Il Rossini ‘buffo’ trionfa al Rossini Opera Festival

di Claudio LISTANTI

Il Rossini Opera Festival (ROF) di Pesaro ha proposto anche quest’anno un ricco e soddisfacente programma di concerti e opere dedicati al suo più importante concittadino confermando ancora una volta il ruolo baricentrico che il festival possiede fin dal 1980, anno della sua costituzione, riguardo alla prassi esecutiva delle composizioni di Gioachino Rossini.

Per l’edizione 2025 il ROF ha proposto l’esecuzione di uno dei capolavori del genere ‘serio’ fondamentale per il cospicuo catalogo del musicista pesarese, Zelmira, al quale sono stati affiancati diversi concerti affidati a giovani cantanti provenienti dalla celebrata Accademia Rossiniana che si traduce poi nelle tradizionali esecuzioni della Cantata Il viaggio a Reims, una iniziativa che risulta essere una sorta di palestra per tutti i giovani cantanti che pongono Rossini come uno dei punti di forza delle loro rispettive carriere.

Oltre a tutto ciò, nel programma c’erano altre due serate dedicate al Rossini del genere comico/buffo con l’esecuzione delle Soirées musicales abbinate alla farsa giovanile La cambiale di matrimonio il tutto contrapposto alla rappresentazione de L’italiana in Algeri.

Questo gruppo di spettacoli può considerarsi un vero e proprio omaggio al genio comico di Rossini, tre diversi modi di intendere la comicità, influenzata da tre modi di comporre per tre generi che pur nella comune ispirazione leggera, sono ben collocabili all’interno del suo iter compositivo che conosciamo come del tutto particolare, soprattutto in relazione alla sua vita privata che ha avuto invitabili riflessi su quella artistica.

La cambiale di matrimonio è la prima opera messa in scena da Rossini, scritta nel 1810 da un Rossini diciottenne e prima di cinque farse prodotte per il Teatro San Moisè di Venezia (seguirono poi L’inganno felice, La scala di seta e l’occasione fa il ladro tutte nel 1812 mentre nel 1813 scrisse Il Signor Bruschino). Sono tutte opere dal potente senso della comicità delle quali La cambiale è la capostipite e con la quale Rossini dimostra di prendere l’eredità lasciata dai grandi musicisti del ’700 in special modo della cosiddetta Scuola Napoletana, che sarà la solida base sulla quel costruirà la sua rivoluzione nel campo dell’opera buffa. Di questa nuova visione del teatro comico L’italiana in Algeri fu il primo gradino che ebbe sempre Venezia sullo sfondo appena dopo le cinque farse, nel 1813. Seguirono poi i grandi capolavori comico/buffi di fama mondiale, Il turco in Italia (1814), Il barbiere di Siviglia (1816) e La Cenerentola (1817). A concludere questo excursus nella musica rossiniana, il ROF ha presentato le Soirées musicales scritte a Parigi tra il 1830 e il 1835 capolavoro di quel periodo che contraddistinse la vita di Rossini dopo l’abbandono del teatro d’opera fino a giungere alla vecchiaia, non più opere teatrali ma musica di carattere cameristico valorizzata sempre dalla incontenibile ‘vis comica’ del pesarese e impreziosita da quella eleganza e raffinatezza che ha caratterizzato l’ultimo suo periodo creativo, una poetica musicale nuova che facendo tesoro dell’esperienza riesce a guardare con evidenza al futuro spingendo le sue creature, seppur concepite in pieno ‘800, ad essere premonitrici di alcune poetiche novecentesche.

Fig. 1 Il soprano Vittoriana De Amicis, il mezzosoprano soprano Andrea Niño mezzosoprano dalla voce, il tenore Paolo Nevi e il basso Gurgen Baveyan protagonisti Le Soirées musicales. Foto Amati Bacciardi.

Soirées musicales e La cambiale di matrimonio. Nella stessa sera il Rossini giovanissimo a confronto con quello della maturità.

Il primo di questi due spettacoli ai quali abbiamo assistito è stato quello con le Soirées musicales abbinate a La cambiale di matrimonio. Pur se eseguite in ragione inversa ai rispettivi anni composizione, immaginiamo per motivi di carattere squisitamente inerenti ad esigenze di opportunità teatrale, la serata ci ha dato la possibilità di percepire all’ascolto i contrasti di due modi di intendere e proporre incisività e vivacità musicale.

Le Soirées musicales sono dodici canzoni per voce e pianoforte musicate da Gioachino Rossini e composte a partire dal 1830 e pubblicate nel 1835. La loro composizione fu il frutto di quel periodo vissuto a Parigi da Rossini che seguì dopo il trionfo di Guillaume Tell l’ultimo lavoro composto dal pesarese per il teatro. Il suo ‘salotto’ fu uno dei più desiderati nell’ambito del mondo culturale e mondano pagino. Molte furono le composizioni per il ristretto e scelto pubblico ammesso a frequentare il suo salotto. Alcune di queste furono scritte nei periodi di difficoltà economica scaturente dall’avvicendamenti del re Carlo X con Luigi Filippo d’Orleans che provocarono (come diremo oggi) danni alla Cultura. Gli inviti a magnati come Rothschild e Aguado producevano i cospicui introiti necessari. Ovviamente i musicisti più in vista del momento e diversi cantanti di grido come il basso-baritono Antonio Tamburini, il tenore Giovanni Battista Rubini e il basso Luigi Lablanche, trionfatori parigini de I Puritani di Bellini, facevano parte di questo entourage per cui le musiche composte furono create in considerazione di artisti di questo livello. Nel 1835 l’editore Eugène-Théodore Troupenas spinse Rossini a pubblicare alcune di queste opere cameristiche proponendo anche il titolo di Soirées musicales giustamente evocante quelle serate musicali di grande effetto in casa Rossini.

Nacquero così Le Soirées musicales, una raccolta di otto canzoni e quattro duetti per voci e pianoforte. I brani scelti furono musicati su testi di Metastasio e di Carlo Pepoli una scelta che evidenzia particolare contrasto tra la tradizione operistica di Metastasio e quella nuova imperante all’epoca del quale il Pepoli era illustre e apprezzato rappresentante.

Di Metastasio ci sono tre canzonette, La promessa, Il rimprovero e La partenza ed un Notturno a due voci La pesca. Tutto il resto è di Pepoli, L’orgia arietta, L’invito bolero, La Pastorella delle Alpi tirolese, La gita in gondola barcarola, La danza tarantella napoletana e due notturni a due voci, La regata veneziana e La serenata con il gran finale affidato ad un altro duetto, Li marinari.

Sono capolavori in miniatura dai vorticosi ritmi, dai timbri accattivanti e dai colori a volte tenui e a volte decisi. Come si capisce dall’elenco emerge l’italianità di Rossini con le scene di stampo napoletano e veneziano, le due città italiane che più di tutte hanno fornito sicura ispirazione alla musica del primo ottocento considerando anche le frequenti espressioni dialettali dei testi.

Questo ‘corpus’ di composizioni, la cui concisione ed essenzialità, può far pensare ad un certo tipo di ‘900 in musica, ebbe comunque all’epoca molto successo se solo si pensa che Richard Wagner, nel 1838, produsse per Riga una versione per orchestra del brano conclusivo Li marinari. Ma poi anche l’interesse di Franz Liszt per giungere fino a Respighi e Britten.

Altro elemento di nota è che le Soirées sono state presentate in una versione per voci e orchestra da camera approntata da Fabio Maestri. Il musicista ha compiuto un lavoro rispettoso dell’originale confermando la presenza della parte vocale alla quale è abbinata la strumentazione. Secondo quanto dichiarato dallo stesso Maestri è la prima volta che è stata utilizzata questa soluzione in quanto tutte le altre versioni per orchestra delle Soirées non contemplano la presenza dei cantanti. La strumentazione di Maestri si è rivelata elegante e raffinata molto attenta ad essere in linea con  lo spirito di ogni singolo brano, soprattutto per la citazione degli elementi ambientali, come nella deliziosa Pastorella delle Alpi o quelli spiccatamente ritmici e sfrenati della tarantella de La danza o i fremiti amorosi de La serenata (Mira  la bianca luna) per tenore con il monumentale duetto finale, Li marinari, scritto per tenore e basso vero e proprio brano che guarda al futuro con diversi accenni e anticipazioni a quello che sarà la seconda metà dell’800 che in Italia vide protagonista Giuseppe Verdi. Questi sono solo accenni che possono però far comprendere la valenza del lavoro intrapreso da Fabio Maestri che ha reso tutto il ciclo delle Soirées godibile e accattivante per l’ascoltatore.

Per le parti vocali nell’esecuzione si sono distinte le voci di Vittoriana De Amicis soprano dalla voce limpida ed espressiva e di Andrea Niño mezzosoprano dalla voce particolarmente corposa, entrambe molto applaudite ne La regata veneziana che è uno dei brani più d’effetto di tutto il ciclo. Per le parti maschili ha impressionato la voce ben educata del tenore Paolo Nevi parimenti a quella del basso Gurgen Baveyan che hanno ben interpretato il portentoso duetto Li marinari che ha chiuso il concerto.

Christopher Franklin alla guida della Filarmonica Gioachino Rossini non è riuscito a dare il giusto impulso a questa deliziosa partitura soprattutto per l’assenza del necessario respiro nel discorso musicale conseguenza, forse, dalla poco curata scelta dei tempi adottati che ha limitato la necessaria eleganza e leggerezza dei suoni.

Fig. 2 Una scena d’insieme de La cambiale di matrimonio. Foto Amati Bacciardi.

Nella seconda parte La cambiale di matrimonio una delle cinque farse in un atto che Rossini scrisse per il Teatro San Moisè di Venezia opera ancora giovanile ma che all’interno sono già ben chiari alcuni stilemi della poetica teatrale di Rossini in relazione ovviamente alla comicità, alla brillantezza della trama ed alla teatralità dell’insieme. Sono le basi solide sulle quali il pesarese costruì il consistente blocco delle opere comiche, uno dei cardini dell’intero catalogo rossiniano che lo rendono uno dei musicisti più popolari al mondo.

La cambiale di matrimonio fu scritta su un libretto di Gaetano Rossi, prolifico librettista dell’epoca che redasse più di 120 libretti per i maggiori operisti italiani e stranieri, considerato anche letterato fondamentale per traghettare l’opera lirica dalla concezione settecentesca a quella specifica dell’ottocento, soprattutto verso il romanticismo.

Rappresentata per la prima volta al Teatro San Moisè di Venezia il 3 novembre 1810, La cambiale di matrimonio propone allo spettatore una trama piuttosto semplice ma efficace per inserire all’interno arie e concertati frutto della vulcanica inventiva musicale del diciottenne Rossini. Sei sono i personaggi: Tobia Mill ricco mercante (buffo) e sua figlia Fanny (soprano) promessa sposa, dietro firma di una cambiale, al canadese di età matura Mr. Slook (altro buffo). Fanny però ama Edoardo Milfort (tenore), un amico di famiglia che le circostanze le impediscono di sposarlo. Solo grazie ai domestici di Mill, Norton (basso) e Clarina (soprano), che si schierano a favore di Fanny, i due giovani riusciranno a coronare il proprio sogno di matrimonio.

Rossini concepisce una partitura snella e del tutto scorrevole che riesce a coinvolgere lo spettatore per tutto lo svolgimento della trama fino all’indispensabile lieto fine che, come accennato, contiene a pieno i prodromi della sua maturità di musicista e operista.

Per l’esecuzione è stata utilizzata una produzione del ROF del 2020, affidata al regista Laurence Dale con il quale hanno collaborato Gary McCann per scene e costumi e Ralph Kopp per le luci. Uno spettacolo di base  tradizionale rispettoso dell’ambientazione e dell’azione contenente un’unica stranezza, la presenza di un simpatico orso portato dal selvaggio canadese Slook che è riuscito a dare una nota di colore all’insieme.

Fig. 3 Il soprano Paola Leoci (Fanny) ne La cambiale di matrimonio. Foto Amati Bacciardi.
Fig.4 I due ‘buffi’ Mattia Olivieri (Slook) e Pietro Spagnoli (Mill) ne La cambiale di matrimonio. Foto Amati Bacciardi.

Per quanto riguarda la compagnia di canto c’è da dire che è risultata piuttosto omogenea nell’insieme non solo per le specifiche parti vocali ma anche per la piacevole recitazione che ha reso intelligibile tutto lo svolgimento della trama, ad iniziare dai due buffi, Pietro Spagnoli (Mill) e Mattia Olivieri (Slook), per continuare con il soprano Paola Leoci (Fanny) ed il tenore Jack Swanson (Milfort) e finire con i due domestici, il basso Ramiro Maturana (Norton) e il soprano Ines Lorans (Clarina).

Per questa seconda parte dello spettacolo la prova del direttore Christopher Franklin è risultata più convincente rispetto alla prima parte, con una direzione che è riuscita ad evidenziare le specificità dell’azione e il contenuto di questa deliziosa farsa. Coadiuvato sempre dalla Filarmonica Gioachino Rossini ha ottenuto al termine della recita (17 agosto) un lusinghiero successo personale assieme a quello ottenuto da tutto il resto degli interpreti, la compagnia di canto e i diversi figuranti chiamati ad impreziosire la rappresentazione.

L’italiana in Algeri. Opera sperimentale e rivoluzionaria

Fig. 5 L’arrivo a teatro del furgone con i protagonisti de L’italiana in Algeri. Foto Amati Bacciardi.

Nel successivo 18 agosto abbiamo assistito all’altro spettacolo dedicato a L’italiana in Algeri, terza proposta di questo significativo excursus all’interno della produzione buffa/comica di Rossini.

Con L’italiana in Algeri, infatti, Gioachino Rossini materializza, per la prima volta, i contenuti di una piccola ma significativa riforma all’interno dell’opera buffa che con quest’opera assume una struttura diversa. La cosa più impressionante è che tutto avviene a distanza di un periodo brevissimo di poco meno di tre anni. Se si pensa che La cambiale di matrimonio fu rappresentata 3 novembre 1810 mentre L’italiana in Algeri conquistò le scene del Teatro San Benedetto di Venezia il 22 maggio 1813, sembrerebbe cosa quasi fantascientifica. Ma per le usanze dell’epoca era uno sviluppo naturale. Infatti nel catalogo di Rossini tra queste due opere citate ce ne furono ben otto. L’equivoco stravagante al Teatro del Corso, Bologna, 26 ottobre 1811), le altre quattro farse veneziane al Teatro San Moisè, L’inganno felice (8 gennaio 1812), La scala di seta (9 maggio 1812), L’occasione fa il ladro (24 novembre 1812) e Il signor Bruschino (27 gennaio 1813) alle quali si aggiunge il Ciro in Babilonia (Teatro comunale, Ferrara, 14 marzo 1812), La pietra del paragone (Teatro alla Scala, Milano, 26 settembre 1812) e perfino il Tancredi (Teatro La Fenice, Venezia, 6 febbraio 1813) che qualche settimana dopo fu rappresentato a Ferrara il 22 marzo 1813 in una nuova veste che prevedeva oltre a diversi cambiamenti anche il finale tragico. Sono poco meno di tre anni di intensa attività che consentì a Rossini di frequentare diversi generi all’interno del teatro d’opera ed acquisire l’esperienza necessaria per essere protagonista di un rinnovamento nell’ambito del teatro lirico.

In estrema sintesi per comprendere questo cambiamento nell’ambito dell’opera buffa si parte dal 1792 con Il matrimonio segreto di Domenico Cimarosa considerato lo ‘zenit’ dell’opera buffa e prodotto proprio nell’anno in cui Rossini nacque. L’opera buffa dopo strepitosi successi era giunta in una fase di stallo e l’Italiana fu occasione ideale per sperimentare un nuovo modo di comporre lavori per questo genere teatrale. Con la nuova visione si registra ridimensionamento dei numeri chiusi anche se ampliati al loro interno. Sono ridotti i numeri musicali destinati ai comprimari, le famose arie da sorbetto di derivazione settecentesca, orientando l’opera verso una struttura diversa nella quale i punti di forza sono Introduzione, Finale Primo e Grande Concertato all’interno del secondo atto. I caratteri dei personaggi rimangono praticamente gli stessi di quelli settecenteschi ma con una visione generale più ampia e di grande respiro. Tutto ciò si svilupperà poi in maniera costante con le successive opere buffe, Il turco in Italia (1814), Il barbiere di Siviglia (1816) e La Cenerentola (1817). Questa fu l’ossatura sulla quale è stata costruita l’opera buffa-comica dell’800 che ispirerà i capolavori di Donizetti come Elisir e Don Pasquale per giungere fino a Verdi che concluse il secolo con le raffinate evoluzioni di Falstaff.

Il libretto de L’italiana fu approntato da Angelo Anelli e prese spunto da una vicenda realmente accaduta di cui fu protagonista la signora milanese Antonietta Frapolli, che si narra rapita dai corsari nel 1805 per essere condotta nell’harem del bey di Algeri Mustafà II ma che poi riuscì a tornare in Italia.

Fig. 6 Daniela Barcellona (Isabella) e Giorgi Manoshvili (Mustafà) ne L’italiana in Algeri. Foto Amati Bacciardi.

Su questo spunto Anelli costruisce una trama del tutto divertente con la protagonista Isabella che si reca ad Algeri per ritrovare il suo amato Lindoro divenendo però oggetto delle mire di Mustafà stanco del suo tran tran coniugale con Elvira e di quanto offre il suo harem. Il suo desiderio è di avere un’amante italiana perché attratto dalla loro passionalità e dalla loro femminilità. Al suo seguito Isabella ha Taddeo, anch’egli spasimante della donna. Tra varie e divertenti situazioni Isabella impone il suo stile di donna decisa e, soprattutto innamorata, per giungere così al finale che, dopo vari stratagemmi, porta Mustafà ad accontentarsi dell’amore e delle attenzioni della moglie mentre Isabella riuscirà a tornare trionfante in Italia con il suo amato Lindoro.

Rossini ha riservato alla sua Italiana una elegante e brillante orchestrazione che segue tutti i momenti salienti della trama con un susseguirsi di scene d’insieme e di momenti lirici e passionali che ancora oggi risulta avvincente e spettacolare.

Quest’anno a Pesaro L’Italiana in Algeri è stata rappresentata in un nuovo allestimento affidato alla regia di   Rosetta Cucchi che anch’essa non ha rinunciato al tentativo di lasciare il segno sulla rappresentazione. Ha fatto la scelta di immaginare Isabella come una ‘drag queen’ un termine molto usato oggi per descrivere un’artista, generalmente omosessuale o transessuale, che si esibisce travestito da donna, caratterizzato con abbigliamenti e trucchi sgargianti. Una soluzione totalmente eccentrica per la quale è facile capire la cospicua distanza che la separa dall’originale rossiniano. Tutto appare stravagante ad iniziare da prima dell’ingresso in sala degli spettatori che al momento assistono alla forzata entrata di alcuni interpreti che giungono a bordo di un furgone scassato per essere condotti a teatro.

L’attrazione verso la femminilità è sempre presente in Rossini, con una evidente sensualità nella parte musicale che il musicista dedica al genere femminile, nelle opere buffe come in quelle serie, e vedere Isabella ad un certo punto dell’opera togliersi i panni da vamp per comparire in abiti maschili diviene per noi elemento incomprensibile nonché disturbante soprattutto se abbinato a filmati riproducenti, sul fondo della scena, manifestazioni dei gay pride e transessuali.

Fig. 7 Daniela Barcellona (Isabella) in un momento de L’italiana in Algeri. Foto Amati Bacciardi.

Fortunatamente la musica di Rossini possiede gli anticorpi per combattere situazioni come queste e la sua verve, i suoi ritmi serrati, le sue linee di canto vorticose e felicemente espressive e, soprattutto, la straripante vis comica che possiede la musica dei suoi capolavori ‘buffi’ portano, come in questo caso, ad un effetto straniante verso la realizzazione scenica che consente vero e proprio godimento dell’ascolto.

La parte visiva concepita dalla Cucchi che comunque aveva il pregio di essere ricca e piacevolmente colorata, è stata realizzata efficacemente per il loro contenuto grazie alle scene di Tiziano Santi, ai costumi di Claudia Pernigotti, alla parte video di Nicolás Boni ed alle luci di Daniele Naldi, elementi indispensabili per evidenziare la lettura del capolavoro concepita dalla regista.

Per quanto riguarda la parte musicale la recita che abbiamo ascoltato ha messo in evidenza soprattutto una più che valida compagnia di canto. A trionfare su tutto è stata la Isabella di Daniela Barcellona, cantante di classe e di straordinaria esperienza esecutiva che ci ha regalato una interpretazione intensa e affascinante grazie alla sua voce di contralto che con facilità riesce a frequentare il registro grave e quello acuto unitamente ai diversi virtuosismi che caratterizzano la parte creata per la fiorentina Marietta Marcolini cantante molto importante per il Rossini dei primi anni di attività. Per la Barcellona un successo pieno certificato da diversi applausi a scena aperta e da ovazioni finali.

Fig. 8 Misha Kiria (Taddeo) e Gurgen Baveyan (Haly) in L’italiana in Algeri. Foto Amati Bacciardi.

Di pregio anche il Taddeo di Misha Kiria appropriato vocalmente per la difficile parte e ben inserito scenicamente nella concezione registica di Rosetta Cucchi, tutte doti riscontrabili anche nella prova di Giorgi Manoshvili nella parte di Mustafà che insieme hanno dimostrato di essere una coppia di ‘buffi’ particolarmente irresistibile che il pubblico ha salutato con lunghi e sonori applausi al termine della recita.

Il Lindoro del tenore Josh Lovell è risultato un poco inadeguato, nonostante la sua interessante voce che possiede efficaci sfumature, emersa con forza nella prima parte dell’opera ha trovato, però, qualche difficoltà con la linea di canto imposta da Rossini nel proseguo dell’opera. Nel complesso, però, ci ha convinto che sia un cantante dalle evidenti possibilità di miglioramento che potranno materializzarsi soprattutto con una attenta scelta del repertorio da interpretare. Efficace anche la Elvira del soprano Vittoriana De Amicis, voce fresca e ben impostata abbinata anche ad una efficace presenza scenica ripetendo nella serata quanto di buono abbiamo ascoltato la sera precedente nelle Soirées così come si sono messi in evidenza altri due componenti della serata precedente, Andrea Niño come Zulma e Gurgen Baveyan come Haly.

Fig. 9 Una scena d’insieme de L’italiana in Algeri. Foto Amati Bacciardi.

Di buon livello anche la direzione di Dmitry Korchak che ha guidato l’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna e il Coro del Teatro Ventidio Basso diretto da Pasquale Veleno, prestando attenzione all’evoluzione teatrale anche se, alle volte, la scelta dei tempi ha tolto un po’ della cantabilità rossiniana. Nel complesso, ripetiamo, una buona e valida prova.

Successo travolgente per la recita del 18 agosto salutata da ovazioni, applausi e numerose chiamate al proscenio, una serata che, unitamente a quella precedente del 17, hanno rinnovato ancora una volta la grandezza di Rossini, la popolarità e i valori intrinseci ed estetici della sua musica cha da più di duecento anni rinnova per il pubblico il notevole ed irresistibile grado di attrazione.

Claudio LISTANTI  Pesaro  24 Agosto 2025