di M. Lucrezia VICINI
Bartolomeo Cesi (Bologna, 1556 –1629)

Esposizioni
Mostra del Ritratto Italiano, Firenze, 1911 (catalogo Sala XXXIV, n. 6, come Pulzone. Mostra d’Arte Antica, Roma, Galleria Nazionale a Valle Giulia, Aprile-Giugno 1932 (come Pulzone)
Il dipinto è elencato nell’inventario dei beni ereditari del Cardinale Bernardino Spada (1594-1661) del 1661 nella cosiddetta Galleria della Signora Marchesa, nel Piano Nobile del Palazzo, un ambiente riservato alla Marchesa Maria Veralli(1616-1686), moglie del nipote del cardina,e, Orazio Spada(1613-1687), contenente complessivamente tredici opere.
Come per le altre opere ivi presenti, in essa non sono riportati i riferimenti attributivi. E’ così descritta: Ritratto d’un cardinale a sedere. (1) Nell’elenco inventariale del 1759 figura trasferita nell’attuale prima sala del Museo e registrata con l’attribuzione a Paolo Veronese, come:
Un quadro largo palmi 4 ed alto palmi 5 cornice antica dorata all’antica rappresentante un Ritratto con altra figura opera di Paolo Veronese, 150 scudi. (2)
Sempre tra le opere della prima sala del Museo, ma con il diverso riferimento a Tiziano, è segnalata nel Fidecommesso del 1823 col titolo: Ritratto di un cardinale con filippino, del Tiziano. (3). Nell’appendice al fidecommesso del 1862 risulta ancora spostata in seconda sala, dove è rimasta fino ad oggi, sempre con l’attribuzione a Tiziano, ma col diverso titolo:
Ritratto del Cardinale Fabrizio Spada, Tiziano, scudi 400. (4)
Nella ricognizione inventariale di Pietro Poncini del 1925 e nella coeva stima di Hermanin che valuta lire 25.000, il dipinto compare nuovamente intitolato: Ritratto del Cardinale Fabrizio Spada ma con un riferimento oscillante tra Tiziano e Scipione Pulzone. (5)
Il riferimento a Tiziano è ribadito dal Barbier de Montault (6) che vede pure lui nel personaggio effigiato il Cardinale Fabrizio Spada (1643-1717). La critica che segue (7), sposta l’attenzione su Scipione Pulzone, fino a quando Graziani (8), attenendosi ad un parere di Longhi, non lo assegna a Bartolomeo Cesi che lo avrebbe dipinto durante il soggiorno romano, nel 1591.
Tale attribuzione non trova tuttavia corrispondenza con la tesi di Flavia Cristalli (9), la quale, nel ravvisare nell’opera “rigidità e severità” rispetto agli altri dipinti del Cesi, rimane del parere che appartenga ad un artista romano seguace dei modelli del Pulzone.
Zeri (10), pur riferendo l’opera alla Scuola Bolognese del sec. XVI, ritiene verosimile che l’autore possa trattarsi di Bartolomeo Cesi per le somiglianze che vi intravede con le maniere di Bartolomeo Passerotti, di Lavinia Fontana e con le opere giovanili di Denis Calvaert, i cui tratti stilistici li ravvisa in particolare nella figura di destra.
Circa l’identificazione del personaggio seduto, Zeri respinge giustamente per motivi cronologici il nome del Cardinale Fabrizio Spada, e avanza quello del Cardinale Nicolò Caetani (1526-1585) del nobile ramo romano dei Sermoneta, personaggio esuberante, vissuto nel lusso e nella ricchezza, per gran parte della sua vita protetto da Papa Paolo III Farnese che lo aveva nominato Cardinale nel 1538, a soli tredici anni, e non molto tempo dopo nominato vescovo della Diocesi Irpina. Sede che successivamente cambiò con quella più redditizia di Capua (11). Il riconoscimento viene favorito allo studioso dalla presenza in basso alla sedia del suo emblema araldico delle tre borchie metalliche recanti rispettivamente un’aquila, un giglio, e un’aquila, e da un ritratto del Cardinale, sia pure in età giovanile, che vede conservato nel Palazzo Caetani di Roma.


L’identificazione trova conferma dal confronto effettuato da chi scrive con un dipinto raffigurante il Ritratto del Cardinale Nicolò Caetani, esposto nel Museo Provinciale Campano di Capua. Il dipinto a mezzo busto, contrassegnato da una generica attribuzione ad ignoto pittore napoletano della seconda metà del sec. XVI risente in realtà di forti influssi di Scipione Pulzone. Sulla destra del personaggio è riportata una scritta seicentesca: Nicolò Caetani, Arcivescovo di Capua dal 1546 al 1572.
Nel dipinto Spada i due ecclesiastici sono colti in un momento di pausa dalla lettura di piccoli e solidi volumi rilegati in cuoio, secondo un’impostazione realistica lombarda (12).
Il Cardinale Caetani dai sontuosi e preziosi abiti siede elegantemente di tre quarti, formando triangolo con il braccio e la mano sinistra, chiusa entro un raro e difficoltoso romboide (13), similmente al dipinto del Cesi che raffigura il Ritratto di gentiluomo venticinquenne, del Museo di San Domenico di Imola.

Alla sua sinistra spicca in piedi, dal fondo scuro delineato da una cortina di velluto, un personaggio ritenuto suo segretario dalla arguta e penetrante espressione.
Il dipinto, stilisticamente affine al citato Ritratto di gentiluomo del pittore della Pinacoteca di Imola si inserisce nell’ambito della ritrattistica del ‘500 come raro esempio di doppio ritratto e rappresenta una delle più alte manifestazioni di cultura controriformistica espressa dal pittore, stimolato dagli scritti del Paleotti, dopo un iniziale percorso di assimilazione formale del linguaggio manieristico bolognese, emiliano e ferrarese. Il suo atteggiamento rigorista nei confronti dell’arte trova corrispondenza nell’ambiente romano degli inizi degli anni ’90 con gli austeri esempi del Muziano e di Scipione Pulzone che agiscono in modo determinante sulla esecuzione del dipinto, dove tuttavia non sono esenti richiami della sua iniziale esperienza manieristica.
Così il misurato impianto della composizione, di ascendenza pulzonesca, solida nella forma e un po’ rigida nella posa delle figure, nettamente delineate nei contorni, si raddolcisce in quel tenue colorismo rosato che traspare dal fondo, con effetti chiaroscurali che mettono in risalto le morbide pieghe dei paramenti ed i caratteri espressivi dei personaggi: sensibilità cromatiche che il pittore fa derivare dal contatto con le opere del Barocci a Rimini, dalle tonalità lombardo-venete dell’arte romana del Muziano e dall’arte del Moroni attraverso gli influssi di questi sulla ritrattistica del Passerotti che il Cesi frequentò a Bologna e da cui attinge quella ricercata descrittività dei particolari nell’accentuazione delle rughe, nel trattamento delle barbe, delle pagine dei libri e dei pizzi che conferiscono un senso di diffuso realismo a tutta la composizione.
M. Lucrezia VICINI R0ma 12 Ottobre 2025
NOTE
