“Il Trionfo del Tempo e del Disinganno”. Al Teatro dell’Opera di Roma un Händel ‘televisivo’ con la regia di Robert Carsen

di Claudio LISTANTI

Il Trionfo del Tempo e del Disinganno, oratorio scritto nel 1707 da Georg Friedrich Händel, è stato recentemente eseguito al Teatro dell’Opera di Roma nella inusuale veste della ‘forma scenica’ con la regia di Robert Carsen e la direzione d’orchestra dello ‘specialista’ Gianluca Capuano. Entrambi gli artisti hanno così riproposto un’edizione da loro stessi curata nel 2021 per il Festival di Salisburgo che è stata accolta qui a Roma da un lusinghiero successo di pubblico, sia per l’esecuzione musicale sia per la realizzazione scenica.

Come il lettore avrà già notato uno degli elementi di interesse di questa esecuzione, oltre alle straordinarie doti musicali della splendida partitura, era il fatto che per l’occasione è stata abbandonata l’originale versione oratoriale optando per una versione in forma scenica, operazione che proprio per le caratteristiche basilari di questo ‘Trionfo’ andava incontro a notevoli difficoltà di carattere interpretativo.

Pur se, come vedremo, la realizzazione scenica ha mostrato diversi elementi apprezzabili, di certo non giova al capolavoro händeliano che presenta una struttura del tutto funzionale alle dimensioni oratoriali che ne caratterizzano l’originale.

Fig. 1 Il trionfo del Tempo e del Disinganno, regia di Robert Carsen. Una scena d’insieme. Foto Fabrizio Sansoni – Opera di Roma.

Come accennato Händel compose Il Trionfo del Tempo e del Disinganno nel 1707 quando si trovava a Roma città nella quale giunse sul finire del 1706 per completare le sue doti di musicista, già consolidate in diversi anni in un altro grande centro europeo per la Musica, Amburgo. Per integrare la sua esperienza intraprese un viaggio in Italia frequentando i grandi della scuola italiana e facendo tappa e soggiornare a Firenze, Roma ed infine Venezia.

A Roma conquistò subito l’ambente culturale come dimostra una cronaca dell’Abate Francesco Valesio, punto di riferimento importante nel panorama culturale romano dei primi decenni del Settecento, che nel suo Diario di Roma scrisse nel gennaio del 1707:

“È giunto nella nostra città un Sassone, eccellente suonatore di cembalo e compositore, il quale oggi ha fatto gran pompa di sé suonando l’organo nella Chiesa di San Giovanni, con stupore di tutti i presenti.”.

Tutti questi avvenimenti non sfuggirono ai grandi mecenati appartenenti alla più importanti famiglie gentilizie romane, che erano l’asse portante dell’Arte e della Cultura nella Roma dell’epoca, primo fra tutti il cardinale Benedetto Pamphilj seguito poi dai cardinali Pietro Ottoboni e Bartolomeo Ruspoli.

Benedetto Pamphilj rivestì un ruolo di primo piano nella vita culturale e artistica romana del XVII e XVIII secolo. Mecenate di artisti e musicisti fu anche letterato e dilettante di musica. Dal 1698 entrò nell’Accademia dell’Arcadia con il nome di Fenicio Larisseo. Importante fu la sua attività di librettista di oratori, stampati e divulgati in occasione delle rappresentazioni e fu anche autore di commedie ‘piccanti’, sonetti, odi epiche come di arie moraleggianti, liriche, poesie encomiastiche, epigrammi e cantate.

Fig. 2 Johanna Wallroth (Bellezza) in una scena de Il trionfo del Tempo e del Disinganno. Foto Fabrizio Sansoni – Opera di Roma.

I suoi testi furono musicati da grandi musicisti come Alessandro Scarlatti e offrì ancche protezione economica e logistica a nomi come Arcangelo Corelli, Giovanni Lorenzo Lulier, Alessandro Melani, Antonio Maria Bononcini che mise sotto le sue ali protettrici, finanziandone la pubblicazione e le esecuzioni delle opere.

Non si fece sfuggire, quindi, la presenza di Händel per il quale scrisse i testi per la Cantata Il Delirio amoroso e successivamente affidando al sassone la sua opera di maggior risonanza, appunto l’oratorio Il Trionfo del Tempo e del Disinganno, musicato nella primavera del 1707 da Georg Friedrich Händel e della quale l’anno successivo, ne produsse una rielaborazione. Questo testo fu anche riproposto nel 1725 per il Collegio Clementino con titolo modificato in II Trionfo del Tempo nella Bellezza ravveduta la cui musica fu affidata ad un altro suo ‘protetto’, Carlo Francesco Cesarini.

Il Trionfo del Tempo e del Disinganno è un oratorio nato nel rispetto delle regole che disciplinava la vita artistica della Roma papalina del primo ‘700 dove le rappresentazioni teatrali non erano possibili e, di conseguenza, l’opera come spettacolo autonomo non trovava la necessaria cornice per essere eseguita. Inoltre erano anche proibite le esibizioni di cantanti donne per cui si doveva ricorrere ad interpreti maschili oppure affidando parti cantate ai castrati. Il ‘Trionfo’ nacque su questi presupposti.

Fig. 3 Il trionfo del Tempo e del Disinganno. Johanna Wallroth (Bellezza), Raffaele Pe (Disinganno). Foto Fabrizio Sansoni – Opera di Roma.

Il testo del Cardinale Pamphilj era il frutto di questa particolare visione e Il Trionfo del Tempo e del Disinganno assume le caratteristiche di opera allegorica a sfondo indiscutibilmente morale. In esso non esiste una azione teatrale drammatica ma solo un contenuto teorico e concettuale.  È suddiviso in due parti ed ha quattro personaggi con funzione assolutamente allegorica: la Bellezza, il Piacere, il Tempo e il Disinganno.

Nel contenuto troviamo Bellezza che guardandosi allo specchio si ammira pensando però che con il tempo declinerà. Il Piacere la convince del contrario facendole credere che bella lo sarà per sempre. A controbattere questa visione c’è il Tempo che ricorda come nelle tombe non si ravvisano segni della bellezza e il Disinganno ricorda che il Tempo è essenziale perché scandisce la vita dell’uomo. Bellezza è come schiacciata dalla morsa costituita da Piacere in contrapposizione con Tempo e Disinganno. Il contrasto si sviluppa nella seconda parte con Bellezza che intraprende un percorso che la porta a ragionare sulle sue convinzioni per sbarazzarsi delle idee del suo passato che rinnega, percorrendo la via della penitenza. Il Piacere è sconfitto, Tempo e Disinganno vincono mentre Bellezza potrà aspirare alla grazia di Dio.

Come si potrà notare è indiscutibile il contenuto filosofico di questo oratorio nato sulle parole del Cardinale Pamphilj che Händel riesce ad esaltare con la sua musica riuscendo a dare ad ognuno dei quattro personaggi una perfetta fisionomia interiore che si materializza assegnando ad ogni ruolo splendide arie, diversi pezzi a due e un pezzo a quattro che conclude la prima parte. Il tutto riesce a mettere in evidenza quel percorso che porta ad individuare il travaglio interiore del personaggio principale di Bellezza a rivedere le sue convinzioni fino ad inserirsi nei dettami dell’autorità costituita e servire da monito e insegnamento per i credenti.

Fu il primo grande successo di Händel che trovò nel genere ‘oratorio’ una delle espressioni più importanti del suo genio musicale. Solo l’anno successivo (1708) produsse un altro suo grande capolavoro La Resurrezione mentre ritornò altre due volte su Il Trionfo del Tempo e del Disinganno quando la sua attività di compositore si svolgeva interamente a Londra. Nel 1737 con una revisione, sempre nella lingua italiana con il titolo Il Trionfo del tempo e della verità e, nel 1757, quando oramai la sua produzione oratoriale si basava su testi in lingua inglese, con The Triumph of the Time and Truth (Il trionfo del tempo e della verità). Testimonianza questa dell’immensa considerazione che il compositore ebbe per questa sua opera che si inserisce trasversalmente nell’evoluzione stilistica della sua produzione regalando a questo oratorio anche la caratteristica di chiudere, temporalmente, la cospicua parte del suo catalogo destinato a questo genere musicale.

Fig. 4 Il regista Robert Carsen durante le prove. Foto Fabrizio Sansoni – Opera Roma.

La realizzazione dello spettacolo

L’edizione de Il Trionfo del Tempo e del Disinganno che è andata in scena con successo al Teatro dell’Opera di Roma è stata affidata per la parte visiva al celebre regista canadese Robert Carsen che ha riproposto una sua creazione prodotta in collaborazione con il Festival di Salisburgo dove è stata rappresentata nel 2021.

A nostro giudizio la scelta di rappresentare in forma scenica un oratorio ci è parsa per certi versi discutibile proprio per le caratteristiche dell’oratorio che non prevedeva l’azione scenica e, per di più, per una composizione come Il Trionfo del Tempo e del Disinganno di carattere squisitamente ‘allegorico’, come poco prima anticipato, e quindi mancante della seppur minima azione scenica. Ad accrescere queste caratteristiche manca anche la figura dello ‘storico’ (oppure del ‘testo’) vale a dire colui che spiega la storia e/o i fatti storici che generano la vicenda lasciando alle arie il compito assoluto di comunicare allo spettatore lo stato d’animo dei singoli protagonisti.

Fig. 5 Johanna Wallroth (Bellezza) in una scena de Il trionfo del Tempo e del Disinganno. Foto Fabrizio Sansoni – Opera di Roma.

Robert Carsen è certo un artista di teatro di grande valore famoso al mondo per le sue ‘modernizzazioni’ che qui risultano però del tutto fuorvianti per la fruizione di una partitura con la quale magistralmente Händel pone l’ascoltatore davanti al dramma intimo di un personaggio come la Bellezza preso tra le lusinghe del Piacere e richiami dell’autorità costituita e che si trova di fronte ad una scelta che, visti i tempi ai quali è avvicinata, non può essere che quella di allinearsi con la morale comune. Scelte come queste di proporre oratori in forma scenica ci sembrano complicate e del tutto superflue considerando anche che, se vogliamo restare nel catalogo di Händel, ci sono più di trenta opere scritte per il teatro basate su personaggi, azioni, e ambientazioni storiche ben individuabili dai quali prendere più agevole ispirazione.

Tra le peculiarità dell’arte teatrale di Carsen c’è quella di procedere alla modernizzazione di quanto rappresentato, elemento cercato con assiduità ma che lo porta ad essere purtroppo ripetitivo. Così è capitato anche in questa occasione proponendo una realizzazione in alcuni momenti di stile ‘televisivo’. Sulla scena comèariva uno studio tv con tanto di schermi e maxischermi con la presenza continua di telecamere che, ormai, non fanno neanche più notizia visto l’abuso che se ne fa oggi nelle realizzazioni per il teatro d’opera non solo da parte di Carsen ma anche da molti altri, spesso sedicenti, registi che raggiungono spesso lo scopo di travisare le originali intenzioni degli autori, frutto del genio di grandi artisti di teatro come possono essere Verdi, Puccini e Rossini solo per fare qualche comprensibile esempio.

Fig. 6 Una scena de Il trionfo del Tempo e del Disinganno regia di Robert Carsen. Foto Fabrizio Sansoni – Opera di Roma.

Tutto ciò ha invaso frequentemente la parte scenica concepita per questo capolavoro di Händel dove irrompono in maniera deflagrante gli elementi che manipolano la realtà come l’utilizzo accecante del chroma key o diversi fermo immagine e momenti di recitazione con diverse versioni e angolazioni tutte in contemporanea. Un po’ fuori luogo erano le coreografie, del tutto avulse dalla realtà e forse l’unico elemento volgare di questa messa in scena che risultano estranei all’argomento trattato.

Fortunatamente, però, Robert Carsen è artista di rilievo e lunga esperienza e le sue creazioni sono sempre di gran classe realizzate per raggiungere lo scopo di raccontare l’azione in maniera efficace ed elegante non in senso astruso come capita con altri registi.

Per Il Trionfo del Tempo e del Disinganno ha sdoppiato la parte scenica proponendocela su due piani: quella leggera delle tentazioni del Piacere e quella più pesante, plumbea, dove sono impegnati il Tempo e il Disinganno presentandoli fortemente contrastanti negli sfondi e nei colori, vivaci ed eclettici nel rappresentare le lusinghe proposte dal Piacere, scure e seriose le altre dove Tempo e Disinganno lavorano per portare Bellezza verso il loro punto di vista ed i loro insegnamento. Non a caso la seconda parte dove queste peculiarità irrompono con intensità ed energia è risultata la più coinvolgente nel presentare il travaglio di Bellezza nell’operare la sua scelta che la porterà a schierarsi con la tradizione e l’autorità costituita.

La realizzazione scenica era basata sulla drammaturgia di Ian Burton mentre le scene e costumi erano di Gideon Davey, le luci di Peter van Praet e Robert Carsen, le coreografie di Rebecca Howell con la cospicua parte video di RocaFilm. Tutti questi elementi sono risultati aderenti alla concezione di base di Robert Carsen rafforzandone i contorni e le scelte teatrali.

Fig. 7 Ed Lyon (tempo), Anna Bonitatibus (Piacere), Johanna Wallroth (Bellezza) e Raffaele Pe (Disinganno). Foto Fabrizio Sansoni – Opera di Roma

La parte musicale.

Il Trionfo del Tempo e del Disinganno è stato affidato alla direzione di Gianluca Capuano, musicista di provata esperienza per questo genere musicale che già ebbe successo nel 2021 al Festival di Salisburgo. Ha utilizzato la prima edizione del 1707 di questo grande oratorio händeliano ben coadiuvato dall’Orchestra del Teatro dell’Opera. La sua direzione è parsa godibile e, nell’insieme, accurata e attenta, con l’adozione di tempi condivisibili anche se, per questo aspetto, molto contano le opinioni personali degli appassionati e degli addetti ai lavori. Nell’insieme, anche grazie al valore dell’Orchestra del Teatro dell’Opera, l’esecuzione è stata omogenea ben calibrata in tutte le sue componenti.

Concludiamo la nostra recensione con la compagnia di canto. Ad oggi non sappiamo molto della prima esecuzione a Roma nel 1707 de Il Trionfo del Tempo e del Disinganno perché restano sconosciuti sia il luogo dove avvenne, sia i cantanti coinvolti nell’esecuzione. Per questa esecuzione romana al soprano Johanna Wallroth, al suo debutto presso il Teatro dell’Opera, è stato affidato il personaggio cardine dell’oratorio, Bellezza. Al mezzosoprano Anna Bonitatibus il ruolo di Piacere, al controtenore Raffaele Pe, specialista per il barocco, quello di Disinganno e al tenore britannico Ed Lyon Tempo.

Nel ruolo centrale di Bellezza Johanna Wallroth ha offerto una prova per certi versi discontinua soprattutto per alcune evidenti difficoltà nel frequentare il registro acuto e per la dizione a volte poco comprensibile. Una parte importante anche quantitativamente alla quale Händel dedica ben nove arie. Molto brava scenicamente per aver assimilato la concezione scenica ideata da Carsen ha comunque fornito una prova diligente che è maturata con il procedere della recita e della straordinaria intensità drammatica che progressivamente ha coinvolto lo spettatore per concludersi con il gran finale che Händel riserva al personaggio, il recitativo ‘Pure del cielo’ con la successiva aria ‘Tu del ciel ministro eletto’ dimostrando così la conclusione del percorso che porta il personaggio al compimento del suo travaglio interiore. Un momento quasi catartico dell’opera nel quale la Wallroth ci è parso sia stata convincente.

Fig. 8 Johanna Wallroth (Bellezza) e Anna Bonitatibus (Piacere). Foto Fabrizio Sansoni – Opera di Roma.

Il mezzosoprano Anna Bonitatibus anche se non in possesso di uno stile particolarmente raffinato ha comunque convinto nella sua difficile parte per la sua voce molto calda che ha dato spessore al ruolo di Piacere della quale ricordiamo le due arie importanti Lascia la spina’ che poi Händel riutilizzerà nel Rinaldo per renderla vero e proprio mito di tutta la storia dell’opera. Ad essa occorre aggiungere gli attimi furiosi di ‘Come nembo che fugge col vento’ alla quale il mezzosoprano ha dato efficace espressività.

Nel ruolo di Disinganno c’era il controtenore Raffaele Pe. Personalmente non siamo appassionati di questo tipo di voce che recentemente sta divenendo una sorta di ‘moda’ nei teatri d’opera. Ma dobbiamo dire che Pe possiede una voce molto ben registrata e, allo stesso tempo, dal timbro affascinante, che non mostra quasi mai gli sforzi nell’emissione che contraddistinguono le prove vocali di questo tipo di cantanti. Il suo canto risulta piacevolmente flessibile ed espressivo grazie anche ad una precisa intonazione e ad un pieno controllo delle emissioni che hanno però trovato qualche momento di difficoltà nelle tessiture più acute. Della sua prova ricordiamo due arie della prima parte ‘L’uomo sempre se stesso distrugge’ e la suggestiva ‘Crede l’uom ch’egli riposi’ eseguite in maniera trascinante.

Per lui un successo personale indiscusso, salutato da diversi applausi a scena aperta sintomo di un chiaro gradimento della sua interpretazione da parte di tutto il pubblico.

Fig. 9 Ed Lyon (Tempo) e Raffaele Pe (Disinganno). Foto Fabrizio Sansoni – Opera di Roma.

Ed Lyon, il tenore al quale è stata affidata la parte di Tempo, ci è parso il più debole della comunque pregevole compagnia di canto, che ha evidenziato diverse difficoltà nella linea vocale dedicata al personaggio da lui interpretato, con emissioni a volte forzate ed una pronuncia italiana non molto efficace.

Tutta la compagnia, però, ha seguito con evidenza le indicazioni registiche proponendo una recitazione del tutto in sintonia con la realizzazione dello spettacolo rivelandosi così elemento fondamentale per il successo che ha ottenuto, nell’insieme, lo spettacolo nella recita alla quale abbiamo assistito (9 aprile) al temine salutata da lunghi applausi all’indirizzo di tutti gli interpreti in palcoscenico.

Claudio LISTANTI  Roma  19 Aprile 2026