Il Settecento in Sicilia nel volume di Leda Vasta dedicato a Giovan Battista Piparo

di Mario LIPARI & Gaetano BONGIOVANNI

Due voci per una mostra

Nuova luce su Giovan Battista Piparo

Caro Bongiovanni,

torno a scriverti perché un progetto di una mostra monografica su Giovan Battista Piparo sta prendendo forma nella mia mente come un itinerario ragionato attraverso le pregevoli testimonianze che Leda Vasta ha saputo leggere con tanta acutezza. L’autrice, reduce da “Ginevra Bacciarello. Il destino di una pittrice” (2022), espande il ventaglio conoscitivo del suo pubblico con “Giovan Battista Piparo. Un Maestro del Settecento siciliano”, pubblicazione Agorà (fig. 1).

Porgendo i miei più sentiti ringraziamenti alla Vasta, se questa mia utopistica esposizione dovesse mai realizzarsi, frenata dall’inamovibile supporto che “imprigiona” le sue opere, il cuore pulsante sarebbe costituito, a parer mio, da tre tappe fondamentali, tre “stazioni” della bellezza che ridefiniscono il Settecento catanese.

Ecco come immagino il mio percorso ideale: la prima tappa non può che essere l’Aula Magna del Palazzo dell’Università. Qui il Piparo ci accoglie con l’affresco della Venere e Marte (1756 ca., fig. 2) che, grazie allo studio della Vasta, finalmente riusciamo a leggere non come una generica allegoria, ma come una raffinata trasposizione dell’Inno a Venere di Lucrezio.

2. Venere e Marte, 1756 ca., Palazzo dell’Università

È commovente osservare come la dea indichi il Colosseo tra le nubi, invocando la pace per i Romani (e per la Sicilia del tempo, martoriata dai conflitti). La tecnica del Piparo qui è un miracolo di equilibrio: fonde la leggerezza barocca con una compostezza che ricorda Guido Reni, usando grigi morbidi e guizzi vermigli.

Spostandoci verso l’attuale facoltà di Giurisprudenza, che trova residenza principale presso la Villa Cerami, incontreremmo l’Assunzione della Vergine (1755, fig. 3).

3 . Assunzione della Vergine, post 1755, Villa Cerami

Per anni celato sotto una coltre di gesso, questo affresco è stato a lungo attribuito a Olivio Sozzi, frescante che conosciamo molto bene. Tuttavia, l’analisi della Vasta evidenzia una gestualità più enfatizzata e un dinamismo tipicamente “pipariano”. La scala cosparsa di rose, che sembra uscire dalla cornice in un perfetto trompe-l’oeil, è il segno distintivo di un artista che voleva annullare il confine tra terra e cielo, tra spettatore e sacro.

Il culmine di questo, ahimè, percorso espositivo mentale sarebbe nel Refettorio Grande, attuale Aula Magna, del monastero di San Nicolò l’Arena sulla collina di Montevergine, dinanzi alla Gloria di San Benedetto con San Nicola (1777, fig. 4).

4. Gloria di San Benedetto con San Nicola, 1777, monaestero di San Nicolò l’Arena

È un’opera immensa, un “teatro del mondo”, un racconto che viene suddiviso in tre registri abbracciando i quattro continenti di cui vorrei porre alla tua attenzione la meravigliosa allegoria dell’America con il puma e l’Africa con l’elefante dagli occhi umanizzati. Piparo riesce nell’impresa di rendere “visibile” la disputa sull’Immacolata Concezione, mettendo in scena San Tommaso d’Aquino dubbioso e Duns Scoto, mentre San Benedetto trionfa su una biga. La Vasta ci spiega, inoltre, come questo affresco superi la lezione di Luca Giordano per approdare a un “protoneoclassicismo” dove la luce si fa pacata e le forme più solide.

Bongiovanni, realizzare una mostra del genere significherebbe non solo celebrare un pittore, ma riconoscere a Catania il suo ruolo di “città splendente”, teatro di scambi culturali tra Roma, Palermo e Napoli.

Leda Vasta ci ha fornito la “mappa” scientifica; ora servirebbe solo il coraggio di trasformare queste pagine in un’esperienza visiva per tutti. Riconoscere Piparo significa smettere di considerarlo un “minore” e accoglierlo come il cronista visivo di un’epoca che seppe trasformare le calamità del terremoto in un’occasione di rinascita europea. Perciò mi fermo qui e lascio a te le ultime considerazioni su questa utopia per noi necessaria.

Mario LIPARI Palermo  1 Marzo 2026

Caro Lipari,

comprendo perfettamente il tuo sogno museografico scaturito dalla scintilla degli studi di Leda Vasta, come anche il voler issare a nostro baluardo settecentesco il Piparo, ma non dimentichiamoci che è proprio grazie all’immobilità delle sue opere che possiamo giudicarle parte identitaria e immortale della nostra arte nel Settecento. Infatti, la figura dell’artista tardobarocco Giovan Battista Piparo si lega quasi esclusivamente all’ambiente artistico etneo, il pittore-decoratore è noto soprattutto per l’attività svolta su richiesta dei committenti religiosi e non di Catania. Come afferma Leda Vasta in questo pregevole lavoro monografico che illustra la figura di un artista settecentesco nei suoi risvolti iconografici e di committenza.

L’erudito neoclassico Agostino Gallo (Palermo, 1790 – 1872) che scrive nel primo Ottocento sostiene che

“pur essendo Palermitano, essendo già provetto nell’arte si recò in Catania, ove visse, e finalmente morì. Molti lavori eseguì a fresco e ad olio, in quella città in cui mostra fecondità d’invenzione e di fantasia”.

Tra le opere, tra le numerose decorazioni pittoriche di questa città, segnala quelle complesse dell’antico monastero dei Benedettini e quello nel monastero di San Placido (fig. 5), del medesimo ordine religioso.

5 . Giovan Battista Piparo attr., San Luca, 1770 ca., chiesa di San Placido

Dopo il 1750, la presenza a Catania di Olivio Sozzi pone il Piparo in un fruttuoso rapporto con il pittore che aveva lasciato Palermo, forse per non far concorrenza al genero Vito d’Anna, pittore già ampiamente avviato ad una carriera importante e appena rientrato dalle esperienze della scuola romana. Piparo, inoltre, viene accostato da Citti Siracusano nel suo gran libro sulla pittura del Settecento in Sicilia anche al messinese Giovanni Tuccari, attivo per altro nella stessa città e soprattutto nella volta di San Benedetto nell’attuale via Crociferi, in cui condividono un giordanismo carico di colori squillanti. È assai probabile che Piparo fosse molto apprezzato dagli stessi committenti, che si avvalevano delle prestazioni di personalità del calibro di Giovan Battista Vaccarini, del citato Sozzi e di Stefano Ittar.

In questa sede, come sostiene la professoressa Vasta, desidererei porre l’attenzione sull’affresco realizzato poco dopo il 1755 per la Chiesa di San Giuseppe al Transito e raffigurante la Gloria del Santo (fig. 6).

6. Gloria di San Giuseppe, post 1755, chiesa di San Giuseppe al Transito

Sulla volta dell’unica navata dell’edificio religioso, l’opera inserita in una raffinata cornice mistilinea propone stilemi del Barocco maturo con prevedibili soluzioni cromatiche accese (fig. 7).

7. Gloria di San Giuseppe, particolare

In più, occorre notare che probabilmente il Piparo utilizza le stesse invenzioni – se non proprio i medesimi cartoni – a volte con la sostituzione di alcune immagini legate nello specifico alla committenza.

L’affresco dell’Assunzione della Vergine del 1767 della chiesa di San Nicolò l’Arena (fig. 8) mostra caratteri assai affini con quello della Gloria di San Nicolò, del 1771, nella eponima chiesa al Borgo (fig. 9).

8. Assunzione della Vergine, 1767, chiesa di San Nicolò l’Arena
9 . Gloria di San Nicolò, 1771, chiesa di San Nicolò al Borgo

In particolare, si veda il gruppo trinitario nei due affreschi quasi sovrapponibile.

Inoltre, non può non ricordarsi l’importante affresco con la Cena in Emmaus, del monastero di San Benedetto delle monache (fig. 10).

10. Cena in Emmaus,1775, Monastero di San Benedetto
11. Cena in Emmaus, particolare

Nell’affresco, inserito in una consueta cornice mistilinea, dipinto nel 1775, mostra la vitalità dei modelli pittorici di Olivio Sozzi (fig.11), soprattutto nel drappo bianco che ricopre il tavolo della Cena e parecchio simile a certe soluzioni del ciclo di affreschi, capolavoro, della chiesa di santa Maria Maggiore di Spaccaforno, oggi Ispica; mentre la vivace figura del discepolo Giovanni appare riprendere motivi pittorici e iconografici peculiari di Luca Giordano, sebbene qui mediati da Giovanni Tuccari.

Volendo rimarcare il valore di questa pubblicazione della Vasta, è giusto anche porre in evidenza la ricerca documentaria di quest’ultima, rivelando, come esempio, un documento, datato al 1775, che si connette direttamente a quest’opera:

“in saldo pure di sua fatiga nell’avere pittato in quadrone nel detto nuovo rifittorio, che rivela il Risorto Redentore colli due Discepoli nel Castello d’Emmaus”.

Concludendo questa missiva, il Settecento siciliano, pur essendo stato recentemente approfondito dagli studi specifici, riserva ancora delle novità, come ribadito da Leda Vasta in merito alla misconosciuta figura di questo pittore tardobarocco, meritevole sicuramente di una “ideale” musealizzazione attua a promuoverne ulteriormente la figura.

Gaetano BONGIOVANNI  Palermo 1 Marzo 2026