di Vitaliano TIBERIA
RICORDO DI PIERLUIGI LOTTI (Roma, 12 Gennaio 1948 – 25 Gennaio 2026)
Scompare con Pierluigi Lotti, Architetto e Storico dell’arte, una delle personalità più importanti per gli studi su Roma espressi in una prosa classicistica e moderna aliena dai facili manierismi linguistici oggi diffusi in parecchi contesti socio-culturali, non ultimi i grandi mezzi pubblici di comunicazione.
Sodale del prestigioso Gruppo dei Romanisti, lo ricordano con profonda stima i numerosi studiosi, fra i quali molti giovani, che hanno potuto pubblicare in piena libertà i loro scritti su “Alma Roma”, la rivista, fondata nel 1922 e diretta da Pierluigi Lotti dal 1993, che si è distinta per l’originalità e il valore scientifico dei contributi di romanistica pubblicati. A questa sede letteraria Pierluigi aveva aggiunto Quaderni e Monografie, spazi storico-letterari-filosofici eletti, condivisi per molto tempo con un’altra rivista romana come “L’Urbe”, fondata nel 1936 da Antonio Muñoz e diretta per tanti anni dall’indimenticabile Manlio Barberito. Due sedi di alta cultura che hanno mantenuto viva l’attenzione per gli studi di archeologia, di storia e di critica dell’arte a Roma, fondati sul metodo storico-filologico-estetico, spesso tradotti in veri e propri capolavori letterari. Lungo è l’elenco degli studiosi che hanno partecipato alla vita di queste sedi della cultura: ricordo almeno Cesare D’Onofrio, Armando Schiavo, Carlo Pietrangeli.
Esemplari di un metodo multiforme di fare storia nell’accezione greca di “ricerca” restano, fra i numerosi contributi di Lotti su “Alma Roma”, due scritti: Il Monastero del Bambino Gesù ed i Tesori ritrovati, del 2011, redatto insieme a Gianfrancesco Solferino; quindi, a firma del solo Pierluigi, Le voci di Tor di Nona, del 2016.
Il primo scritto era dedicato al cospicuo patrimonio storico-artistico di un antico complesso romano, costruito fra XVII e XVIII secolo per volontà pontificia e destinato ad ospizio delle Oblate, il Monastero del Bambino Gesù, rimasto pressoché sconosciuto, come rilevava Pierluigi nella prefazione a quel libro, agli stessi abitanti del rione Monti, aggiungendo con un pizzico di orgoglio morale ed editoriale:
«Il “corredo” delle oblate è un tesoro nel più ampio significato della parola: per il suo notevole valore intrinseco; per il suo destino di rimanere nascosto, riservato a pochi fruitori, quasi sepolto e dimenticato; per l’avventura legata alla sua scoperta, esperienza della quale facciamo partecipi i lettori dell’Alma Roma».
Quello scritto aveva soprattutto il merito di far conoscere numerosi oggetti d’oreficeria di alto valore artistico, ma, dato il luogo della loro destinazione, difficilmente visibili, perché, osservava Pierluigi
«[…] relegati sin dalle origini nei reconditi ambienti monacali; opere di un grande valore economico oltre che estetico, rimaste a conoscenza di pochissime persone».
Nel secondo saggio, del 2016, sempre su “Alma Roma”, dedicato alla via di Tor di Nona, l’antica Turris Annonae, in Campo Marzio, era ricostruita in un’ampia sintesi ma con particolari significativi la storia laica e religiosa di una delle principali e più antiche strade di Roma, caratterizzata da una brillante vivacità dei residenti ma anche dalla variegata presenza di molte personalità di vertice della cultura mondiale: in primis, Dante, e quindi Torquato Tasso, ospite in palazzo Gabrielli Taverna del cardinale Ippolito d’Este, anche se, avvertiva Pierluigi con prudenza filologica, di quel soggiorno non restano tracce; vi sono quindi ricordati i soggiorni di Benvenuto Cellini, Michel de Montaigne, François-René de Chateaubriand, Francesco Domenico Guerrazzi, George Byron, del quale è riportata da Lotti la descrizione crudamente particolareggiata della morte per decapitazione, nel 1817, di tre condannati a morte a Tor di Nona.

Questo scritto ha il merito di far rivivere, talvolta nei particolari, il fervore della vita di una parte di Roma scomparsa, ma vivacissima fra Medioevo ed età moderna: rivediamo così il grande afflusso dei pellegrini provenienti dal nord in transito da Porta Flaminia verso San Pietro, soprattutto in occasione dei Giubilei, fra i quali, nel primo del 1300 c’era Dante, ma apprendiamo anche delle attività collegate al Tevere, come la pesca, i trasporti mercantili, i traghetti lungo le rive del fiume, la conciatura delle pelli, i mulini natanti per macinare il grano; e ancora, l’attività mercantile di oggetti di devozione, come corone per il rosario, immaginette, ma anche cambiavalute e cortigiane.

Un mondo vivace e colorito, in cui sacro e profano s’incontravano costantemente, che Lotti ha così rievocato:
«L’aspetto della vita, ed il suo “suono”, doveva essere all’epoca molto simile ad un suk orientale, una strada mercato che seguiva l’andirivieni dei pellegrini, e degli stranieri in genere.
«Lo spettacolo doveva essere affascinante ma al tempo stesso creare molti problemi, a romani e stranieri. Sembra quasi una cronaca odierna perché i maggiori disagi, qui come in altre strade romane, riguardavano il traffico di uomini e mezzi e la pulizia delle strade.».
Per documentare nei particolari il contesto urbano preso in esame Lotti pubblicava quindi alcuni passi dello Statuto del 1452 emanato da Niccolò V, uno strumento amministrativo-penale contenente le prescrizioni e le proibizioni in materia di abusi nei confronti del decoro cittadino , su cui erano chiamati a sorvegliare
«li maestri de li edifitij et strate», agendo nei confronti «de tutti i delinquenti a lloro officio o vero sententia gravare, pignorare, pigliare et carcerare […] et far pagare loro la pena fino la somma de dieci libre».
Con un pizzico d’ironia, il pensiero va all’acribia tanto severa quanto inutile delle “Grida” manzoniane, perché molti degli abusi descritti in quello Statuto quattrocentesco sono stati sempre presenti e lo sono ancor oggi in Roma.
L’edificio di Tor di Nona, ricorda Lotti, fu anche carcere fino al 1655 per divenire quindi inaspettatamente teatro in legno voluto dal conte Giacomo d’Alibert, costruito su progetto di Carlo Fontana e ricostruito più volte, cambiando anche il nome nel 1781 in Teatro Apollo, in cui furono rappresentati, le opere verdiane Trovatore e Ballo in maschera, fino alla demolizione definitiva nel 1889 a seguito dei lavori di sistemazione degli argini del Tevere.

Un’impresa inevitabile, quest’ultima, per risolvere il problema delle alluvioni, che sommergevano Roma fin nelle zone interne, spesso fino al Pantheon. Di quelle ricorrenti calamità particolarmente rovinosa fu l’alluvione del 31 dicembre 1869 nel Pantheon, come un presagio funesto per le sorti dello Stato Pontificio, perché avvenuta nove mesi prima della Breccia di Porta Pia, del 20 settembre 1870; documentano quell’alluvione che inondò il Pantheon un dipinto di Alessandro Faure e una lapide posta su una parete interna dell’angusta scala che conduce al piano attico del Pantheon, a cui si accede entrando dal portoncino laterale di sinistra sotto il pronao. L’iscrizione, in lettere capitali latine, ricorda così quell’evento catastrofico in cui le acque si innalzarono dal suolo per circa due metri e mezzo:
- DOM. MDCCCLXX. KAL. IAN.
AQUA. TIBERIS. HUC. ASCENDIT;
La narrazione di Lotti descrive quindi le vicende successive otto-novecentesche con una vena malinconica per le demolizioni effettuate per far posto a nuove prospettive viarie, il corso Vittorio Emanuele II con il ponte omonimo e via Zanardelli con il Ponte Umberto, fino al Diradamento edilizio teorizzato da Gustavo Giovannoni nel 1913 e da lui ripubblicato nel 1946 nel volume Il Quartiere romano del Rinascimento; una teoria controversa, quella del Giovannoni, il quale, confrontandosi con le nuove speculazioni etico-architettoniche-urbanistiche europee, tentò ingegneristicamente di limitare le perdite delle antiche preesistenze a Roma, riuscendo tuttavia solo in parte ad armonizzare l’antico con le nuove concezioni urbanistiche e le aspettative esistenziali della città.
Dopo aver descritto gli anni bui della guerra e del secondo dopo guerra, questo scritto di Lotti si conclude ricordando la lenta e faticosa rinascita di Tor di Nona, velata tuttavia da un pizzico di nostalgia per quelle “voci” svanite nel tempo, che tuttavia continuano ad aleggiare nel Rione Ponte; l’ultima delle quali Pierluigi l’ha sentita risuonare ancora in un murale del 1976 raffigurante un asino alato, fatto da alcuni giovani extraparlamentari «presto integrati al sistema, per lo più studenti di architettura», che egli definì ironicamente «la risata dell’asino che vola» !
Nel nostro tempo spesso è richiamato come una grande novità il metodo della curatela per perseguire sia l’aleatorio dialogo fra opere d’arte antica e prodotti estetici contemporanei (di cosa possano parlare Raffaello e Cattelan, o Burri e Michelangelo resta un mistero) sia i descrittivismi di maniera privi di riferimenti scientifici, talora caratterizzati da improvvisazioni e da omissioni bibliografiche. Ebbene, la scomparsa di Pierluigi Lotti segna la perdita di un intellettuale gentiluomo, che ha creduto sempre nella ricerca di tutto ciò che ha universalmente testimoniato il faticoso progredire della civiltà a Roma. Pensando al suo impegno viene in mente un celeberrimo scrittore veneto di altri tempi, anch’egli innamorato della Città eterna, Silvio Negro (1897-1959), giornalista e studioso di romanistica, autore di grandi libri come Seconda Roma 1850-1870, del 1943, e Roma non basta una vita, uscito postumo nel 1961, con i quali ha illuminato l’eternità dei grandi monumenti romani, ma ha scovato anche il bello della vita annidato negli angoli più bui e sconosciuti della quotidianità dell’Urbe. Come ha fatto Pierluigi Lotti.
Vitaliano TIBERIA Roma, 9 Febbraio 2026.

