di Sergio GUARINO
Maria Giulia Aurigemma, Il mondo di Vincenzo Giustiniani – Riflettere tra arte, cultura e natura nella Roma del primo Seicento, De Luca Editori d’arte, Roma 2024
“Altresì in Roma luminosa risplende la Giustiniana famiglia al presente nei signori Principi di Bassano Giustiniani genovesi“[1]:
ancora nel nono decennio del Settecento, poco prima del crollo di un ancien rĂ©gime che ormai sopravviveva a sĂ© stesso, l’origine ligure della celebre stirpe veniva sottolineata con un certo orgoglio da un erudito locale, malgrado a questa data i legami del “ramo romano” della famiglia con la cittĂ dei propri avi fossero esili.
I Giustiniani – o meglio, il ramo che qui interessa – si erano trasferiti a Roma alla fine degli anni sessanta del XVI secolo. Secondo un costume diffuso a Genova, il casato era tecnicamente un “albergo”, vale a dire un agglomerato di famiglie che per svariate ragioni – tra cui primeggiava la solidarietĂ economica – si riunivano sotto una denominazione comune, conservando talora il cognome originario con il prefisso “de” (ma spesso perdendolo nel corso del tempo): nel caso specifico, ad esempio, il marchese Vincenzo Giustiniani (1564 – 1637) e il cardinale Benedetto, suo fratello maggiore (1554 – 1621), erano figli di Giuseppe Giustiniani “de Nigro” e di Girolama Giustiniani “de Recanelli”.
Alla metĂ del Trecento una dozzina di famiglie genovesi aveva costituito una societĂ – la “Maona di Scio” (pronuncia genovese di Chio, oggi Chios, isola greca dell’Egeo) – per lo sfruttamento delle ricche risorse dell’isola (l’allume e il mastice[2] in particolare), scegliendo il nome Giustiniani da quello del palazzo di Genova in cui si svolgevano le loro riunioni d’affari[3]. Il consorzio si era quindi trasferito (in parte) sull’isola, proseguendo una lucrosa attivitĂ commerciale, bruscamente interrotta nel 1566 dalla conquista di Chio da parte dei Turchi (che vi rimasero fino al 1912). La successiva dispersione portò Giuseppe Giustiniani a cercare rifugio a Roma, dove risiedeva lo zio materno Giuseppe, generale dei Domenicani e poi cardinale dal 1570.

Giuseppe Giustiniani riuscì presto a ristabilirsi e a diventare uno dei principali banchieri della piazza romana, dove le finanze erano saldamente in mano ai genovesi e ai fiorentini (che si alternavano nella loro conduzione) e nel 1585 poteva garantire al primogenito Benedetto, avviato alla carriera curiale (fig. 1), la lucrosa prebenda di Tesoriere della Chiesa (rivenduta non molto tempo dopo con un ottimo guadagno), gradino fondamentale di un lungo cursus honorum che lo avrebbe portato a ottenere nel dicembre 1586 il cardinalato da parte di Sisto V e in seguito una serie mirabile di incarichi politici, tra cui la prestigiosa legazione bolognese nel 1605-1611 (venne sostituito da Maffeo Barberini, il futuro Urbano VIII)[4].

Spettò invece a Vincenzo (fig. 2)[5] il compito di affiancare il padre nel mondo finanziario e di succedergli a pieno titolo dopo la sua scomparsa nei primi tempi dell’anno 1600, proseguendo una fortunata carriera che lo avrebbe portato nel 1605 a ricevere il titolo di marchese sul feudo di Bassano di Sutri (oggi Bassano Romano), che il padre aveva comprato anni addietro e di cui Vincenzo fece qualcosa di piĂą di un semplice buen retiro. Per quanto possa sembrare strano – o almeno insolito – il Giustiniani non era affatto entusiasta del ruolo che si era dovuto addossare dopo la morte del padre e, pur avendo fatto fruttare sapientemente il corposo lascito ereditario, a poco a poco aveva smesso di essere “in prima linea”, stabilendo comunque utili connessioni con i banchieri toscani che stavano di nuovo emergendo e che avrebbero consolidato poi il proprio primato dal 1623 con il papato Barberini (Vincenzo aveva saggiamente istituito legami di affari con Marcello Sacchetti giĂ nel 1619).
In parallelo alle proprie carriere, i due fratelli Giustiniani avevano sviluppato uno spiccato interesse per l’arte, che prese corpo in una delle piĂą grandiose collezioni romane, dove quadri strepitosi – la raccolta comprendeva ben quindici opere di Caravaggio (fig. 3) –


si univano a una insuperata collezione di antichitĂ (fig. 4), tramandata dalle stampe della Galleria Giustiniana.
Peraltro Vincenzo, tra i mesi di marzo e agosto del 1606, compie un lungo viaggio in Italia e in Europa con un seguito di dieci persone, ai quali si aggiunge presto il pittore Cristoforo Roncalli (Pomarancio)[6].
Sono, questi, fatti davvero ben noti agli studi, a partire dalla pubblicazione nel 1960 – quando a occuparsi di documenti di archivio erano davvero pochissimi – di un fondamentale articolo (in tre parti) sulla raccolta Giustiniani per merito di Luigi Salerno[7], proseguiti nel corso del tempo e confluiti in anni piĂą recenti, grazie alle tenaci ricerche di Silvia Danesi Squarzina, nella mostra del 2001[8], con i contributi di diversi studiosi – affiancata da una esposizione dedicata all’aspetto antiquario della raccolta[9] – e nella pubblicazione da parte della stessa studiosa degli inventari Giustiniani, in tre volumi[10].
Tutto questo appartiene, in senso stretto, alla storia dell’arte e del collezionismo, nell’ambito di una ricerca tuttora in fieri. Ma c’è un altro aspetto di Vincenzo Giustiniani che si affianca all’essere stato un affermato banchiere e un accorto mecenate ed è quello della sua produzione “letteraria” (il termine è impreciso) che prende corpo nei suoi variegati scritti, composti – con l’eccezione del Discorso sulla Pittura, (piĂą esattamente Discorso sopra li varij modi della pittura), redatto secondo gli studi entro il 1618 – nel terzo decennio del Seicento, che spaziano in diversi campi del sapere e e della vita culturale.
Ad occuparsene per prima era stata Anna Banti (nom de plume, preso in prestito da una propria parente, di Lucia Lopresti, moglie di Roberto Longhi), che giĂ negli anni quaranta del Novecento, mentre raccoglieva materiale per la sua Artemisia, si era imbattuta in Vincenzo e aveva pubblicato il resoconto del citato viaggio del 1606, materialmente stilato dal segretario, Bernardo Bizoni: da quel pioneristico avvio ci sono voluti circa ottant’anni di ricerche per arrivare alla pubblicazione, da parte di Silvia Danesi Squarzina e Luisa Capoduro, dell’intero corpus degli scritti del marchese conservati presso la Biblioteca Apostolica Vaticana (Vat. lat. 12670)[11]. Gli studi storico-artistici si erano ovviamente occupati del Discorso sulla Pittura e giĂ dai banchi universitari si mandava a mente la frase forse piĂą celebre e ripetuta del testo, attribuita a Michelangelo Merisi:
“et il Caravaggio disse, che tanta manifattura gl’era Ă fare un quadro buono di fiori, come di figure“[12].
Sull’intera vicenda degli scritti di Vincenzo interviene Maria Giulia Aurigemma, con un articolato e incisivo contributo che, riprendendo tutti i singoli Discorsi, ne riannoda le fila inserendoli pienamente nel vivace dibattito culturale romano dei primi tempi del XVII secolo (Il mondo di Vincenzo Giustiniani – Riflettere tra arte, cultura e natura nella Roma del primo Seicento, De Luca Editori d’arte, Roma 2024, pp.144).
E’ un libro denso di notizie, dove la figura del marchese (ormai) romano non viene vista sotto la luce eroica che spesso caratterizza le ricerche monografiche, ma inquadrata realisticamente, osservando ad esempio come Giustiniani si fosse dedicato a questa impresa, durata diversi anni, per ragioni diverse, tra le quali una parte non secondaria va assegnata alla necessitĂ di vincere la noia dei soggiorni a Bassano Romano. La studiosa – che prosegue con questo volume le proprie ricerche, avviate almeno dall’epoca della mostra romana del 2001[13] e tuttora in corso[14] – puntualizza come i Discorsi, scritti da Vincenzo Giustiniani probabilmente nel proprio ritiro a Bassano (fig. 5), fossero stati composti per essere letti in consessi di eruditi e letterati, con la buona probabilitĂ che questo avvenisse a Roma, presso il casino Giustiniani nei pressi della Basilica di San Giovanni in Laterano (attuale Casino Massimo).

Il testo, strutturato in quattro capitoli e concluso da una bibliografia compiuta, inizia ripercorrendo (Manoscritti ed edizioni, capitolo I) le vicende editoriali degli scritti del Giustiniani, a partire dalla citata edizione del diario del viaggio del 1606 da parte di Anna Banti e proseguendo con una disamina davvero accurata sui manoscritti esistenti – in aggiunta a quelli in Vaticano – e le rispettive pubblicazioni/edizioni (alcuni sono rimasti inediti fino a tempi recenti), fino al resoconto sull’edizione vaticana del 2021, passando per l’intervento di Giovanni Gaetano Bottari nel 1775 e di Salvatore Bongi, che nel 1878 aveva trascritto e edito il Discorso sopra la Musica[15].
Su questo schema sono redatti i successivi tre capitoli, dove l’elegante e vasta cultura del marchese viene ripercorsa spaziando dai temi sociali (SocietĂ , lingua, viaggi, conversazioni, cap. II) a quelli piĂą propriamente artistici (Il gusto, l’antico, le arti, cap. III) e al variegato mondo della natura e dell’ingegno (Le attivitĂ , la natura umana e animale, i libri, cap. IV). Le informazioni accurate della studiosa, accompagnate da utili illustrazioni (il libro, va aggiunto, è stampato in modo esemplare), consentono di ripercorrere le numerose connessioni tra i Discorsi e i dibattiti culturali a Roma e in Europa, dove Giustiniani (come annotato nel 2021 da Danesi Squarzina e ripreso con precisazioni da Aurigemma) si collega alla nascita del “libertinismo” europeo, sulla scia di Montagne.
Questo è senza dubbio il valore intrinseco piĂą alto degli scritti di Giustiniani, vale a dire il contributo essenziale alla formazione di un linguaggio privo di preconcetti: lo sguardo lucido sul mondo reale – il Discorso con avvertimenti ad uno che viene alla corte di Roma sfiora il cinismo, evitando ogni caricatura – si intreccia con temi apparentemente piĂą leggeri (la conversazione, i cavalli, i cani), riuscendo con ironica eleganza a non mettersi (troppo) su un piedistallo, come rivela il titolo dell’ultimo scritto (Lettera di Bassanese Passatempo).
Sul citato piedistallo erano invece collocate le statue antiche, alle quali il marchese Vincenzo dedica il suo scritto più intrigante (almeno per chi scrive), il Discorso sopra alcune curiosità delle antichità di Roma, dove tre personaggi – Palanio (Vincenzo Giustiniani), Tiramo (Francesco Angeloni) e Gualdo (Francesco Gualdi)[16] – discutono in effetti di una varietà di argomenti, che aprono la strada a digressioni illuminanti sulla nuova consapevolezza che si sta creando nel mondo ancora così giovane dei collezionisti:
“Dirò che, generalmente, sono riputati curiosi quelli che si dilettano delle cose antiche, come di statue, medaglie, intagli e metalli et altri frammenti degni di essere osservati“[17].
Pochi anni dopo, mentre si sta esaurendo la scrittura dei Discorsi, Vincenzo avrebbe avviato l’iniziativa della Galleria Giustiniana[18] (fig. 6), che prende corpo negli anni trenta del Seicento:

malgrado la tiratura limitata – ne erano previste duecento copie – la raccolta di incisioni dedicate a opere della propria collezione voleva essere, nelle intenzioni di Giustiniani, non tanto (o almeno non solo) uno sfoggio del proprio successo quanto un’occasione di “circolaritĂ e condivisione di interessi” (Aurigemma), con un’intuizione che rende il marchese quasi un precursore (purtroppo noto solo agli studi) di mentalitĂ a noi piĂą vicine.
Sergio GUARINO Roma 31 Maggio 2026
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