di Marco FIORAMANTI
LA FORMA DEL VUOTO. Riflessioni su Zen e Arti Marziali
di Paolo Taigō Spongia
Prefazione di Bruno Ballardini
Edizioni Mediterranee
PERDERSI NELLA TOTALE PRESENZA
L’educazione Zen si fonda / sul far sì che l’allievo posi i piedi / là dove realmente si trova.

Questo volume è frutto di una racconta di testi – sotto forma di riflessioni, racconti, incontri, storie-guida, foto, calligrafie, citazioni – raccolti dagli allievi tratti dalle lezioni offerte al Tora Kan Dōjō dal Maestro Paolo Taigō Spongia negli anni 2020 e 2021.
Nella prefazione, Bruno Ballardini – ricercatore e storico delle arti marziali nonché direttore di collana – mette in guardia il lettore all’approccio allo Zen e alle Arti Marziali:
La disciplina Zen non è mai una passeggiata. Tutt’altro. La pratica sincera assedia il tuo Ego senza lasciargli scampo. Se cerchi una stampella su cui appoggiarti ti viene tolta la possibilità di trovarla, se cerchi una comfort zone in cui ripararti ti viene tolta anche quella. E arriva prima o poi il momento in cui ci si accorge di essere soli a dover affrontare gli insormontabili ostacoli della pratica, nonostante la presenza di un Maestro.
Conosco da tempo Paolo Taigô Spongia, Maestro di Karate e Monaco Zen, e ho avuto il piacere e l’onore di intervistarlo. Attraverso questo dialogo, ci racconta della sua esperienza e delle sue discipline: Karate e Zazen (la meditazione seduta senza oggetto), come cammino di conoscenza di sé e del mondo; l’arte della vita nella consapevolezza del momento presente; l’azione totale come dono di sé.
Quando hai scoperto lo Zen e le Arti Marziali?
Avevo 13 anni quando ho iniziato a praticare e mi ci volle poco per percepire che dietro la pratica del Karate, dietro l’evidente dinamismo del fine marziale doveva esserci una radice che aveva a che fare con una profonda conoscenza di sé stessi nel mondo. Cominciai a cercare ossessivamente questa radice, questa chiave di comprensione che avrebbe potuto chiarire i dubbi che mi assalivano mentre mi veniva proposta una pratica legata esclusivamente all’aspetto atletico. E sono “inciampato” nello Zen. Il primo contatto avvenne leggendo l’introduzione a un libro del fondatore dello Shorinji Kenpo, disciplina marziale che contempla la pratica dello Zazen, e rimasi folgorato da alcuni passaggi sulla Pratica della meditazione zen. Da quel momento cominciai a leggere tutto quello che trovavo sullo Zen – non erano ancora i tempi di internet – le fonti erano esclusivamente libri e riviste spesso anche in lingua inglese. La Via dello Zen di Alan Watts, i primissimi libri di Thich Nhat Hanh e, in particolare, Lo Zen e le Arti Marziali di Taisen Deshimaru. Leggevo anche gli articoli che l’allora giovane Taiten Guareschi, quello che divenne poi il mio Maestro radice, scriveva raccontando la sua esperienza in Francia da giovane discepolo di Taisen Deshimaru Roshi, che è considerato il Primo Patriarca dello Zen Europeo. Sedevo in Zazen seguendo le indicazioni dei vari testi ma con grossi dubbi sulla mia interpretazione della Pratica meditativa, finché un giorno, in occasione di una conferenza a Roma, incontrai finalmente lo Zen incarnato nel mio primo Maestro. A fine conferenza mi presentai e chiesi al Maestro Taiten di poter iniziare un percorso di Pratica sotto la sua guida. Mi suggerì di cominciare a fare Zazen – la meditazione seduta senza oggetto – con un suo allievo romano, cosa che feci andando all’alba due volte la settimana in una piccola palestra dell’Eur che ospitava uno sparuto gruppetto di praticanti.

Qualche settimana dopo ero a Fudenji per prendere parte alla mia prima Sesshin. Era il 1993, ai primi di marzo, e faceva molto freddo. Il maestro Taiten diceva spesso che Fudenji era costruita nel freddo e lo constatai immediatamente, ricordo con commozione, come l’aver vissuto un miracolo il calore della ciotola di zuppa di riso tra le mie mani all’alba dopo lo Zazen e compresi che quel disagio, quel disorientamento, che si provava entrando a Fudenji era la porta stretta per il passaggio a una percezione profonda del corpo e della mente. Allora avevo 30 anni, ero già un insegnante di Karate, avevo fondato la mia scuola giovanissimo nel 1986, e percepii chiaramente che il vero cammino nella ricerca di me stesso, anche attraverso la pratica delle arti marziali, stava cominciando solo allora con lo Zen. Mi rimisi completamente in gioco. Continuai a frequentare Fudenji e seguire l’Insegnamento del Maestro Taiten per 18 anni finché le nostre strade si separarono.
Qual è il legame tra l’Arte marziale e lo Zen e come si concilia un’arte del combattimento con una ricerca spirituale?
Ritengo – e ho sempre insegnato – che si può fare dell’ottimo Karate senza necessariamente avere un’esperienza nello Zazen, ma nella mia vita le due Vie si sono sovrapposte e devo riconoscere che senza l’esperienza dello Zazen non avrei potuto raggiungere la comprensione dell’esercizio nell’Arte marziale. Non ho mai pensato che la pratica del Karate potesse essere ridotta semplicemente alla difesa personale, meno che mai alla competizione. Nell’esercizio marziale, come in pochi altri, ci si confronta con i propri limiti, le proprie paure e se la pratica è ben guidata diventa uno straordinario cammino nella conoscenza di sé.
Un giorno mi regalasti un libro di Philippe Petit, cosa significa per te “camminare sul filo?
Il libro Trattato di Funambolismo, di Philippe Petit, il famoso funambolo che ha camminato su una fune tesa tra le due Torri Gemelle, è un capolavoro. Quando Philippe scese dalla fune dopo aver camminato per 45 minuti sul vuoto tra le due torri fu arrestato e mentre lo portavano via (tra gli applausi di chi aveva assistito a quell’opera d’arte memorabile) un giornalista gli chiese: Perché lo ha fatto? e Philippe rispose ridendo: Non c’è un perché. Ecco la concreta dimostrazione del più puro spirito artistico e creativo dell’uomo, quello che opera senza scopo, ma solo per esprimere una vocazione e una chiamata. Camminare sul filo significa non ridurre la nostra vita al solo calcolo di profitto e saper muovere un passo verso l’ignoto accettando pienamente il rischio. Significa comprendere che la nostra vita si consuma in un passo dopo l’altro, in ogni nostra azione; ritrovare il proprio centro ogni momento, quel centro che non è solo nel nostro corpo ma che va mantenuto armonizzandosi con il tutto.
Che cos’è un Dôjô?
Il termine Dôjô viene dal sanscrito e significa Luogo del Risveglio. In Giapponese, Luogo dove si perpetua la Via, con il termine Via si identificano tutti quei cammini di pratica che portano alla conoscenza di sé e a un perfezionamento morale e del carattere. Il Dôjô non può essere identificato con una normale palestra, in quanto sottende implicazioni morali e spirituali che lo sport moderno, ha spesso accantonato. Nel Dôjô si accede con un atteggiamento di grande rispetto e concentrazione: diventa il luogo dove possiamo incontrare autenticamente noi stessi e confrontarci con le nostre paure, limiti e capacità. Nelle Arti Marziali tradizionali la competizione è assente o, quando presente, è pensata in modo da essere uno dei tanti strumenti educativi al fine dell’evoluzione del praticante. Niente a che vedere dunque con la competizione intesa come obiettivo primario dell’allenamento. Un Dôjô è costruito e arredato secondo dei linguaggi simbolici tradizionali, codici millenari che parlano direttamente all’inconscio del praticante e ne influenzano il comportamento e la comprensione della disciplina praticata.
Tora Kan Dôjô

Cosa significa per te essere un monaco e come vivi la quotidianità?
A distanza di poco tempo dalle mie prime Sesshin a Fudenji sentii l’impellente necessità di condividere il prezioso tesoro che avevo scoperto e cominciai a sedere in Zazen nel mio Dojo con qualche allievo del Karate. Ricordo che un giorno il mio primo Maestro provocatoriamente mi disse: In fondo fai la vita di un monaco è ora che indossi “il Kesa”. Per me fu l’invito a divenire un monaco o meglio a celebrare e confermare attraverso il rito di Ordinazione la condizione che già mi apparteneva. O, come ha scritto Raimon Panikkar, accettai la sfida di scoprirmi monaco. In un primo momento provai anche una forte resistenza, il mio ego non voleva arrendersi, ma a poco a poco tutto accadde in modo così naturale che ogni mia difesa cadde. Non si ‘diventa’ monaci, ma si riconosce in sé stessi questa condizione archetipale dell’uomo. Monaco, da monos, essere unificati, divenire strumento di unificazione. Il monaco è colui che cerca di vivere riconciliandosi, con sé stesso, con il mondo, e mettendosi al servizio degli altri divenendo così a sua volta strumento di riconciliazione. Nello Zen non si fa differenza tra la pratica e le azioni quotidiane, anzi lo Zen “è” le azioni quotidiane. A partire dallo Zazen che apre ogni mia giornata da decenni, ogni mia azione si rifà a quel modello archetipale che è la mente-corpo dello Zazen, attingere a quel pensiero prima del pensiero, quello che in Giapponese si dice Hishiryo. La Pratica dello Zen è fatta delle mille azioni quotidiane che diventano celebrazione del mistero della vita. Anche nel lavarsi i denti al mattino recitiamo delle strofe, dette gatha, che ci ricordano che anche un gesto apparentemente così intimo e privato ha una risonanza cosmica e pertanto richiede tutta la nostra cura, attenzione e compassione. La mia mano allora non è più solo la mia mano, quando afferra uno spazzolino da denti, lava un pavimento o offre un bastoncino d’incenso, è la vita del cosmo intero che muove la mia mano. Ecco, quello che ricerchiamo attraverso l’esercizio zen è questa Kénosi, lo svuotamento che ci permette un’azione cosmica, la sola che ci può rendere pienamente umani.

Cosa pensi del tuo ruolo di Maestro e dell’essere insegnanti in generale?
Sono fermamente convinto che insegnanti si nasca, Maestri ancor di più. Bisogna possedere congenite qualità empatiche, di capacità comunicativa, di intuizione e dedizione che solo in minima parte possono essere acquisite con lo studio e l’esperienza. Credo di aver sempre avuto la vocazione all’insegnamento e ho sempre sentito prepotente la necessità di condividere la mia passione, la mia ricerca, il prezioso tesoro che mi veniva trasmesso dai miei Maestri. Ho sempre sentito l’urgenza di trasmettere, oltre me e la limitatezza della mia vita, quello che avevo ricevuto perché non andasse perso e credo che questa debba essere la molla primaria per chi si accinge a insegnare. Non qualifico nessuno dei miei allievi come insegnante se percepisco che dietro la sua richiesta di divenire un insegnante si nasconde una ricerca di profitto ed autoaffermazione. Credo di aver sempre insegnato con estrema onestà e sincerità perché non ho mai pensato al profitto nel predispormi all’insegnamento, né al profitto economico né alla ricerca di autoaffermazione. Non l’ho fatto nel Karate e meno che mai nello Zen che tutto può essere fuorché commercio e ricerca di fama e profitto, trappole in cui purtroppo sono caduti in molti. Ho più di 100 allievi nel Karate, solo nel mio Dôjô senza contare tutti i Dôjô d’Italia che fanno capo alla mia scuola, ma solo pochi di loro siedono in Zazen con me perché non faccio nessuna propaganda per lo Zazen tra i miei allievi del Karate. Chi arriva a sedere in Zazen nel mio Dôjô lo deve fare davvero con uno spirito di ricerca puro, svincolato da una ricerca di autoaffermazione o di potenziamento di sé, solo con questo spirito si può incontrare lo Zazen del Buddha e io non intendo trasmettere altro.

“Trovare non è in funzione della ricerca è la ricerca a essere una funzione del trovare”. Puoi commentare questa frase?
Comprensione e azione sono simultanei. Dovremmo dire: Non pratichiamo perché abbiamo fede ma abbiamo fede perché pratichiamo. Se qualcuno guarda da fuori, il nostro Zazen può sembrare pura follia, sedere immobili per ore di fronte a un muro. Ma nel momento in cui sediamo noi stessi con corpo e mente unificati dalla postura e dal respiro, allora qualcosa ci parla e avviene una comprensione intima che non è possibile esprimere a parole; e appare la fede.
Cosa ha significato avere un Maestro?
Si dice che sia una rara fortuna incontrare nella propria vita un vero Maestro. Io devo aver davvero un buon karma perché ho avuto la fortuna di incontrarne e seguirne addirittura tre. Il mio Maestro di Karate, Morio Higaonna Sensei, che vive a Okinawa e che ho incontrato quasi nello stesso momento in cui incontrai il mio maestro radice nello Zen, il maestro Taiten. Non fu per niente facile in un primo momento perché ogni Maestro, così come la Pratica che mi stavano trasmettendo, era estremamente esigente, ma io avevo deciso di dedicare la mia vita a questo cammino e pertanto a poco a poco le personalità e gli insegnamenti dei due Maestri si sono perfettamente assimilati nella mia vita completandosi armoniosamente. Fu un momento di gran- de commozione per me quando nel 2001 riuscii, in occasione del Gasshuku Europeo Iogkf che avevo organizzato a Roma, a far incontrare i miei due Maestri. Furono momenti di un’intensità e commozione che mi rimane difficile descrivere. In quella occasione organizzai anche un convegno dal titolo Zen e Budo, l’azione del Risveglio ovvero il Risveglio nell’azione in cui offrirono un intervento il Maestro Taiten, il Maestro Higaonna e il sottoscritto. Circa 10 anni fa mi allontanai dal mio primo Maestro perché sentii che dovevo prendere una distanza da quell’esperienza e anche per rivitalizzare il mio sguardo verso la Pratica e il mio insegnamento nel Dojo. Rimasi per quasi 10 anni da solo, continuando a sedere in Zazen con pochi allievi e dopo una breve parentesi di condivisione con la Comunità di Shinnyoji, il Tempio di Firenze, ho incontrato Dainin Jôkô Sensei. è stato un incontro davvero straordinario e misterioso. Ci siamo riconosciuti al primo sguardo e due nostri sogni ci hanno parlato chiaramente riguardo il cammino comune che stavamo per intraprendere. Nella storia dello Zen è capitato spesso così che un monaco venisse ordinato e praticasse sotto la guida di un Maestro e poi si allontanasse o fosse indirizzato dal suo stesso Maestro verso un altro Maestro da cui poi avrebbe ricevuto la Trasmissione, anzi nello Zen è quasi più questa la regola.

Mi racconti l’episodio legato alla respirazione nel momento della tua nascita?
Fu un episodio su tutti, emblematico dell’essenza straordinaria e misteriosa del mio incontro con Dainin Sensei. Quando sono nato, il 4 ottobre, non respiravo e sembrava stessi morendo, una suora presente in sala parto mi battezzò in extremis Francesco. Poi iniziai a respirare e i miei genitori, forse per un voto che fecero, ogni anno mi hanno portato in pellegrinaggio ad Assisi. Assisi e la figura di Francesco hanno dunque avuto una grande rilevanza nella mia vita e Francesco (che nelle sue scelte e stile di vita è così vicino allo Zen) mi ha ispirato sin da bambino. Sorprendentemente a distanza di poco tempo dal nostro incontro, Dainin Sensei mi disse: Voglio offrirti la mia Trasmissione e voglio farlo ad Assisi. E così è avvenuto. Dainin Sensei non sapeva nulla del mio passato e potete immaginare quanto mi colpirono le sue parole e la sua intenzione. La Trasmissione ad Assisi è stato il colpo di pennello finale che ha chiuso il cerchio della mia vita. È difficile esprimere le differenze tra i due Maestri. In Dainin Sensei ho incontrato l’amore più puro che lo Zen può incarnare, l’aspetto più materno del prendersi cura di ogni esistenza. Taiten Sensei incarnava il rigore dello Zen e a suo modo attraverso quel rigore paterno faceva passare tutta la sua compassione. Taiten Roshi ha fondato un monastero dove ci si ritira per Praticare rigorosamente. Dainin Sensei, pur essendo anch’egli un insegnante rigoroso, esprime il suo rigore attraverso un insegnamento che porta concretamente l’azione dell’amore dello Zen nel mondo, sulla strada, tra la gente, tra gli ultimi. Dainin Sensei non ha voluto mai fondare un monastero perché crede fermamente che oggi, la missione del monaco sia vivere nel mondo mettendosi al servizio e divenendo un esempio di vita amorevole e armoniosa. Inoltre, sia io che Dainin Sensei, abbiamo portato una forte critica all’Istituzione religiosa che spesso prende il sopravvento sul carisma e snatura la purezza dell’esperienza religiosa riducendola a mire carrieristiche con tutte le aberrazioni e i pericoli che ne derivano. Ecco che il diverso stile di insegnamento dei due grandi Maestri si è sciolto nella mia vita e riconosco che ogni momento della mia vita e della mia maturazione nella Pratica hanno richiesto uno specifico insegnamento perché io potessi oggi diventare l’uomo, il praticante e l’insegnante che sono.
Marco FIORAMANTI Roma 21 S ettembre 2025
(Intervista estratta dal volume Marco Fioramanti, FLORILEGIO, Edizioni Conoscenza 2022, pp. 397-400)
Tora Kan Dôjô – www.iogkf.it – www.torakanzendojo.org – www.kenzenichinyo.blog
