di Nica FIORI
Secondo la tradizione il nome di Albano Laziale, un comune dell’area metropolitana di Roma, deriverebbe da quello della città di Alba Longa, fondata sui Colli Albani dal mitico Ascanio, figlio di Enea. Quando era a capo della confederazione dei popoli latini, Alba Longa sarebbe stata distrutta dai Romani nel VII secolo a.C., all’epoca del re Tullo Ostilio, in seguito al leggendario episodio degli Orazi e Curiazi, i due gruppi di fratelli (tre per gruppo) che si affrontarono in uno scontro decisivo all’ultimo sangue, gli uni per conto di Roma, gli altri per la città rivale. Ne uscì vincitore un solo Orazio, il quale, però, si macchiò subito dopo di un’azione terribile, uccidendo la sorella che aveva osato piangere la morte di un Curiazio, al quale era stata promessa sposa dal padre, in quanto cugini. Episodio, questo, narrato da Tito Livio e Dionigi d’Alicarnasso, che ha ispirato, tra gli altri, Bartolomeo Pinelli per un’incisione dell’Istoria romana illustrata in cento tavole (1818-19). Processato per il delitto di fratricidio, l’Orazio venne prosciolto e sottoposto a un rito espiatorio.

Proprio i mitici fratelli periti nella lotta danno il nome a un monumentale sepolcro, sito nel territorio di Albano, che, dopo un lungo periodo di abbandono, è stato restituito alla fruizione della collettività, grazie a un accurato restauro, una nuova illuminazione e la sistemazione dell’area circostante, a cura della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area metropolitana di Roma e per la provincia di Rieti. La cerimonia d’inaugurazione dell’area archeologica del cosiddetto Sepolcro degli Orazi e Curiazi si è svolta il 10 aprile 2026 alla presenza del Commissario Straordinario di Albano Laziale, Filippo Santarelli, della Soprintendente ABAP per l’area metropolitana di Roma e per la provincia di Rieti, arch. Lisa Lambusier, delle autorità cittadine e dei rappresentanti delle istituzioni e delle associazioni che operano sul territorio.


Il progetto, denominato “Appia Regina Viarum”, è stato finanziato nell’ambito del Piano Sviluppo e Coesione del Ministero della Cultura ed è stato curato da una équipe di funzionari archeologi e architetti (Simona Carosi, Yuri Strozzieri e Maria Giovanna Mastrorilli).
Le indagini effettuate, come ha spiegato Simona Carosi nel corso della presentazione
“hanno consentito di acquisire nuovi dati scientifici per una più puntuale definizione dell’evoluzione del monumento e del suo immediato contesto, con particolare riferimento allo stretto rapporto con il tracciato della via Appia antica”.
Di grande interesse è stata l’identificazione di alcuni solchi paralleli, interpretabili come carraie con un interasse di m 1,30 circa, ad una quota piuttosto profonda; come afferma ancora Carosi:
“È verosimile l’ipotesi che si possa trattare di tracce del passaggio dei carri sulla via Appia, in una fase precedente alla monumentalizzazione della via, avvenuta con la posa dei basoli basaltici ora non più conservati”.
Dopo il Sepolcro degli Orazi e Curiazi, la via proseguiva il suo percorso fino a giungere al di sotto della rupe dove sorge la moderna cittadina di Ariccia. In questo punto si staccava un’altra strada che risaliva in direzione del Monte Cavo, proprio dove recenti interventi della Soprintendenza hanno messo in luce un’area insediativa, sorta in relazione all’antica viabilità, dal IX secolo a.C. fino al periodo romano-imperiale.
La tomba, che viene attualmente datata al I secolo a.C., si trova all’altezza del XV miglio dell’antica via consolare, in prossimità della chiesa di Santa Maria della Stella, eretta sulle catacombe di San Senatore, in stretta relazione con un settore di necropoli pertinente alla II Legione Partica. È costituita da una mole quadrata (15 m per lato e un’altezza di m 7,50) in opera cementizia, rivestita di blocchi rettangolari di peperino, con cinque tronchi di cono sulla sommità (quattro sugli spigoli e uno centrale più grande con una cella funeraria alla base), solo in parte superstiti.


L’altezza oggi conservata raggiunge m 14,50.
In un’iscrizione inserita sulla base della torretta più vicina alla strada si legge Instauratum anno MDCCCXXXVII. Si riferisce al restauro ottocentesco che Antonio Canova, quando era Ispettore Generale delle Belle Arti dello Stato Pontificio, aveva affidato a Giuseppe Valadier e Paolo Provinciali, che lo realizzarono dal 1825 al 1837. L’intervento era finalizzato al consolidamento della base e alla stabilità delle torrette, che erano state ampiamente spogliate dei blocchi di rivestimento, e comportò un parziale intervento ricostruttivo.

Si tratta di uno dei monumenti più identitari dell’Albano di epoca romana, ma ovviamente non ha niente a che fare con i leggendari Orazi e Curiazi, ai quali il sepolcro era stato attribuito nel XVI secolo dall’erudito Leandro Alberti, per la presenza dei cinque torricini, come cinque dovevano essere i guerrieri sepolti. Pirro Ligorio, cui si deve un disegno con un’ipotesi ricostruttiva, non era affatto convinto di quest’attribuzione, ritenendo che potesse trattarsi della tomba di Pompeo Magno (106-48 a.C.), perché questo celebre condottiero romano possedeva una villa nell’Ager Albanus.”
Il monumento funebre nell’Albanum romana, secondo Ligorio, sarebbe stato eretto dall’imperatore Adriano per onorarne la memoria e ricordare in particolare le sue cinque vittorie principali con cinque piramidi. Sarebbero state proprio le punte aguzze dei torricini vagamente piramidali o conici, chiamati ad Albano “cucuruzzi”, a determinare per corruzione del nome l’identificazione con i Curiazi.
Già a partire dal Rinascimento il sepolcro ha avuto una grande fortuna iconografica (è stato raffigurato, tra gli altri, da Giuliano da Sangallo, Antonio da Sangallo, Baldassarre Peruzzi, con diverse proposte ricostruttive), esplodendo nel ‘700 e ‘800 con la moda del Grand Tour, tanto da esserne stata ripresa la forma in giardini inglesi privati. L’area dei Colli Albani era, in effetti, una fonte inesauribile di ispirazione per i viaggiatori-artisti che trovavano nella Campagna Romana il perfetto connubio tra una natura idilliaca e i resti di un passato glorioso. Tra i pittori di paesaggio che furono ammaliati dalla tranquillità bucolica di questo sito, ricordiamo in particolare Jakob Philipp Hackert (1737-1807), che a un certo punto della sua vita affittò una casa ad Albano per passarvi le estati con la pensione accordatagli dal re di Napoli, e nel paese era conosciuto come Filippo Borussiano. Anche lui, come Giovan Battista Piranesi, Carlo Labruzzi, François Morel e altri artisti, ha riprodotto il sepolcro degli Orazi e Curiazi in un affascinante contesto campestre.


Frequenti erano all’epoca le dispute degli archeologi sull’attribuzione del monumento a diversi illustri personaggi, tra cui Arunte, il figlio di Porsenna, morto nella battaglia di Aricia nel 504 a.C. Ipotesi questa avanzata dal Piranesi e poi appoggiata anche da Antonio Nibby e da Luigi Canina, per la sua strana forma, che doveva essere simile al mausoleo di Porsenna a Chiusi, descritto da Plinio, che in realtà non lo aveva mai visto perché già perduto, come un’immensa mole dall’interno labirintico, con cinque piramidi soprastanti, al di sopra delle quali erano posti dischi con ulteriori piramidi.

Più recentemente Filippo Coarelli e Pino Chiarucci hanno pensato a una tomba della gens Arruntia, presente nell’area albana in età repubblicana, che avrebbe ideato una ricostruzione erudita di sepolcro, proprio nel ricordo del presunto antenato etrusco Arunte.
Secondo Emmanuele Lucidi, autore delle Memorie storiche dell’antichissimo municipio ora terra dell’Ariccia (1796), il sepolcro sarebbe invece da attribuire alla famiglia degli Azii, originaria di Ariccia e imparentata con Augusto tramite la madre dell’imperatore, Azia. Secondo Francesco Petrucci, che ha sviluppato quest’ipotesi con approfondimenti iconografici, documentari e stilistici nell’ampio articolo Il Mausoleo di Marco Azio Balbo, più noto come “Sepolcro degli Orazi e Curiazi”, in “Lazio ieri e oggi”, Anno LV, n. 4-6 (625), 2019, la singolare conformazione del monumento a cinque guglie troncoconiche potrebbe essere ispirata ad alcuni nuraghi sardi (tra cui il quadrilobato Su Nuraxi a Barumini).

Pertanto il monumento potrebbe essere quello di un esponente di spicco della gens Atia legato alla Sardegna, ovvero Marco Azio Balbo (nonno materno di Ottaviano Augusto), che nel 59 a.C. circa divenne pretore della provincia Sardinia, ove venne celebrato da Ottaviano (dopo il 38 a.C.) in una serie monetale insieme all’effigie del Sardus Pater.
NIca FIORI Roma 3 Maggio 2026
