di Marco FIORAMANTI
INCONTRO/ SCONTRO TRA DUE GENI RIVOLUZIONARI DELL’ARTE.
——————————————
Roma, Teatro 7
IL RESTO ARRIVERÀ – VAN GOGH & GAUGUIN – Le nove settimane di convivenza che cambiarono la storia dell’arte
con Alessandro Salvatori, Danny Bignotti, Gemma Maria La Cecilia
Drammaturgia Danny Bignotti, Aiuto regia Ilaria Ghirardello, Ufficio stampa Elisa Fantinel
Regia Vanessa Gasbarri
TURBOLENZE NELLA CASA GIALLA DI ARLES
Quando chi soffre /S’offre, il suo Dolore / Diventa Arte
(hai-K.O.)
Secondo il realismo visionario di Julio Cortázar, gli umani si dividono in cronopios – libera creatività, capovolgimento delle norme, poesia, intuizione – e in famas: creature razionali, conformiste, ordinate che amano classificare ogni aspetto dell’esistenza. Ma è nel contrasto comportamentale che si evidenzia la biforcazione estrema dei due famosi pittori, stasera protagonisti, l’olandese Vincent e il franco-peruviano Paul. Nonostante la personalità complessa di entrambi, l’inquietudine e l’insoddisfazione da loro espressa nei confronti dell’esistenza è diametralmente opposta. Tormentato, intensamente emotivo e spesso instabile van Gogh (magistralmente interpretato da Danny Bignotti), segnato da una profonda malinconia e inquietudine, idealista e autodidatta, in profondo contrasto con il carattere ribelle, anticonformista, anarchico libertario di Gauguin (l’ottimo, determinato, estroso Alessandro Salvatori) in perenne fuga dalla civiltà occidentale borghese.
Lo spettacolo riesce a coinvolgere il pubblico fin dall’inizio. Siamo ad Arles, è l’ottobre del 1888. Nello studio al primo piano della locanda di Madame Ginoux (detta la casa gialla) in Place Lamartine, Vincent van Gogh, trentacinquenne, nella convinzione di creare una comunità di artisti (l’Atelier del Sud) che vivessero e lavorassero insieme si rivolge ai suoi amici parigini più cari ma solo Paul Gauguin, quarantenne, spinto dal sostegno garantito del fratello di Vincent, Theo, mercante d’arte, decise di raggiungerlo.

Al suo arrivo l’entusiasmo di Vincent arriva alle stelle, ma lentamente i dissapori prendono il sopravvento. Dopo appena un mese lo stimolo a lavorare en plein air, il disordine caotico dell’olandese contrastava con l’aspetto riflessivo, meditativo del pittore parigino.
«Ad Arles mi sento un estraneo […] Vincent e io andiamo ben poco d’accordo, in genere, soprattutto quando si tratta di pittura. Lui ammira Daudet, Daubigny, Ziem e il grande Rousseau, tutta gente che io non posso soffrire. Invece disprezza Ingres, Raffaello, Degas, tutta gente che io ammiro: io gli rispondo “sissignore, avete ragione”, per avere pace. I miei quadri gli piacciono, ma quando li faccio trova sempre che ho torto qui, ho torto là. Lui è romantico, io invece sono portato verso uno stato primitivo. Dal punto di vista del colore, lui maneggia la pasta come Monticelli, io detesto fare intrugli». (lettera di Paul Gauguin al dr. Schuffenecker)
Lo spettacolo corre su un doppio filo narrativo, che sovrappone al dramma esistenziale dei due le intermittenze dialettiche caratteriali, sull’arte e le tecniche pittoriche, la religione e soprattutto le donne, con esilaranti battute di spirito che spingono il pubblico ad una serie ininterrotta di applausi e risate. Ai due protagonisti si aggiunge una presenza chiave, quella della padrona della locanda, Madame Ginoux, la famosa Marie, l’Arlesienne (Gemma Maria La Cecilia, perfetta nel ruolo), disposta a fare da modella.
“Voi siete due psicopatici, ma io ho bisogno di soldi e voi di un dipinto”.

Invitata da Gauguin per un ritratto – con scontate intenzioni di approccio – l’atmosfera viene interrotta dall’improvviso ritorno a studio di van Gogh, la situazione si capovolge e Vincent decide dimettersi al cavalletto e occuparsi della bella Marie “per imprimere su tela la sua lucente bellezza”.
«Finalmente ho un’Arlesiana, una figura dipinta velocemente in un’ora, su uno sfondo giallo pallido, il viso grigio, l’abbigliamento dalle tinte scure, un nero intenso e un blu di Prussia vero e proprio. È appoggiata ad un tavolo verde ed è seduta su una sedia di legno color arancio». (lettera di Vincent van Gogh al fratello Theo)
Le malelingue in paese non vedono di buon occhio i comportamenti strani in pubblico di Vincent – temono per l’incolumità dei ragazzi che spesso circondano il pittore durante la nascita dei suoi paesaggi live – e vorrebbero farlo internare. Questo clima di terrore s’insidia perfino negli altri due personaggi, Paul e Marie, al punto che l’oscura presenza di un sacco di juta diventa un ipotetico contenitore di un cadavere.
Ottimo spunto, questo, per l’ennesimo coup de théâtre: Vincent fa uscire fuori dal sacco un minuscolo albero di Natale. Nonostante tutto i malintesi continuano e la tensione raggiunge il suo massimo all’antivigilia di Natale.
Io ho paura, Paul, ho paura. Sono un parassita che vive sulle spalle di suo fratello. Fortseavete ragione tutti Io ci ho provato, Paul, a vedere le cose come fai tu, a vivere come fai tu, è solo che io non sono come te, non ho quella sorta di speranza, ma se la potessero avere quelli come te non sarebbero così speciali…
Dopo una ulteriore lite, preso dal terrore di essere abbandonato, vibra nell’aria l’urlo lancinante di Vincent che accompagna il taglio del lobo del suo orecchio sinistro.

Marco FIORAMANTI Roma Aprile 2026

