di Claudio LISTANTI
Uno dei concerti più attesi della Stagione Sinfonica 2025-2026 dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia era senza dubbio l’esecuzione Die Schöpfung (La Creazione) di Franz Joseph Haydn uno degli oratori più conosciuti dal pubblico come dimostra anche la massiccia presenza di pubblico per questa occasione ceciliana.

In più, poi, c’era l’attesa per l’esecuzione musicale di Daniel Harding da poco divenuto Direttore Musicale dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia che ancora una volta ha dimostrato la piena intesa con i complessi artistici dell’Accademia offrendo una interpretazione di notevole spessore.
Die Schöpfung. Un oratorio di riferimento per la Storia della Musica
Per una analisi del concerto ascoltato è significativo partire da alcune notizie di carattere storico.
Die Schöpfung fu scritto da Haydn nel periodo 1796-1798 e può essere considerato il frutto dell’interesse del compositore austriaco non solo per l’argomento strettamente religioso ma, anche, per la sua evidente attrazione per quei grandi affreschi corali che sono gli oratori di Georg Friedrich Händel, scomparso nel 1759, oratori che Haydn conobbe però molto da vicino a seguito di due viaggi a Londra che lo videro soggiornare nella capitale inglese nel periodo 1791-1792 e, successivamente, nel periodo 1794-1795. Ascoltò molte esecuzioni haendeliane che lo colpirono particolarmente, facendo nascere in lui una sorta di venerazione per il musicista sassone del quale ammirava il respiro d’insieme, il vigore musicale, la poeticità e, soprattutto, lo stile compositivo che si ispirava alle forme melodrammatiche settecentesche che avevano particolare ascendente presso il pubblico viennese.

I due viaggi a Londra furono proposti dal musicista ed impresario tedesco trasferitosi nella capitale inglese, Johann Peter Salomon, che durante il secondo soggiorno fece conoscere ad Haydn un testo che il poeta (oggi sconosciuto) Lindley scrisse per Händel, tratto dalla Genesi e dal Paradiso perduto di John Milton. Ma fu la traduzione tedesca di Gottfried van Swieten a far scoccare la scintilla creativa di Haydn che dal 1796 al 1798 lo mise in musica con il titolo Die Schöpfung.
L’esecuzione fu molto attesa nel mondo musicale viennese e la prima assoluta avvenne praticamente in due tappe: il 29 aprile 1798 con una esecuzione privata sponsorizzata da un gruppo di nobili cittadini a Palazzo Schwarzenberg e, l’anno successivo, il 19 Marzo 1799, presso il Karntnerthor-Theater di Vienna con una affollatissima esecuzione pubblica.
Il successo riscosso da Die Schöpfung fu senza precedenti come ricorda il musicologo Giovanni Bietti nelle note pubblicate nel programma di sala della serata, che collocarono quest’opera musicale tra le più celebrate del suo tempo, paragonabile alla fama odierna della Nona di Beethoven. Questo successo fu conseguente alle straordinarie doti di musicista di Haydn ma, anche, allo spiccato carattere handeliano della partitura con la sua brillantezza sonora unita ad una elegante e raffinata orchestrazione.

Strutturalmente Die Schöpfung è suddivisa in tre parti distinte, tra loro piuttosto bilanciate nell’elemento temporale, con le prime due dedicate alle sei giornate che impegnarono il Signore a trarre dal nulla la Terra e il sistema che l’accoglie e la terza parte, invece, dedicata agli ‘umani’ con l’amore tra Adamo e Eva. Il testo delle prime due parti segue con una certa fedeltà il racconto biblico contenuto nella Genesi enunciato dai tre arcangeli, Raphael, Gabriel e Uriel, mentre per la terza parte, i versi descrivono incisivamente le personalità di Adam ed Eva, coloro che avvieranno la stirpe del genere umano.
Per quanto riguarda la partitura è innegabile che essa sia stata concepita sul modello del grande Händel, con la sequenza di recitativi ai quali è affidato il ruolo descrittivo dell’azione, seguiti dalle arie che assumono anche la forma di duetti e terzetti, elemento considerato vero e proprio termometro psicologico delle sensazioni interiori di ogni singolo, o gruppi, di personaggi. Ad essi si aggiungono i cori, spesso in alternanza con le voci soliste, ai quali è affidato il ruolo conclusivo dei diversi ‘momenti’ raccontati, qui utilizzati alla fine di ogni giornata e, in maniera del tutto trascinante e monumentale, al termine di ognuna delle tre parti, l’ultima delle quali caratterizzata da un intervento di particolare magnificenza musicale, che pone il giusto suggello all’oratorio.

È innegabile altresì la chiara derivazione da stilemi mutuati dall’opera lirica, della quale Händel era maestro, genere frequentato spesso da Haydn non solo per la realizzazione di drammi teatrali seri ma anche per quelli di carattere giocoso. Una ispirazione che in Die Schöpfung ha influito certamente nella creazione della linea vocale, molto impegnativa per i solisti, in particolar modo per regalare all’ascoltatore la necessaria espressività di sentimenti e psicologie proprie di ogni singolo personaggio.
Ma Haydn riuscì ad inserire in questa partitura, oltre ad una raffinata ed ‘avanzata’ orchestrazione, anche un ulteriore elemento innovativo, quello di un diverso modo di realizzare i recitativi, confermandone il ruolo espressamente ‘descrittivo’ ma aggiungendo al loro interno anche degli elementi ‘esclusivamente’ melodici che ne arricchiscono le peculiarità ‘comunicative’. Tali caratteristiche emergono in special modo nella terza parte, il momento dell’oratorio che guarda di più al futuro, all’800 teatrale che di lì a qualche anno si affermerà in Italia e in tutta Europa, che vedrà entro un trentennio, o poco più, l’affermazione del ‘Romanticismo’, il periodo del teatro per musica, sicuramente, più celebrato al mondo.
In Die Schöpfung uno degli elementi più importanti è quello descrittivo che si pone in evidenza grazie alla raffinata strumentazione che il musicista austriaco mostra di possedere nella sua arte compositiva. Una delle pagine più geniali è quella introduttiva che all’ascolto riesce sempre ad essere emozionante e coinvolgente, sulla partitura nominata ‘La rappresentazione del caos’ con la quale Haydn riesce a far scoccare quella scintilla che diede il via alla creazione del mondo. Una sorta di magma musicale accoglie all’inizio lo spettatore, si ascolta una musica ‘sospesa’ che evoca una visione ‘grigia’ di quanto preesisteva alla creazione. La musica non lascia intravvedere alcun elemento preponderante. Uriel narra della volontà del Signore di creare il cielo e la terra partendo da una visione dominata dall’oscurità e dalle tenebre. Interviene il coro per comunicare che Dio sta creando la Luce. Su questa parola un forte dell’orchestra con tutti gli strumenti impegnati produce una sorta di esplosione sonora che ci fa capire che la creazione del mondo è iniziata, comunicando all’ascoltatore quella luminosità improvvisa che è stata la scintilla dalla quale tutto è iniziato. Alcuni critici hanno dato, per questo momento, una sorta di spiegazione filosofica legandolo all’Illuminismo settecentesco che vedeva nella luce l’ideale di un nuovo mondo, un elemento che avrebbe dato il via all’emancipazione e alla libertà degli uomini di tutta la terra. Interpretazione, certo, condivisibile ma alla quale si accoppia quella più specificatamente religiosa, affine anche alla mentalità di Haydn, che vede nella creazione della luce l’incipit che ha dato vita all’universo e a tutti i suoi contenuti, materiali, umani e spirituali.

Comunque la si pensi è però certo che da questo momento cambia l’atmosfera per l’ascoltatore che vedrà scorrere, immaginariamente, davanti a sé tutte le ulteriori fasi della creazione che seguono la separazione delle tenebre dalla luce, come la creazione del cielo, delle acque, dei frutti della terra, degli animali per giungere alla fine a quella dell’uomo, il tutto seguendo fedelmente quanto contenuto nella Genesi. Tutte fasi per le quali Haydn utilizza gli strumenti per regalare all’ascoltatore una ‘onomatopea’ che riesce a dipingere con la musica i vari momenti catartici della creazione. È questo uno degli aspetti più affascianti in quanto l’ascoltare può ravvisare come il ruggito dei leoni, lo scorrere dei ruscelli, l’agilità della tigre e del cervo come le sensazioni del gregge al pascolo.
Scaturisce così un affresco sonoro di notevole dimensione trascinando con forza lo spettatore all’interno di esso per rendere l’esperienza d’ascolto del tutto partecipata. Per raggiungere tutto ciò Haydn utilizza una raffinata orchestrazione basata su un organico particolarmente ricco che oltre agli archi prevede 3 flauti, 2 oboi, 2 clarinetti, 2 fagotti, un controfagotto, 2 corni, 2 trombe, 3 tromboni, timpani e basso continuo ai quali si aggiunge la potenza del coro misto a quattro voci e cinque parti vocali.

Die Schöpfung. L’esecuzione di oggi
Per questo concerto molto convincente è stata la direzione di Daniel Harding che riesce sempre di più ad entrare in sintonia con i complessi artistici dell’Accademia di Santa Cecilia per modellare le esecuzioni alla sua sensibilità di artista ed all’impronta interpretativa che le contraddistingue.
Anche in questa occasione ha dato estrema cura alla parte orchestrale, curando tutti i minimi particolari, restituendo all’ascoltatore una straordinaria cantabilità abbinata ad appropriata scelta dei tempi e particolare attenzione ai colori, ai ritmi e alle dinamiche dei suoni. Sotto questo aspetto ha avuto la piena collaborazione dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia che ancora una volta ha dimostrato la sua valenza musicale ed interpretativa.
Inoltre Harding è riuscito ad amalgamare la parte sinfonica con la parte vocale, sia con il Coro dell’Accademia di Santa Cecilia per l’occasione diretto dal britannico Sam Evans, sia con i tre cantanti ai quali è stata affidata la parte solistica. Ne è scaturita una esecuzione ‘monolitica’, aggettivo utilizzato in senso del tutto positivo in quanto lascia intendere in maniera assoluta omogeneità e compattezza d’insieme.

Per quanto riguarda la compagnia di canto ha brillato particolarmente il soprano di origini kirghise Katarina Konradi, alla quale sono state affidate le parti di Gabriel ed Eva. Ha mostrato una voce di particolare chiarezza abbinata ad una apprezzabile tecnica vocale che le permette di frequentare con facilità il registro acuto, doti che le hanno consentito di superare con disinvoltura le difficoltà della linea vocale che Haydn ha concepito, come anche per gli altri interpreti, di carattere ‘operistico’. Anche il baritono di origini ungheresi Michael Nagy, Raphael e Adam, ha esibito una vocalità autorevole e sicura nell’intonazione doti acquisite grazie ad una carriera di carattere internazionale sia in campo liederistico che in quello lirico. Nagy e la Konradi, assieme, hanno offerto una prova del tutto convincente nell’impegnativa terza parte riuscendo a dare spessore alle parti di Adam ed Eva ed al duetto a loro dedicato da Haydn così pieno di forza interiore ed espressività. La parte di Uriel, alla quale Haydn ha impresso in maniera preponderante una vocalità più orientata verso il recitativo e il declamato, è stata assegnata al tenore inglese Joshua Ellicott, cantante di larga esperienza nelle parti di carattere ‘oratoriale’ che ha dato il giusto risalto al personaggio grazie alla sua voce di ‘tenore lirico’ che gli ha consentito di essere interprete convincente.
Il concerto al quale abbiamo assistito (28 febbraio) si è concluso con un successo di vaste dimensioni decretato dal numeroso pubblico accorso presso la Sala Santa Cecilia dell’Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone che mostrato un pieno gradimento per quanto ascoltato.
Claudio LISTANTI Roma 1 Marzo 2026
