Il pianista Alexander Lonquich torna al’Isituzione universitaria dei concerti con Beethoven ed una nuova proposta per i giovani di oggi

di Claudio LISTANTI

Le Variazioni Diabelli in una esecuzione di pregio. Molto applaudita

Il pianista tedesco Alexander Lonquich è senza dubbio uno dei musicisti più apprezzati dal pubblico italiano. La sua fama è progressivamente cresciuta da quando nel 1977, giovanissimo, appena sedicenne, si aggiudicò il primo premio della dodicesima Edizione del Concorso Pianistico Internazionale Alessandro Casagrandedi Terni. Da allora i suoi successi, ottenuti grazie alla sua arte pianistica ed alla sua sensibilità musicale che lo porta spesso ad essere fortepianista ed a volte anche direttore-esecutore, sono stati sempre più frequenti non solo in Italia ma anche a livello internazionale accostando a tale attività anche una cospicua attività discografica.

Fig. 1. Il pianista Alexander Lonquich (©Claudio Rampini)

Per tutte queste ragioni il concerto di sabato 9 marzo, inserito nel programma della stagione concertistica dell’Istituzione Universitaria dei Concerti di Roma (Iuc) ha richiamato presso la storica sala dell’Aula Magna dell’Università La Sapienza, un foltissimo pubblico che ha seguito con attenzione e concentrazione tutto il programma presentato. (Fig. 1)

A proposito di tale programma dobbiamo dire che aveva una composizione insolita, rappresentando una sorta di sperimentazione che solo la sensibilità di un artista come Lonquich può produrre per i contenuti stimolanti sia per l’esecutore che per il pubblico.

Le due parti nelle quali era divisa la serata erano concepite per proporre un particolare contrasto. Nella prima, Lonquich ha preso ispirazione dal tipo di fruizione adottata dall’ascoltatore di oggi, influenzata dai ritmi della rete, dove si è propensi ad ascoltare brevi brani, o frammenti di brani, obbedendo ad una personale seduzione di musiche particolari, di autori spesso distanti tra loro nella poetica ma ascoltati anche in posizione ‘attigua’, dove ognuno soddisfa la propria sensibilità a seconda del momento. Insomma ognuno di noi ha in testa una sorta di ‘playlist’.

Fig. 2. Il pianista Alexander Lonquich nella prima parte del concerto (©Claudio Rampini)

Lonquich, con questo concerto, ha risposto a questa necessità, proponendo una sua ‘playlist’ del tutto personale composta da diciotto brevi brani di autori rappresentanti poetiche musicali le più disparate ordinate non in ordine temporale ma, piuttosto, secondo la sua ‘interiore’ sensibilità. Citiamo le parole dello stesso Lonquich, sicuramente più significative delle nostre, contenute nel programma di sala della serata (Fig. 2)

‘Scegliendo i pezzi da abbinare nella prima parte mi sono lasciato inizialmente guidare da un’idea semplice: cosa vorrei suonare una volta finito il brano precedente? Sviluppando la mia ‘playlist’ personale scopro così delle contrapposizioni dialettiche e delle affinità, nascoste al primo sguardo, ma forse in grado di emergere oltre la superficie’ una scelta condizionata da particolari ‘affinità elettive’ 

Difficile elencare completamente tutti i brani ma vogliamo proporre la lista dei compositori che si sono alternati nella prima parte che il lettore considererà sicuramente esplicativa soprattutto per capire quel ‘racconto atipico’ (parole di Lonquich): Stravinskij, Beethoven, Adorno, Milhaud, Cajkovskij, Stravinskij, Janacek, Reger, Schumann, Wolpe, Bruckner, Grieg, Rachmaninov, Skrjabin, Wolpe, C.P.E. Bach, Schumann e Janacek.

A tale disordine, che se consideriamo il punto di vista del pianista è solo apparente, nella seconda parte è stata inserita una composizione di più ampio respiro, dalle caratteristiche antitetiche con la precedente e uno dei più grandi capolavori della musica, straordinario esempio di organizzazione musicale e strutturale: le Variazioni in do maggiore su un valzer di Diabelli per pianoforte op. 120 di Ludwig van Beethoven. (Fig. 3)

Fig. 3. Il valzer di Anton Diabelli ‘Tema delle Variazioni op. 120

Per quanto ci riguarda, senza dubbio, rispettiamo il pensiero e la volontà di un artista della statura di Lonquich e non vogliamo contraddire il suo modo di vedere le musica ma questa sua scelta della prima parte non ci ha appassionato. Noi che scriviamo siamo figli della cultura del ‘900 e per il nostro modo di vedere e sentire la musica non riusciamo ad essere coinvolti emotivamente da una serie di brevissimi brani di musica nella quale troviamo più le caratteristiche di una ‘miscellanea’ piuttosto che un evento musicale che ‘scalda il cuore’.

Fig 4. Una immagine d’epoca di Anton Diabelli

Forse non è stato un caso ma i deboli applausi del pubblico che hanno salutato la fine della prima parte sono dovuti al fatto che, pur essendo presenti molti giovani e studenti, più portati di noi ad apprezzare una ‘playslist’ così come proposto da Lonquich, il grosso del pubblico è comunque fatto di persone non più giovanissime che, quindi, possono aver trovato una certa difficoltà nell’inserirsi in questo gioco nonostante la prova pianistica offerta da Lonquich sia stata di alto livello (Fig. 4) .

Le ‘Variazioni Dainelli’, vero colosso della Storia della Musica, proposte nella seconda parte ci hanno coinvolto in maniera più trascinante soprattutto per l’interpretazione scelta da Lonquich, certo non  ‘energica’ come ci hanno abituato certi interpreti dallo spiccato gusto romantico ma elegante, ponderata, misurata e raffinata, molto attenta a mettere in evidenza i caratteri strutturali di questo vero monumento all’arte della variazione che, praticamente, si è insinuata in tutta la vita del Beethoven compositore, maturata progressivamente

Fig 5. Il pianista Alexander Lonquich nella seconda parte del concerto (©Claudio Rampini)

partendo dalle variazioni del primo periodo a carattere perlopiù  ‘di improvvisazione’ ma utilizzate spesso in maniera scolastica e convenzionale per giungere all’ultimo periodo della sua vita, dove le ‘Diabelli’ si fanno la largo tra le grandi costruzioni musicali della Nona Sinfonia, della Missa Solemnis e delle ultime Sonate per Pianoforte; tra questi capisaldi le ‘Diabelli’ si fanno largo soprattutto per il loro incontrovertibile valore armonico e contrappuntistico. L’esecuzione di Lonquich ha avuto il pregio di esaltare queste peculiarità offrendoci una lettura controllata ed equilibrata che ha trascinato il pubblico tutto.

Scroscianti e reiterati appalusi di tutto il pubblico hanno suggellato questa ennesima prova di interpretazione pianistica da parte di Alexander Lonquich che ha gratificato il pubblico con un bis ‘chopiniano, l’improvviso n. 2  in Fa diesis maggiore Op.36.

Claudio LISTANTI    Roma   marzo 2019