di Claudio LISTANTI
Il direttore britannico John Eliot Gardiner è tornato in questi giorni nei concerti dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia ottenendo un notevole successo grazie ad un programma molto attraente che comprendeva l’Ouverture da Genoveva di Robert Schumann, il Concerto n. 3 in do maggiore per pianoforte e orchestra, op. 26 di Sergej Prokofiev con la partecipazione del pianista Alessandro Taverna e la Sinfonia n. 5 in mi bemolle maggiore, op. 82 di Jean Sibelius.
Questo concerto coronava una collaborazione tra il direttore e la prestigiosa istituzione musicale romana in essere da quaranta anni che, pur se percorsi in maniera un po’ discontinua, hanno segnato un cammino ideale tra le caratteristiche intrinseche dell’arte interpretativa di Gardiner ed il suo contributo all’interno della programmazione di Santa Cecilia.

Tale aspetto è stato messo ben in evidenza in un saggio della musicologa Carla Moreni, pubblicato all’interno del programma di sala che accompagnava il concerto. La collaborazione di Gardiner con l’Accademia è iniziata proprio quaranta anni fa, nel marzo del 1986, all’Auditorium della Conciliazione, quando alla guida delle sue creature Monteverdi Choir e English Baroque Soloist fu protagonista di una esecuzione della Johanness-Passion di Bach, interpretazione tra le più importanti di Gardiner divenuta, nel tempo, mitica. Con gli stessi complessi c’è stata nel 1993 La Creazione di Haydn e, nello stesso anno, La Messe solennelle di Berlioz e i Quattro Pezzi Sacri di Verdi con una altra sua importante creatura l’Orchestre Révolutionnaire et Romantique. Poi nel 2000, in occasione del Giubileo, presso la Chiesa di Santa Maria sopra Minerva, tre cantate di Bach ancora con Monteverdi Choir e English Baroque Soloist in parallelo con la monumentale iniziativa discografica dell’integrale delle Cantate bachiane.
Solo nel 2019 Gardiner guiderà per la prima volta l’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia in un mirabile concerto che proponeva Berlioz con il Carnevale Romano e Aroldo in Italia con la viola di Antoine Tamestit assieme ad una appassionante esecuzione della Sinfonia n.7 di Dvořàk. Qualche mese dopo una straordinaria e, per noi indimenticabile, esecuzione di Semele di Händel nella quale Monteverdi Choir e English Baroque Soloist ci hanno dato la dimostrazione di essere in ‘simbiosi’ con il loro creatore in quanto a perfezione sonora ed efficacia dell’interpretazione.
Poi altre due esperienze con l’orchestra ceciliana. Nel 2020 il Concerto K453 di Mozart con Piotr Anderszewski e l’Italiana di Mendelssohn per ritornare poi nel 2022 con una nuova esperienza de La Creazione di Haydn ma questa volta nell’inusuale versione intitolata La Creazione del mondo con il testo italiano. Come il lettore avrà già rilevato si tratta di un percorso che propone un arco di musiche che vanno da Bach e Händel fino a Dvořàk passando per Haydn, Berlioz e Verdi

Giungiamo così al concerto di oggi che, come anticipato, contiene musiche di Schumann, Prokofiev e Sibelius, autori che arricchiscono in maniera particolare questo piccolo percorso nell’ambito della Storia della Musica che Gardiner ha intrapreso nella collaborazione con l’Accademia di Santa Cecilia grazie ad una integrazione con diverse poetiche musicali ancora non percorse. A partire dell’afflato romantico che pervade le composizioni di Schumann fino al linguaggio sinfonico dei primi del ‘900 seppur antitetico tra Prokofiev, con il quale si respira l’aria di quel rinnovamento che contraddistingue le poetiche musicali di questo secolo, e Sibelius, erede del tardo romanticismo, qui incline ad una sorta di nazionalismo musicale con il richiamo alle caratteristiche ‘ambientali’ della sua Finlandia. Un concerto, questo, che in definitiva completa un excursus che Gardiner ha intrapreso per i concerti ‘romani’ portato avanti con lucidità in quaranta anni sempre con estrema vitalità, elemento sempre presente nelle sue interpretazioni, che evidenzia il suo indiscutibile spirito giovanile che emerge anche oggi con i suoi 84 anni di età.
Il concerto si è aperto con una illuminante lettura dell’Ouvertüre in do minore per Genoveva, op. 81 di Robert Schumann, composizione breve ma significativa per la bellezza espressiva di un brano che è l’unico superstite di un progetto operistico di metà ‘800 basato sulla leggenda medioevale che ha come protagonista la figura di Genoveva di Brabante, vittima delle voci calunniose di tradimento coniugale che portarono suo marito, Sigfrido, a scacciarla. L’opera non fu apprezzata ma rimase viva questa ouverture che spesso appare nei concerti. Grazie allo spiccato sinfonismo che la contraddistingue derivante anche dal fatto che, inusualmente, Schumann scrisse questa pagina prima di mettere mano all’opera ma che gli dona incontrovertibili elementi di autonomia rendendola composizione dallo straordinario respiro romantico e dalla dirompente cantabilità. Tutte caratteristiche che Gardiner ha messo bene in risalto regalandoci porco meno di dieci minuti di intenso ascolto nel quale emergeva il particolare afflato romantico che pervade tutta la composizione.
Gli altri due brani in programma, come anticipato, erano il Concerto n. 3 in do maggiore per pianoforte e orchestra, op. 26 di Sergej Prokofiev e la Sinfonia n. 5 in mi bemolle maggiore, op. 82 di Jean Sibelius. Entrambe erano il ‘cuore’ del programma della serata per la loro ‘contiguità’ dovuta all’appartenenza agli stessi anni (entrambe negli ultimi anni 10 dello scorso secolo) ma in possesso di elementi stilistici antitetici che hanno reso interessante, se non elettrizzante, l’ascolto di questo concerto.

Il Terzo Concerto di Prokofiev è il più noto dei cinque concerti pianistici scritti dal musicista russo in quanto sintetizza e anticipa lo stile della sua maturità artistica dove risalta la coinvolgente percussività degli elementi ritmici ed i richiami ai temi russi enunciati dal colore orchestrale le cui sonorità sono frutto delle sue raffinate doti di strumentatore. Nel contesto il pianoforte si inserisce con potenza ed incisività contribuendo in maniera assoluta ad intraprendere un dialogo netto e serrato, quasi senza respiro, garantendo però anche un apprezzabile, e godibile, cantabilità d’insieme. La direzione di Gardiner è stata del tutto omogenea ed attenta a porre in evidenza questo dialogo tra orchestra e solista che ha avuto il determinate contributo del pianista Alessandro Taverna, strumentista in possesso di una adeguata tecnica pianistica necessaria per arricchire questo dialogo. Per Taverna un successo personale di notevole spessore riservato dal pubblico di Santa Cecilia, notoriamente attento e appassionato per le prestazioni pianistiche, che ha chiesto insistentemente il bis che Taverna ha concesso regalando alla serata una preziosa integrazione. Taverna, infatti, ha scelto la Fuga proveniente dalle Variazioni e fuga su un tema di Telemann di Max Reger, composizione appartenente anch’essa allo stesso periodo al quale appartengono le altre due composizioni presentate in concerto (1915) arricchendo così la cifra stilistica di tutto il concerto. Composizione di grande virtuosismo che ha mostrato al pubblico le particolari doti tecniche e di padronanza dello strumento del pianista per una interpretazione salutata da lunghi ed entusiastici applausi.
Nella seconda parte del concerto c’era la Sinfonia n. 5 in mi bemolle maggiore, op. 82 del compositore finlandese Jean Sibelius. Stilisticamente posizionata quasi agli antipodi con il coevo Terzo concerto per pianoforte di Prokofiev dove le moderne pulsazioni verso la musica di stampo novecentesco sono sostituite dagli elementi di pace e di descrizione ambientale che ne esaltano i chiari riferimenti tardoromantici che la pervadono.
Questa sinfonia fu commissionata nel 1915 dal governo finlandese per celebrare il suo più grande musicista per il suo cinquantesimo compleanno. La Quinta Sinfonia ebbe anche una gestazione particolare perché, non soddisfatto del lavoro, dopo la prima esecuzione Sibelius sottopose la sua creatura a delle revisioni, nel 1916 e nel 1919, condensando i primi due movimenti in uno unico e, di conseguenza, portarli all’inusuale numero di tre anche se all’ascolto il primo movimento appare comunque composito e poco unitario. Inoltre portò modifiche alla strumentazione con l’introduzione del clarinetto basso ed una più cospicua parte dedicata agli ottoni. La versione del 1919 fu quella finale e definitiva e la sinfonia, oggi, entra nelle sale da concerto in questa ultima veste.

Le sinfonia all’ascolto mette in evidenza una piacevole cantabilità che evoca i grandi spazi dominati dal trionfo degli elementi naturali che il paesaggio finlandese espone con estrema efficacia, cornice ideale per evocare pace e riflessione che si insinua con forza nei primi due movimenti (Tempo molto moderato. Largamente. Allegro moderato) e (Andante mosso, quasi allegretto) entrambi deliziosi e, nel contempo, felicemente ispirati. Il tutto converge nel movimento finale (Allegro molto. Misterioso. Un pochettino largamente), una pagina la cui sapiente strumentazione abbinata ad un coinvolgente senso della melodia nobilita il contenuto della sinfonia che l’autore dichiarò essere ispirata all’eleganza del volo di uno stormo di cigni, a sua detta una delle più grandi esperienze della sua vita. Il tutto porta ad un finale inaspettato, enigmatico e per certi versi incomprensibile, sei accordi separati ognuno da lunghe pause, incisi inquietanti e misteriosi quanto inconsueti che regalano però fascino a tutta la sinfonia.

Gardiner ha diretto con autorevolezza e sicurezza non solo questa sinfonia ma anche tutto il resto dell’esecuzione grazie anche al contributo dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia che anche in questo caso ha mostrato intatto il suo valore. La direzione ci è apparsa curata in ogni sua componente, attenta ai tempi come alla dinamica dei suoni, risultando piacevolmente omogenea per regalarci un ascolto coinvolgente e partecipato. Notevole il successo di pubblico ottenuto da Gardiner al termine della recita del 27 marzo alla quale abbiamo assistito.
Claudio LISTANTI Roma 29 Marzo 2026
