di Francesca LICORDARI*
Se c’è un luogo in cui i resti archeologici romani sono ancora perfettamente conservati e possono quindi essere compresi nella loro interezza, questo è l’Algeria: un paese rimasto a lungo al di fuori dei normali itinerari turistici, dove le rovine antiche possono essere ammirate in una dimensione di silenzio, respirando l’aria di un glorioso passato. Chi studia “Archeologia delle province romane” non può trascurare le vestigia di Timgad, Djemila, Cherchell e Tipasa, che, con il loro incrocio ortogonale di strade e la presenza dei principali edifici pubblici, rappresentano dei casi studio perfetti e restituiscono con chiarezza l’organizzazione e la vita delle città di epoca romana.
Situato sulla costa a circa 70 km a ovest di Algeri, nell’antica provincia romana della Mauretania Caesarensis, uno dei siti più affascinanti è sicuramente Tipasa (patrimonio UNESCO dal 1982), un punto di incontro tra natura e storia, dove le rovine si affacciano su un mare azzurro e luminoso, creando un paesaggio unico e suggestivo: un paradiso terrestre che nel 1938 fu descritto da Albert Camus nel suo saggio Nozze a Tipasa (e poi nel successivo Ritorno a Tipasa del 1953).
“A Tipasa, vedo ciò che credo, e non mi ostino a negare ciò che mi abbaglia. Non c’è bisogno di cercare lontano: tutto è qui, il sole, il mare, il vento leggero tra le rovine. In primavera, Tipasa è abitata dagli dèi e gli dèi parlano nel sole e nel profumo dell’assenzio, nel cielo azzurro e nel mare coperto d’argento. Comprendo qui ciò che si chiama gloria: il diritto di amare senza misura. C’è una sola verità: quella del sole e del mare.”
Il celebre scrittore, nato in Algeria e profondamente legato ai paesaggi mediterranei della sua terra, descrive la città con parole intense e luminose, trasformandola in un simbolo di armonia tra uomo e natura, definendola proprio per questo connubio una “sposa sfacciata”. Per Camus non si tratta di un semplice sito archeologico, ormai morto e abbandonato, ma di un’esperienza sensoriale e filosofica, dove l’uomo può riscoprire il legame profondo con la natura e vivere pienamente il presente, grazie al profumo intenso di piante aromatiche (assenzio, lentisco), che stordisce sotto il sole cocente. Il luogo è dominato da colori accesi come il blu del mare e del cielo, il giallo del sole, il rosa delle bougainvillee e il rosso dei gerani, che crescono sulle vecchie mura. A questa vivace policromia aggiungerei il verde rigoglioso degli alberi e della campagna circostante, che rendono ancora oggi la visita delle rovine molto rilassante.
Le divinità pagane sono per Camus ancora vive, non hanno abbandonato il luogo, ma anzi comunicano attraverso la natura, rendendo l’esperienza un rito quasi religioso e primordiale.
Fondata dai Fenici come emporio commerciale, Tipasa divenne città romana con Caligola nel 39 d.C. e municipio di diritto latino (Plinio, Nat. Hist., V, 20) nel 46 con Claudio. Fu poi elevata a rango di colonia sotto Antonino Pio con il nome di Colonia Aelia Augusta Tipasensium, per raggiungere l’apice della prosperità e del prestigio alla fine del II secolo con l’imperatore di origine africana Settimio Severo. Lo sviluppo della città fu favorito dalla posizione strategica lungo le rotte marittime del Mediterraneo, che la rese un centro attivo per il commercio e gli scambi culturali.


La presenza di basiliche cristiane attesta la diffusione del cristianesimo a partire dal III secolo, con una comunità che si è organizzata creando una gerarchia episcopale.
Le possenti mura lunghe più di 2 km e con 37 torri hanno garantito alla città protezione a lungo: nel 371-372 d.C. riuscì a resistere vittoriosamente all’assedio dei ribelli berberi guidati di Firmo. Fu con i Vandali di Genserico che la città capitolò nel 430 e si avviò verso un inesorabile declino, nonostante una breve ripresa a seguito della riconquista da parte dei Bizantini di Belisario nel 534. Tipasa perse poi gradualmente importanza e i suoi abitanti abbandonarono il sito, portando via materiali da costruzione, che saranno reimpiegati per la fondazione del nuovo insediamento di El-Djezair (Algeri).
La visita della città antica inizia con l’anfiteatro (lungo 80 metri sull’asse maggiore) del quale è perfettamente visibile la forma ovale. Mentre la parte superiore della cavea è andata distrutta, si possono apprezzare l’arena, conservata nella sua interezza, e l’insieme dei sotterranei. Come tutti gli anfiteatri dell’Impero romano, anche quello di Tipasa era destinato ai combattimenti tra gladiatori (munera) e alle cacce con animali (venationes). Più controversa per questioni di spazio l’ipotesi dello svolgimento di battaglie navali, che avrebbero comportato un dispendio di acqua non indifferente, anche se la struttura risultava servita da un acquedotto.

L’edificio non fa parte del nucleo primitivo della città, sorto sul promontorio centrale, chiamato fin dall’antichità “Collina dei templi”, dove si trovano invece i resti del foro, del Capitolium, della curia, della basilica civile e del faro di età moderna. Rientra, invece, insieme al vicino teatro nell’ampliamento urbano del II secolo d.C.
Benché piuttosto in rovina, il teatro conserva le fondamenta del palcoscenico; il muro di scena fu invece smantellato nel 1847 per la costruzione di un ospedale. Rispetto agli altri teatri algerini, che risultano appoggiati per motivi di economia e di spazio a una collina, sfruttando le caratteristiche del paesaggio circostante, quello di Tipasa segue i principi dell’architettura romana con la cavea realizzata su delle sostruzioni artificiali. Un’altra particolarità è data dalla fossa di scena, che qui risulta più profonda del solito in quanto veniva inondata per migliorare l’acustica.



Lungo il decumanus maximus, una delle più importanti strade cittadine orientata est-ovest, si trova lo scenografico ninfeo, una fontana monumentale di marmo, di forma semicircolare decorata con colonne. Ad abbellire il tutto vi dovevano essere una serie di statue e di rivestimenti decorativi oggi perduti. In direzione ortogonale nord-sud è il cardo maximus che a Tipasa si presenta come una splendida strada lastricata, delimitata lateralmente da un portico e al centro una fogna di raccolta dell’acqua.



Lungo le arterie principali si sviluppano le botteghe, le abitazioni, le terme, tutti quegli edifici che attestano lo svolgimento delle attività della vita quotidiana. Non distanti dalle piccole terme, gli scavi archeologici hanno rilevato la presenza di vasche cetariae (di fermentazione) per la lavorazione del pesce, di grandi brocche, di condutture e di una fogna di raccolta. Questi ambienti hanno fatto pensare alla presenza di una fabbrica di garum.
Quest’ultimo rappresenta un aspetto fondamentale dell’economia di Tipasa, strettamente legato alla sua posizione costiera. Il garum era un condimento particolarmente apprezzato dai Romani, ottenuto dalla macerazione di piccoli pesci (sardine e alici) e interiora di sgombri e tonni con sale, fino a produrre un liquido denso e molto saporito.
La ricetta ci viene fornita da Quinto Gargilio Marziale (III secolo d.C.), che scrive come sul fondo di una vasca debba essere posto un alto strato di erbe aromatiche disseccate e dal sapore forte come aneto, coriandolo, finocchio, sedano, menta, pepe, zafferano, origano, sul quale poi disporre le interiora e i pesci e uno strato di sale alto due dita. Il tutto doveva essere ripetuto fino a raggiungere l’orlo e lasciato riposare al sole per sette giorni, quindi per altri venti bisognava mescolare il composto fino a ottenere un liquido denso.

Posta su un alto promontorio, in posizione particolarmente scenografica a picco sul mare ed esposta ai venti, è la grande basilica cristiana, il maggior edificio di questa tipologia (m 58 x 24) scavato fino a oggi in Africa, testimonianza fondamentale della cristianizzazione dell’Africa romana. La struttura è stata costruita alla fine del IV secolo reimpiegando i materiali provenienti dal Capitolium, con uno sviluppo obbligato verso est. In origine doveva essere a sette navate, con quella centrale di dimensioni maggiori (m 13). In seguito quest’ultima fu ulteriormente divisa portando l’edificio a nove navate e rendendo la basilica di Tipasa un caso eccezionale, con una soluzione monumentale e complessa, legata all’importanza della comunità cristiana locale. Il pavimento della basilica era interamente ricoperto da mosaici, in parte ancora visibili in situ, piuttosto grossolani, caratterizzati da una vivace policromia con decorazioni geometriche (intrecci, cerchi, motivi a reticolo) ed elementi vegetali stilizzati (viti, foglie e fiori).


Oltre alla basilica il complesso comprendeva una piccola cappella orientata in modo insolito e un fonte battesimale circolare con tre gradini di accesso. Da questo luogo proviene un’iscrizione, conservata nel museo di Algeri che recita
“Se qualcuno ha il desiderio della vita eterna / qui l’acqua lo purificherà / e i doni celesti gli saranno concessi”.

Non molto distante è il Martyrium circolare, una rotonda con un diametro di 20 metri, circondata da un muro decorato con pilastri. Al centro si trovava la tomba principale, attorno alla quale sono sorte altre sepolture. Colpisce la presenza di un sarcofago doppio, a sancire l’unione di una coppia anche dopo la morte.


Per approfondire la visita non si può trascurare il piccolo museo archeologico realizzato nel 1950 con lo scopo di presentare ai visitatori parte dei reperti rinvenuti durante le operazioni di scavo. Il museo espone una varietà di materiali che permettono di ricostruire la vita della città tra cui mosaici con decorazione geometrica e figurata di epoca romana e cristiana; sculture ed epigrafi che documentano la vita pubblica, i personaggi locali e le istituzioni; oggetti di vita quotidiana quali ceramiche, utensili e materiali legati alle attività domestiche e commerciali; sarcofagi ed elementi funerari, testimonianze delle pratiche religiose e delle credenze sull’aldilà.
Uno dei reperti più interessanti è sicuramente il mosaico con la raffigurazione, all’interno di un riquadro, di un prigioniero, nudo e sottomesso, rappresentato in posizione seduta con le mani dietro la schiena insieme alla sua famiglia, proveniente dall’abside della basilica civile.
La figura è inserita in una composizione decorativa accompagnata da motivi geometrici a pelte e 12 rombi con figure di africani o abitanti di Tipasa. Il tema è particolarmente significativo perché allude alla potenza di Roma e alla sottomissione delle popolazioni locali, spesso protagoniste di rivolte, che vengono romanizzate. Ancora più emblematica la collocazione in un edificio pubblico, visibile a tutti, perché il mosaico assume una valenza simbolica di supremazia romana.

Il territorio circostante la città romana conserva testimonianze monumentali di epoca più antica e regale, come il celebre “Mausoleo Reale di Mauretania”, conosciuto come “Tomba della Cristiana” (Kubr-er-Rumia in arabo), visibile addirittura dalle alture di Algeri e dal mare, punto di riferimento per pescatori e marinai.
Questo mausoleo, risalente al I secolo a.C., è tradizionalmente attribuito per la sua grandiosità al re di Mauretania Giuba II e alla moglie regina Cleopatra Selene II, figlia della celebre Cleopatra e di Marco Antonio. La sua struttura circolare, con m 185,50 di circonferenza e m 60,90 di diametro, si ispira ai modelli ellenistici, basti pensare al tumulo di Filippo II di Macedonia a Verghina nell’odierna Grecia settentrionale. La forma ricorda anche le tombe circolari dette “a basina” di Tiddis. Notizie su questo edificio si hanno per la prima volta grazie a Pomponio Mela, che lo descrive nel 30 d.C. dandoci un importante termine ante quem. In realtà numerosi viaggiatori nel corso dei secoli lo hanno descritto. Augustin Berque nel suo libro del 1937 L’Algeria, terra d’arte e di storia racconta:
“Il Kbour-er-Roumia non ha esaurito la sua vocazione storico-leggendaria. Infestato da fantasmi, ricco di enigmi, e da una figura tozza sotto la luna berbera, risuona di respiri romantici. Nelle notti d’inverno, la galleria geme e sussurra. Le pietre vibrano, le luci ondeggiano. Che ambientazione per una trama di Walter Scott!…”.
La tomba è in un buono stato di conservazione a eccezione di una parte mancante del rivestimento, andata perduta a seguito del cannoneggiamento del pascià di Algeri Salah Rais nel 1555, che andava alla ricerca di un ipotetico tesoro. Non solo il tesoro non è mai esistito, ma quando nell’Ottocento sono stati effettuati gli scavi, la camera funeraria è stata trovata priva di qualsiasi decorazione e corredo. Difficoltoso è stato il raggiungimento dell’ambiente centrale circondato da un corridoio, tant’è che si è entrati sfondando una delle false porte del rivestimento e intersecando il suddetto corridoio.

Quattro false porte, alte m 6,90, sono presenti sull’esterno.
Le ante chiuse ricordano il motivo di una croce, che ha dato alla struttura la denominazione di “Tomba della Cristiana”. Non è chiaro per quale motivo si sia diffuso il termine al femminile, forse per la presenza nella zona del culto molto sentito di Santa Salsa oppure perché si pensava alla sepoltura di una donna cristiana. In realtà tale nome è stato attribuito dagli Europei, mentre gli Algerini chiamano il mausoleo semplicemente “Tomba del Romano”.
Per concludere molto suggestivo è il resoconto del luogo fornito da Pierre Benoît, l’autore del romanzo L’Atlantide, nei suoi racconti di viaggio:
“La Tomba della Cristiana appare improvvisamente sul paesaggio della costa algerina, isolata e maestosa, come un grande segno pietrificato lasciato da un passato remoto. La sua massa circolare si staglia contro il cielo e il mare, dominando la pianura e attirando lo sguardo da grande distanza. Non è soltanto un monumento antico, ma una presenza misteriosa, quasi irreale, che sembra appartenere più alla leggenda che alla storia. Nel silenzio del paesaggio, essa assume un carattere solenne e inquietante, come se custodisse un segreto dimenticato delle civiltà scomparse”.

Francesca LICORDARI 26 Aprile 2026
