi” con i quali l’arte di alcuni giovani artisti romani, quella di Schifano in particolare, venne posta in relazione in nome della discontinuità, dell’asintattismo, della scomposizione operata sui segni, Sui rapporti tra Mario Schifano e gli scrittori interviene nel catalogo Andrea Cortellessa e nel testo invece di Francesco Guzzetti si può approfondire riguardo la raccolta Words + Drawings condotta a quattro mani con il poeta americano Frank O’Hara durante il primo soggiorno a New York di Schifano.
Impossibile sintetizzare altri passaggi in questo breve excursus, pensando di aver sollecitato nei lettori un sufficiente desiderio di esplorazione di anni non lontani (ma nei quali è cambiato il mondo) e su operazioni artistiche sintomatiche di un “nuovo sentire”. Possiamo invece concludere ricordando che all’epoca si stavano diffondendo presupposti scientifici e filosofici in contrasto con la logica del profitto, radicata nelle società cosiddette industriali. Così, in sintonia con la mobilitazione civile e politica del Sessantotto, anche nell’arte emerse un nuovo umanesimo e un’inedita esigenza di autenticità che in Italia si manifestò anche nel lavoro di Mario Schifano.

Come scrive la curatrice Daniela Lancioni in catalogo:
La camera, che nell’odierna mostra introduce il tema delle palme e delle stelle apparse nel repertorio di Schifano l’anno precedente, costituisce nel suo insieme una sorta di antologia dei soggetti sino ad allora lavorati dall’artista e di altri che apparvero in seguito: oltre alle palme e alle stelle, il paesaggio anemico, la quercia, l’albero senza fronde, la silhouette di Marinetti e Boccioni, la casa, il cavallo. La parete di destra è attraversata da una scritta che, come accade per alcuni titoli di Schifano riportati sul recto dei dipinti, si propaga come un onda, gira in tondo lungo i bordi delle tele e ripiega su stessa, tratta dai Canti di Maldoror di Lautréamont (autore molto amato dall’artista nel ricordo di Rosboch):
“Ma io mi mettevo un dito sulla bocca, come per dirle di serbare il silenzio su questo grave problema, di cui non volevo ancora farle capire gli elementi, per non colpire, con una sensazione eccessiva, la sua immaginazione infantile, e m’affrettavo a sviare la conversazione da quell’argomento penoso da trattare da ogni essere appartenente alla razza che ha esteso il suo ingiusto dominio sugli altri animali della creazione”
Carla GUIDI Roma 22 Marzo 2026
