di Mario LIPARI
Il riallestimento nella Sala Verde presso la Galleria Regionale di Palazzo Abatellis a Palermo, fortemente voluto dall’Assessore dei beni culturali Francesco Paolo Scarpinato contestualmente al dirigente generale al ramo Mario La Rocca, non rappresenta soltanto un nuovo traguardo espositivo, ma la risoluzione scientifica di un enigma storico durato quasi un secolo.
“Il percorso espositivo ed in particolare la sezione dedicata alle testimonianze pittoriche cinquecentesche presenti in Sala Verde, si arricchisce così di uno straordinario capolavoro in materiali preziosi, già custodito nei depositi museali e oggi allestito con grande perizia dalle restauratrici della Galleria per rendere con compiutezza anche la funzione dei più minuti elementi decorativi”.
Al centro di questo evento museografico si staglia lo spettacolare Corredo Equestre dei Viceré, un capolavoro di oreficeria, smalti e ricami che incarna la complessità del linguaggio tardo manierista e la propaganda politica delle grandi corti mediterranee (fig. 1).

Il merito di aver sciolto i nodi di una vicenda critica “incerta” va allo staff di ricerca guidato da Maria Maddalena De Luca, con gli studi fondamentali condotti da Roberta Civiletto e Valeria Sola. Questi contributi hanno permesso di scindere quello che a lungo è stato considerato un insieme unitario in una stratificazione eterogenea riconducibile a due giganti della storia siciliana: Marcantonio Colonna e il Marchese di Villena.
La storia del corredo è essa stessa un romanzo, che sfocia in un’Odissea conservativa. Custodito nel Tesoro del Palazzo Senatorio di Palermo, fu donato nel 1858 a Ferdinando II di Borbone, restando a Capodimonte per quasi vent’anni. Fu l’acume di Antonino Salinas, primo illuminato direttore del Museo Nazionale, a trattarne ostinatamente il rientro nel 1876.
Tuttavia, come evidenziato dalla Civiletto, l’eccezionalità formale del manufatto aveva spesso preso il sopravvento sull’analisi contestuale. Le ricerche, a partire dalle prime intuizioni di Maria Accascina nel 1931 (The saddle of the viceroy of Sicily, in “International Studio”, fig. 2), si erano spesso perse in “esercizi attributivi poco controllati”. Oggi, la nuova musealizzazione mette fine alle incertezze, restituendo a ogni pezzo la sua identità.

L’elemento più iconico, databile al viceregno di Marcantonio Colonna (1577-1584), è la piastra di pettorale in argento. Questo oggetto non è una semplice protezione, ma una “macchina celebrativa” di densità iconografica straordinaria.
Al centro, in un ovale, appare un busto virile barbuto che regge una colonna (fig. 3). Secondo le analisi della Civiletto, l’immagine allude direttamente al Viceré, celebrando la sua discendenza mitica da Ercole e la potenza del casato.

Poi è da attenzionare la presenza di tritoni e sirene bicaudate, che non è solo decorativa; essa celebra il dominio dei mari di Colonna dopo la storica vittoria di Lepanto. Lo stile, invece, rivela la mano di argentieri di cultura toscana o romana, influenzati dai modelli di Giambologna e Ammannati. La Civiletto suggerisce che il pezzo possa essere stato realizzato a Roma e portato in Sicilia come parte dei beni personali del Colonna.
Di segno diverso, seppur perfettamente integrato nel nuovo allestimento, è il nucleo riferibile a Juan Gaspar Fernández Pacheco, Marchese di Villena (1606-1610). Qui la storia si tinge di un dramma familiare: le fonti (da Vincenzo Di Giovanni a Di Blasi) confermano che il Viceré pignorò la sua sella più preziosa presso la Tavola Pecuniaria di Palermo per raccogliere i 12.000 scudi necessari al riscatto del figlio Diego, catturato dai pirati ottomani:
“Vi si conserva pure un fornimento da cavallo di velluto cremisi ricamato di perle, e laminette di argento dorato con ismalto, le staffe, la testiera, ed altri ornamenti tutti di argento dorato, che fu lasciato in pegno dal Viceré Marchese di Vigliena, il quale pigliò a prestito dal pubblico Banco una grossa somma di denaro, per redimere dalla schiavitù de’ Barbareschi un suo figlio naturale. Della detta somma ne restituì porzione, e si ripigliò il più prezioso degli effetti pignorati, e restò il detto fornimento per la restante somma di 12.000 scudi”.
Gli studi di Civiletto e Sola hanno identificato con precisione l’ambito culturale di questo secondo blocco. Partendo dalla sella, realizzata in velluto cremisi fittamente ricamato in fili d’oro, argento e perle di fiume (fig. 4).

La decorazione presenta motivi fitomorfi stilizzati (garofani, gigli, spighe) che rimandano alla tradizione andalusa della seconda metà del XVI secolo (fig. 5).

Ad essa sono legate le staffe e gli speroni (fig. 6-7), di tradizione moresca,


realizzati in ferro dorato e ornati da magnifici smalti champlevé nei toni del rosso e del verde (fig. 8-9);


i confronti operati dalle studiose con i manufatti del Metropolitan Museum (manifattura granadina 1492-1530) sono stati decisivi per confermare la matrice nazarì. Infine, a completamento di questa attrezzatura da equitazione, vi sono gli smalti basse-taille, placchette che si svelano allo spettatore come minuscoli capolavori della tecnica dello smalto traslucido, che lascia intravedere la sagomatura del fondo metallico. Un dettaglio prezioso che trova riscontro in gioielli spagnoli coevi, come la collana attualmente in possesso al Museo Pepoli di Trapani.
Il nuovo allestimento a Palazzo Abatellis sfida la “conclusione trionfalistica” del percorso museale. La scelta di collocare il corredo in una teca defilata all’interno della Sala Verde, vicino ai capolavori della pittura del Cinquecento, risponde pienamente alla lezione di Carlo Scarpa. L’allestimento, così, permette allo spettatore di girare attorno al manufatto, montato su una sagoma di cavallo a grandezza naturale. Questa fruizione “analitica e ravvicinata” è fondamentale per cogliere quello che Civiletto definisce come “accumuli e metamorfosi” tipici dell’estetica manierista. Non si tratta di un oggetto statico, ma di un sistema organico di decori che espande il prestigio del cavaliere in ogni punto di vista.
Grazie alla ricerca della Civiletto e della Sola, il corredo equestre dei Viceré non è più un “unicum” confuso, ma un dialogo tra due epoche e due culture: il Manierismo tosco-romano del Colonna e il gusto ispano-moresco del Villena. Questa operazione di “pulizia” critica eleva il corredo da semplice curiosità storica a pilastro della cultura figurativa siciliana del Cinquecento e Seicento. Il lusso, qui, non è mai fine a sé stesso; è l’armatura simbolica con cui il potere vicereale si presentava al mondo, in bilico tra la gloria militare e la devozione privata.
Mario LIPARI Catania 1 Marzo 2026
