La farmacopea del Seicento: erotismo e sensualità nelle maioliche palermitane di Filippo Passalacqua

di Rosario DAIDONE

Tra i vasi di spezieria siciliani dedicati alle figure dei santi taumaturgici di tutto il calendario, questo raro albarello con la figura di Venere era destinato a contenere sostanze afrodisiache o rimedi curativi delle malattie legate alla sfera sessuale.

La dea Afrodite, accompagnata o meno da Cupido, che nella tradizione classica governava astrologicamente tutto ciò che riguarda l’amore e il desiderio rendendo la terra poeticamente feconda col sorriso. L’opera appartenente al primo quarto del XVII secolo che per motivi stilistici si attribuisce al noto decoratore palermitano Filippo Passalacqua ( Fig. n° 1) poteva contenere composti densi a base di spezie “calide”, cannella, zenzero, pepe, noce moscata e chiodi di garofano che, mescolati ad arte con miele o zucchero, venivano considerati eccitanti perché, secondo la teoria alchemica, se i quattro umori (sangue, bile gialla, bile nera e flegma) non erano più in armonia,  avevano il potere di “riscaldare” il sangue e risvegliare gli spiriti vitali.

Fig. n° 1 Filippo Passalacqua, Albarello con l’immagine di Venere; coll. priv.

Ma poteva conservare anche elettuari pronti all’uso che utilizzavano l’orchidea spontanea, le cui radici hanno forma di testicoli, o la Mandragora, entrambe celebri come potenti afrodisiaci sin dall’antichità insieme alla comune rucola che Ovidio nell’’Ars Amatoria” consigliava a chi voleva farsi valere sotto le coperte.

La figura di Afrodite, immaginata da Passalacqua trionfante sulla conchiglia trascinata da una vela gonfia di vento verso lidi fertili e felici, serviva allo speziale, meglio di un’etichetta, come promemoria visivo che indicava il contenuto strettamente legato ai benefici suscitati dalla dea oppure ai poteri curativi delle malattie veneree.

Fig. n° 2 Venere Particolare
Fig. n° 2 verso dell’alberello Venere Particolare

L’autore evidentemente s’ispira nell’impostazione dell’immagine all’opera di Botticelli che conosce attraverso le incisioni circolanti, ma rispetto al grande pittore fiorentino non si cura di nascondere le parti intime di Afrodite dal seno procace e dal pube bene in vista che reca in mano un allusivo fiore campanulato sfiorando la pornografia. (Fig. n°2)

Il verso della maiolica è più che mai opportunamente dedicato ai trofei, simbolicamente legati alle battaglie amorose in cui campeggia la sigla SPQP del senato palermitano ad indicare il luogo di produzione. L’albarello doveva trovarsi in una spezieria siciliana opportunamente separato, per decenza, dalla schiera dei vasi con le immagini dei santi. Una maiolica alta quasi 30 centimetri da cui attingere la pozione da consegnare al cliente con molta riservatezza, lontano dagli occhi indiscreti degli avventori onde evitare pettegolezzi e maliziose battute.

Ma i giochi sessuali fatti oggetto nel 1524 d’attenzione artistica da parte del grande pittore manierista Giulio Romano erano già entrati nelle corti italiane attraverso le incisioni di Marcantonio Raimondi col titolo “I Modi” che artisticamente in 16 quadri, accompagnati dai sonetti lascivi di Pietro Aretino, illustravano senza pudore le varie posizioni che si possono assumere nell’amplesso. (Fig. n° 3 )

Fig. n° 3 immagini di due posizioni de “I Modi” dall’edizione Longanesi & C, Milano 1984

L’autore siciliano, rispetto ad altri decoratori del suo tempo, giocando da uomo libero e colto sull’abbreviazione del suo nome di battesimo, firmava un noto cilindro di spezieria definendosi “filosophus”, sapiente. (Fig. n° 4)

Fig. n° 4 Cilindro firmato, immagine tratta da R. Daidone, La Ceramica Siciliana, Kalos 2005

Effettivamente, rappresentando un’Afrodite senza veli egli si trova anche in sintonia con i migliori maestri delle fabbriche rinascimentali che non si limitavano a produrre spiritose opere con immagini pornografiche destinate alle classi aristocraticamente sciolte dalle convenzioni sociali. Piatti di Urbino, Casteldurante o Deruta da regalare in occasione di fidanzamenti o matrimoni come augurio di una vita sessuale feconda e soddisfacente. (Figg. n°5 e n°5 b).

Fig. n°5 Piatto con la donna che raccoglie peni, “ai buoni frutti donne” Deruta 1550 ca. Parigi, Museo del Louvre.
Fig. n° 5 b  Piatto con scena erotica, Deruta, prima metà del XVI secolo, Parigi, Musée du Petit Palais o in deposito al Museo del Louvre. 

Ma non è detto che l’albarello di Passalacqua potesse contenere soltanto afrodisiaci destinati a suscitare piacere e felicità giacché avrebbe potuto conservare anche i semplici adatti a guarire le malattie veneree particolarmente diffuse nelle città portuali come Palermo ben fornita di lupanari.

Fig. n° 6 Frontespizio dell’opera di Leonardo Fioravanti, coll. priv.

Non per nulla alle afflizioni di genere sessuale il celebre alchimista Leonardo Fioravanti (Bologna, 1517 – 1588) aveva dedicato ben sette capitoli della sua opera “De secreti rationali” pubblicata nel 1564. Fortunato volume di piccole dimensioni presente negli inventari delle spezierie del Seicento che varrebbe la pena leggere nell’edizione veneziana del 1640 per conoscere i rimedi empirici che venivano usati nella cura del “mal francese” prima che la medicina adottasse adeguati metodi scientifici. (Fig. n° 6 )

In questo frequentato prontuario medico se più o meno attendibili per diretta osservazione risultano i sintomi, a dir poco discutibili sono le sostanze ritenute adatte alla guarigione. Nel capitolo 11° del libro primo l’autore bolognese parte da una considerazione che si rivela di rilievo sociologico sia per quanto riguarda la precocità dei rapporti sessuali che per la facilità, ai suoi tempi, di contrarre malattie veneree.

Egli osserva

quando i putti arrivano all’età di quattordici o quindici anni o più che incominciano a innamorarsi e andare a donne come si usa, molte volte per qualche accidente, pigliano i caruoli (ulcere) nella verga. (…)

Quelli che vengono come scorticature sono di poca importanza e facili da guarire, ma

quelli che sono come porri sono pessimi da curare e bisogna ammazzarli col caustico rimedio che consiste nel mettere insieme salgemma e sublimato, arsenico e aceto, materiali tutti che hanno virtù attrattiva e mortificativa.
Fig. n° 7 L’androgino dell’albarello; immagine da Rosario Daidone, op. cit

E così di seguito sino al capitolo diciottesimo man mano esaminando il cavaliere alchimista scrupolosamente i sintomi di ogni malattia e indicando puntualmente i rimedi basati sulla teoria degli opposti: le afflizioni causate da frigidità da combattere con elementi ritenuti “calidi” e viceversa. Le purghe e il vomito che rientravano nelle sue prescrizioni servivano ad espellere dallo stomaco e dall’intestino le radici del morbo nel tentativo di ripristinare la perduta armonia degli umori. Filosofiche drastiche necessità arrivate in occidente dagli alchimisti arabi, Mesue e Avicenna. Alla luce di questa teoria è lo stesso Passalacqua a dipingere un altro albarello di speziale con la figura che presenta le caratteristiche tipiche dell’androgino alchemico (Rebis) adattate ai canoni estetici e all’abbigliamento del tardo Rinascimento/Barocco. (Fig. n° 7 )

I lineamenti del profilo, i baffetti finissimi e i capelli raccolti in boccoli morbidi uniscono tratti mascolini e femminili in un’unica fisionomia idealizzata. Il personaggio indossa elementi dell’abbigliamento maschile tipico del Seicento (la gorgiera, il giubbetto e i calzoni a sbuffo), ma il suo portamento, la delicatezza dei tessuti, le maniche decorate e i colori alternati richiamano quelli femminili. Evidentemente si tratta della rappresentazione iconografica della conciliazione degli opposti adottata dal Fioravanti.

La chiave di lettura dell’immagine è rappresentata infatti dal nastro d’oro che, avvolgendo il corpo della figura, unisce la parte inferiore, terrena e materiale, a quella superiore della guarigione. Il personaggio indica infatti col dito della mano destra la terra, con quello della sinistra il nastro che si attorciglia come il serpente mercuriale che feconda sé stesso, simbolo della natura androgina che racchiude in sé il principio vitale della salute. Non si conosce quale specifico medicamento potesse contenere questo albarello in mano allo speziale. Doveva comunque trattarsi di una formulazione talmente equilibrata e perfetta che era in grado di ripristinare la perduta armonia degli umori, materia alla quale non disdegnarono di dedicarsi anche gli alchimisti gesuiti che in Sicilia possedevano numerose spezierie legate ai loro collegi.

Di perniciose e poco onorevoli malattie veneree Passalacqua sembra tuttavia voler orgogliosamente mostrare di non soffrire decorando un’altra opera, anch’essa dedicata all’androgino, attraverso il suo vibrante ritratto posto tra i trofei del verso. (Fig. n° 8)

Fig. n° 8 Albarello con figura di androgino e autoritratto nel verso. Autoritratto nel medaglione di un altro albarello; immagini da Rosario Daidone, op. cit.

Poiché In nessuna altra maiolica siciliana antica è facile trovare effigiato l’autore, risulta eccezionale, anche per questo motivo, la figura del pittore Passalacqua nei risvolti psicologici connessi alla libertà espressiva delle sue opere.

Filippo Passalacqua doveva avere una grande considerazione del suo sapere e consapevolezza della sua arte che in effetti coraggiosamente si discosta dalla produzione seriale dei decoratori del suo tempo, in particolare da un noto pittore contemporaneo di maioliche allineato alla morale corrente come Andrea Pantaleo.

Una singolare figura quella di Passalacqua che gli studi cominciano ormai a valutare nella sua specificità riconoscendo l’efficacia delle sue dotte creazioni artistiche che, valicando nell’albarello di Afrodite i limiti della decenza, ignorava le proibizioni imposte dall’Inquisizione che aveva condannato al rogo “I Modi” di Giulio Romano, ma si mostrava meno severa verso le classi privilegiate alle quali essa stessa apparteneva insieme agli speziali e ai loro fornitori di maioliche.

Rosario DAIDONE  Palermo 26 Luglio 2026