Il Papa dai “provvidi pensieri”; la figura e l’opera di Benedetto XIV in una mostra dell’Università di Bologna

di Donatella BIAGI MAINO

Si è da poco conclusa la bella e coraggiosa mostra che l’Università degli Studi di Bologna ha dedicato, ricorrendo trecentocinquanta anni dalla nascita, al più importante pontefice dell’età dei Lumi, Benedetto XIV, il bolognese Prospero Lambertini.

L’esposizione, dal titolo Benedetto XIV e Bologna. Arti e scienze nell’età dei lumi, è stata allestita presso la sede dei Musei Universitari e le sale della Biblioteca Universitaria, e tra gli altri meriti ha avuto quello di riportare sotto i riflettori di una città spesso avversa alla conoscenza del proprio passato e al richiamo della storia lo straordinario portato culturale e cultuale dei “provvidi pensieri” del Lambertini per la medicina, la scienza tutta, le arti, in un’epoca di forti e contraddittorie spinte volte al cambiamento per il progresso della cultura, per un nuovo ordinamento sociale, una diversa accezione alla religione dei padri, che il pontefice volle liberata, nei limiti concessi dai tempi, da superstizioni, infingimenti, dal lusso eccessivo della corte e delle corti che impoveriva il popolo e il regno.

Ho scritto che la mostra è stata coraggiosa, e lo ribadisco. In anni – troppi – in cui assistiamo sgomenti alla sconvenienza delle “mostre-evento di scarso o nullo valore culturale, votate ad un’effimera spettacolarizzazione fine a sé stessa[1] che vengono allestite implacabilmente per il solo interesse commerciale, ideare e realizzare un’esposizione dedicata ad un personaggio grandissimo ma non così noto al pubblico e fondata sulla messa in scena di opere strepitose ma di richiamo assai diverso rispetto ai consueti dipinti di Caravaggio o Van Gogh o ai reperti di Tutankhamon[2], per citare il soggetto di quella che a mio parere è il compendio di tale tipo di mostre, è un atto di coraggio, frutto della volontà, sempre più rara, di portare avanti la conoscenza in un campo, quello storico-artistico, avaro di novità e irretito da istanze che poco o nulla hanno a che fare con la ricerca.

Mi unisco a Orietta Rossi Pinelli nel rilevare a proposito del “diffuso malessere della nostra disciplina:

“Un disagio condiviso con … molte altre discipline umanistiche per via di una crisi generalizzata che ha colpito l’intero settore, non solo in Italia, e che ha prodotto una diminuzione dei finanziamenti, di investimenti, di attività editoriali … a tutto favore delle scienze <dure>. La crisi non ha provocato solo afonia nella voce degli storici dell’arte ma ha anche investito l’intero patrimonio, la sua conservazione, trasmissione, valorizzazione. Questo patrimonio è fragile, ma si fa finta di nulla, e gli errori commessi o le omissioni possono provocare danni molto gravi e spesso irreversibili[3].

È ancora la Rossi Pinelli a sottolineare come

“in questa deriva, molti sono propensi ad attribuire alla necessità di venire incontro ai desideri del pubblico le ragioni del proliferare di esposizioni futili e inutili. Personalmente non concordo con questa facile scusa. Sta a chi organizza gli eventi scegliere di farne un momento di crescita e di conoscenza o semplicemente di coinvolgimento passivo del pubblico, inseguendone le istanze più becere[4].

Non si potrebbe dire meglio.

Sappiamo, molti di noi per esperienza personale, e quanto dolorosa, che andare controcorrente e perseguire quella che a tanti pare un’utopia, la libertà di pensiero nella ricerca e l’avventurarsi per sentieri impervi e poco frequentati cercando attraverso l’indagine di arrivare ad un nocciolo di verità, è cosa pericolosa, avventata quasi, ma la responsabilità verso la disciplina e i nostri allievi impone, nei limiti del possibile, coerenza e, quasi, temerarietà.

Nel ristretto novero delle mostre improntate a scoperta e di vera ricerca che abbiamo visitato quest’anno – tra le quali non posso non citare Barocco globale [5]per me bellissima e di qualità certa – colloco l’esposizione bolognese, frutto della competenza di studiosi di vaglia coordinati da Francesco Citti, presidente del Sistema Bibliotecario d’Ateneo e curatore, con Irene Graziani, del catalogo della mostra[6], che ha lavorato in sinergia con Giuliana Benvenuti, cui è la cura del Sistema Museale d’Ateneo.

Una collaborazione più che necessaria, per le competenze di entrambi ma anche perché la mostra è stata ospitata, come si è detto, nelle sale storiche della Biblioteca e in quelle del museo di Palazzo Poggi, prestigiosissima sede, nel Settecento, dell’Istituto delle Scienze, del quale l’Università è erede. In esse è custodito quanto è giunto a noi delle raccolte enciclopediche di oggetti d’arte e di natura che tra fine Seicento e il secondo decennio del secolo successivo il conte generale Luigi Ferdinando Marsili aveva messo insieme con grande passione e sforzo anche pecuniario per creare nella sua città, già madre degli studi ma la cui Università, dopo secoli di grandezza, era in declino, una accademia di tale prestigio – per laboratori, collezioni, docenza – da rivaleggiare con le maggiori d’Europa: e in una città che non aveva una corte, come Roma o Parigi, né una struttura economica paragonabile a quella inglese.

Molte le difficoltà che dovette incontrare, molti gli ostacoli. La tanto celebrata bonomia dei bolognesi cela una avversione alle novità, che all’epoca spaventava la fragile aristocrazia locale e i buoni borghesi, arroccati tutti sulla tradizione e difensori di un passato già grande ma che era urgente promuovere secondo i termini di un aggiornamento consapevole.

Non domo ma deluso, il Marsili si affidò a Prospero Lambertini in una causa contro il Senato, l’organo politico di Bologna, e per l’Istituto delle Scienze fu la svolta.

Tra il demiurgo e il protettore infatti c’era un’assoluta identità di pensiero, la consapevolezza che il progresso della società è perseguibile attraverso sì lo sviluppo dell’economia, che in modi e con possibilità ovviamente diversi entrambi si prefissero, ma che fondamento di tutto erano lo studio e la ricerca; nutrirono una grande fiducia nelle scienze nuove, la fisica, l’astronomia, la chimica, la botanica ecc. e fidavano nelle possibilità di un rinnovato umanesimo attraverso le arti del disegno che già avevano fatto grande Bologna, per mantenere intatta la sua fama di scuola di pittura.

E dal 1740, l’anno dell’elezione al soglio pontificio, Benedetto XIV si prodigò per ottenere nei diversi campi dello scibile il più concreto risultato possibile.

Ho asserito che l’aver allestito la mostra presso i Musei Universitari, con una inevitabile appendice al Museo Civico Medievale[7] che custodisce alcuni materiali donati dal papa – in età napoleonica e anche dopo, le stanze dell’Istituto delle Scienze furono spogliate delle collezioni messe insieme in più secoli, avendo il Settecento dei Lumi recuperato i materiali del Museo Cospi e soprattutto del museo aldrovandiano: e quanto dispiace che la magnifica maschera azteca che fu di Ulisse Aldrovandi sia finita al Museo delle Civiltà di Roma, perdendo in tal modo parte della sua identità[8] -, è stata una scelta ottima anche se per logica di pensiero inevitabile, dato che, come anticipato, l’Istituto delle Scienze fu rifondato dal Lambertini[9], con esiti straordinari.

Non sempre l’uso invalso da decenni di trasformare musei in sedi di mostre, stravolgendone le collezioni, si rivela una scelta felice, anzi, più spesso infelice che altro, ma questa è stata l’occasione perfetta per far conoscere nel luogo più acconcio materiali che per necessità di conservazione raramente si possono esporre – manoscritti, codici miniati, lettere, tra le quali quella dedicatoria al papa del Mahomet di Voltaire –, ambientandoli secondo il criterio storiografico che concede di comprendere appieno il significato del libro per la Repubblica delle Lettere nel percorso culturale dell’età dei Lumi, accanto alla possibilità di ammirarne la qualità.

La  storia della collezione dei libri di Benedetto XIV e la donazione e della conseguente costruzione di una grande biblioteca adatta a custodire e, per usare un termine oggi molto in voga, valorizzare la straordinaria raccolta di libri che per suo volere accolse anche tomi e volumi del cardinal Gabriele Paleotti e di Ulisse Aldrovandi, che da secoli giacevano quasi in abbandono per negligenze di chi li avrebbe dovuto custodire (il Senato, la Curia), è una vicenda esemplare per avvicinare il carattere del personaggio e comprenderne la politica culturale.

Su progetto di Carlo Francesco Dotti fece edificare un grande invaso architettonicamente ispirato ad un codice di matrice classicista di ampio respiro, suggestivo nella definizione degli spazi e della presa di luce; le scansie in radica di noce furono realizzate da Carlo Dal Pozzo su disegno di Ercole Lelli, artista poliedrico sul quale torneremo e che fu personaggio di fiducia del Lambertini.

La grande biblioteca, aperta la pubblico nel 1756, rispecchia la passione per il sapere del suo demiurgo, la cui preoccupazione fu dunque, anche in momenti difficili per il suo regno e il pontificato, di accrescere le raccolte librarie, non solo donando la sua stessa biblioteca ma incentivando altri, in primis l’amico e sodale cardinal Monti, a fare altrettanto, ampliando enormemente il patrimonio documentario dell’Istituto – il Monti destinò a Bologna non solo i molti suoi libri ma anche i ritratti degli scrittori le cui opere comparivano nella raccolta, andando così a costituire il primo nucleo dell’importantissima e rara iconoteca dell’Università bolognese, più di seicento dipinti la più parte dei quali di scarso valore artistico ma fondamentali per comporre la rete del sapere sia laico che religioso in età illuminista[10].

Dunque, nell’Aula Magna dell’Istituto delle Scienze, cuore pulsante della riforma benedettina, sono stati esposti manoscritti miniati o decorati ereditati dall’Alma Mater e ivi custoditi con la massima attenzione, come di dovere; tra questi ricordo il Sacramentario d’arte ottoniana[11], la Divina Commedia[12] del XIV secolo che era appartenuta al pontefice medesimo, il sontuoso Breviario di corso romano del medesimo secolo[13], miniato dal Maestro del Breviario Francescano, di rara freschezza, e ancora l’Officium Beatae Virginis Mariae[14], l’Offiziolo del Lambertini dall’ornamentazione antichizzante di splendida qualità, e alcuni dei molti donativi a Benedetto XIV, che nell’occasione del Natale del 1741 in una lettera si compiaceva di notare che la più parte dei regali erano “stati i libri, essendo la gente persuasa che ci piacciono[15]: tra questi tre manoscritti armeni, esposti, decorati con immagini rare per la cultura di provenienza.

Erano in mostra prime edizioni di classici greci di Aldo Manuzio, l’edizione del 1652 del Seneca di Giusto Lipsio con le incisioni su disegni di Rubens – celebre l’immagine del suicidio del filosofo, dal corpo solcato da vene in evidenza, così come la muscolatura, giusta le buone regole dello studio dell’anatomia -, accanto a volumi settecenteschi di rara bellezza.

Lo studio di tali rarità si deve ad Annafelicia Zuffrano[16], che per l’Università bolognese si occupa dell’analisi del fondo manoscritto: all’agguerrita studiosa si deve la disamina della storia, dei motivi e dei modi in cui l’ingentissimo patrimonio librario del pontefice, corredato di un catalogo in 3 volumi e 4 tomi[17], venne ad aggiungersi a quanto presente presso le due accademie che componevano l’istituzione, quella delle Scienze e la Clementina di Pittura, Scultura e Architettura.

I libri, dunque, per la storia e per la conoscenza del presente, l’avanzamento del sapere dall’epoca galileiana e sotto l’egida delle scoperte di Newton (il cui ritratto campeggia tra quanti donati dal Monti), i cui raggiungimenti in campo matematico e fisico erano oggetto di attenzione da parte del Lambertini, cresciuto culturalmente in un clima di rara libertà di pensiero (basti ricordare gli esperimenti ottici di Francesco Maria Zanotti e Eustachio Manfredi, già negli anni venti del secolo dei Lumi): molti i suoi “provvidi pensieri” per l’accrescimento degli strumenti delle Stanze della Chimica, della Diottrica, della Fisica, della Storia Naturale, descritte da Giuseppe Gaetano Bolletti nel suo prezioso Dell’origine e de’ progressi dell’Istituto delle Scienze di Bologna[18] che puntualmente registra i donativi benedettini e quanto il pontefice fece per il progresso delle accademie, secondo un percorso che le scelte degli ordinatori della mostra hanno rispettato ricollocando nella storia i molti strumenti voluti da Benedetto XIV, da conoscere nel progresso della scienza ma anche per accostare la filosofia del Settecento.

Gli strumenti ottici di Giuseppe Campana[19] acquistati nel 1745, quelli chirurgici, realizzati in Francia su suo ordine per la prima cattedra di chirurgia affidata a Pier Paolo Molinelli, le molte cere e terrecotte per la ginecologia[20], per istruire le levatrici e diminuire attraverso l’acquisita pratica scientifica i decessi delle partorienti (e dei neonati) fanno parte delle collezioni permanenti dei Musei Universitari, come gli oggetti per la Stanza di Geografia e Nautica, i due globi celeste e terrestre di John Senex che furono fatti pervenire all’Istituto nel 1740, l’anno dell’elezione al pontificato, si noti, e tant’altro, e sono stati presentati al visitatore nel rapporto con il patrocinatore, secondo una chiave di lettura essenziale non così immediata sino ad oggi, sino a quando non sono stati accesi i riflettori su questo personaggio illuminato, tra i più accorti mecenati del Settecento, che nulla volle per sé ma donò tutto al suo popolo.

Il grande ritratto in mosaico che campeggia nella stanza che ospita le collezioni, quanto è rimasto, di Ulisse Aldrovandi, ad esempio: fatto eseguire dal cardinale Altoviti Avila a Roma con straordinario dispendio nei laboratori musivi del Vaticano, su disegno di Giacomo Zoboli, fu subitamente inviato a Bologna dal papa perché fosse collocato in Istituto, a perenne memoria ma più ancora a monito ai bolognesi, riottosi, come lui ben sapeva, ad ogni autorità.

1 – P. P. Cristofori, B. Regoli, G. Ottaviani, G. Paleat (mosaico, su progetto di G. Zoboli), Ritratto di Benedetto XIV. Università di Bologna, Museo di Palazzo Poggi.
Pierre Subleyras, Ritratto di Papa Benedetto XIV, Versailles, Musée du Chàteau

Benedetto è assiso sul trono, “con tutti i vestiti pontifici[21], emblematici del potere – la tiara, il piviale riccamente ricamato, la pantofola -, la mano destra in atto di benedizione e lo sguardo altero, distaccato, quanto infine di più lontano dal ritratto da lui scelto per far conoscere la sua effigie e da omaggiare ai potenti, il celeberrimo dipinto di Subleyras[22], di tutt’altro tono ed enfasi.

Basta ripercorrere le attenzioni per il trasporto e la collocazione e l’incorniciatura del grandissimo mosaico per rendersi conto dell’incredibile capacità di concentrazione anche sul più apparentemente marginale problema del Lambertini, attento e preoccupato per le sorti dello Stato che era stato chiamato a reggere, come ha magistralmente dimostrato Mario Rosa, per la religione cattolica, sua prima cura, ma anche per gli spetti più minuti del vivere e del benessere della sua patria.

Prima di procedere con l’approfondimento di alcuni di questi aspetti così come sono trattati nel catalogo della mostra, voglio con Annarita Angelini sottolineare il significato delle preoccupazioni del Lambertini, dotato di straordinaria lungimiranza, per l’Istituto:

Sovrani come Luigi XIV e Carlo II non avevano compreso ciò che il sovrano pontefice aveva preconizzato: l’avanzamento del sapere scientifico imponeva la collegialità della discussione, ma anche della sperimentazione; spettava al pubblico potere non solo provvedere al confronto e allo scambio teorico, resi possibili dalla dimensione pubblica e dalla stampa periodica degli atti accademici, ma anche finanziare una ricerca che, nelle sue fasi operative, richiedeva tecnologie complesse e costose, inaffrontabili da parte di singoli scienziati da sodalizi privati. Era precisamente intorno a quelle tecnologie condivise che si aprivano i confini che avevano mantenuto separate le diverse regioni dell’universo della scienza e si schiudevano domini scientifici nuovi, fino ad allora inesplorati”[23].

Su questi aspetti, fondamentali, del suo pensiero e della sua opera, nonché su provvedimenti anche apparentemente secondari – la doppia cornice per il suo ritratto – abbiamo la testimonianza non solo dei documenti ufficiali[24], ma anche del vastissimo corpus del suo epistolario.

Possediamo infatti un numero elevatissimo di sue lettere, quelle pubblicate da Paolo Prodi e Maria Teresa Fattori[25], il nucleo custodito presso l’Universitaria reso noto da di Irene Folli Ventura e Laura Miani[26], i carteggi esaminati da Maria Antonietta de Angelis[27], destinate tutte  a corrispondenti di sua fiducia nelle quali il pontefice discorre non di politica, argomento delle missive al De Tencin[28], bensì del quotidiano, delle sue preoccupazioni per la patria, di quanto fatto per il grandioso Giubileo del 1750, un trionfo della cristianità, un capitale di informazioni che getta una luce sfavillante sulla sua personalità e le motivazioni del suo accorto mecenatismo, lontano, come rilevato da Francis Haskell[29], da quello dei predecessori, mirando il Lambertini al bene pubblico e non suo personale o della famiglia.

Lo sfoglio della corrispondenza ha concesso di chiarire molti aspetti dei “provvidi pensieri del papa, e di comprendere come le attenzioni e le cure alle cose di sua patria fossero il sollievo agli assillanti problemi dello Stato, il riposo mentale per affrontare la grave crisi che dagli anni Trenta del secolo affliggeva il papato e cui in parte pose rimedio. Si leggono gli sfoghi per quanto non era condotto secondo il suo intendimento, essendo lui imperativo e autoritario e con una chiara visione delle cose, e affascinano i commenti per i risultati ottenuti dai suoi sforzi, la pubblicazione dei commentari del Bononiensi Scientiarum et Artium Instituto atque Academia[30] e la realizzazione della Stanza della Notomia, con le statue di Adamo ed Eva e di corpi spogliati da muscoli sino allo scheletro, in una sorta di seducente striptease del corpo umano, otto statue in cera, le ultime due impalcature ossee che reggono la falce, atteggiate a simulare la Morte[31].

3 – Ercole Lelli, Sala della Notomia (cera policroma). Università di Bologna, Museo di Palazzo Poggi

Seducente: perché la perizia del plasticatore ha saputo collocare questi oggetti di studio in pose tali da comporre una sorta di danza, di tale bellezza da non suscitare sgomento per la crudezza degli elementi.

Le “otto statue al naturale dimostranti distintamente la Miologia e l’Osteologia[32] che sono giunte a noi unitamente alle teche che furono approntate per esse, e sono tra gli oggetti più mirabili del magnifico museo oltre ad essere un unicum nel mondo, sono la testimonianza più immediata della finalità perseguita dal Lambertini per il progresso congiunto di arte e scienza.

“Una relazione a doppio senso, questa tra scienza e arte, dal momento che la stanza dell’anatomia doveva servire, in collegamento con la Scuola di Chirurgia e il Teatro Anatomico dell’Archiginnasio, all’addestramento pratico dei medici, ma doveva servire anche ai soci dell’Accademia Clementina di belle arti per l’insegnamento del disegno anatomico[33].

La preoccupazione di Benedetto XIV per le arti figurative si manifestò in quella sorta di rifondazione dell’Accademia Clementina di Pittura, Scultura e Architettura che era stata aperta nel secondo decennio del secolo dal Marsili, aveva avuto tra i fondatori personaggi eccellenti quali Carlo Cignani, Marcantonio Franceschini, Donato Creti, Aureliano Milani, Giuseppe Maria Crespi[34] per citare solo i maggiori ma aveva subìto, negli anni in cui il gusto era per il rococò, un periodo di flessione nell’insegnamento e nella produzione, perdendo un poco lo smalto che la produzione di questi grandi aveva restituito alla Bologna già dei Carracci. I molti provvedimenti che il pontefice promosse per l’istituzione fecero sì che tornasse ad essere centro vitale di cultura, in grado di attirare l’attenzione di pittori e intellettuali celebri o destinati a divenire tali – Mengs, Reynolds, Winckelmann, Fragonard – che sostarono a Bologna lasciando tracce della loro estimazione e stimolando la necessità del conoscere per i giovani allievi, confortati nell’aprirsi a nuovi orizzonti dal lungo soggiorno di Francesco Algarotti, che nella città del sapere dopo una vita avventurosa e cosmopolita vi aveva trovato rifugio, incoraggiato dalla possibilità di procedere con la sperimentazione scientifica e l’istruzione degli artisti.

4 – Codice Cospi (Messico). Università di Bologna, Biblioteca Universitaria, ms. 4093

Per l’Accademia il Lambertini aveva voluto il meglio secondo le corrette regole accademiche (del Sulzer, del Mengs; dello Zanotti) e i parametri internazionali, accrescendo la galleria delle Statue, la gipsoteca che sino al suo intervento era di entità modesta e che con la sua dotazione fu in grado di rivaleggiare con quella dell’Accademia di Francia, secondo il suo illuminato pensiero – per Bologna volle i “modelli in gesso delle più nobili statue che sono in Roma. Coll’esempio di Luigi XIV che fece fare pure gli stessi modelli per Parigi[35] -, donando un fondo grafico importantissimo, libri ad hoc eccetera: ma va sottolineato che fu fondamentale anche il sistema di norme che regolavano l’andamento dei corsi che impose attraverso un sottile gioco diplomatico per il tramite dell’ottimo Lelli, per apporre il suo stigma all’andamento dei percorsi delle arti del disegno.

Le sue donazioni solo apparentemente sono frutto unico della sua generosità. Attraverso l’incentivazione dello studio dell’antico dei modelli che avevano studiato i Carracci, Guido Reni, gli Incamminati tutti, il papa appoggia la svolta di segno classicista che impronterà di sé la seconda metà del secolo per poi svilupparsi nello stile che chiamiamo neoclassico, nella consapevolezza che la poetica del classicismo era aperta al recupero degli insegnamenti tridentini[36].

6 – Medaglia di Ottone Hamerani per Benedetto XIV . Bologna, Museo Civico Archeologico

Ma non solo: la scelta di far sì che la collaborazione tra scienza e arte si sviluppasse nelle stanze dell’Istituto portò anche a una diversa attenzione degli artisti per le scienze naturali, con esiti altissimi e quasi imprevedibili[37], così come le aperture al pensiero filosofico internazionale rese possibili dal nuovo clima intellettuale patrocinato dal pontefice furono di stimolo per i giovani pittori per la riflessione sui principi dell’illuminismo[38], sino a confrontarsi con le prove di colleghi di scuole diverse, assai più avvantaggiate dalla presenza come già detto di una corte, di patrocinatori diversamente munifici del clero e dell’aristocrazia e della borghesia bolognese, ma ottenendo esiti, in più casi, eccellenti.

Senza voler ripercorrere la strada di quanti, cresciuti nelle aule della Clementina, furono chiamati ad operare all’estero, ricordiamo l’attenzione di alcuni grandi mecenati per la scuola bolognese, che seppero trascorrere dall’ammirazione del passato alla scoperta dell’entusiasmate presente. Giorgio III d’Inghilterra, per fare un nome, negli anni cinquanta aveva incaricato il suo bibliotecario, poi economo della Royal Academy, Richard Darton di fare acquisto a Bologna di disegni e stampe del Guercino, una impresa riuscita che fu ottimizzata dall’acquisizione di fogli e fogli del più brillante dei giovani clementini, Gaetano Gandolfi, oggi nelle collezioni reali: per tutta la vita il sovrano collezionò sue prove, l’arrivo delle quali a Londra era sempre motivo di allegrezza[39]. E cito ancora Nikolaj Borisovic Yusupof, il diplomatico che godeva della fiducia di Caterina II, collezionista tra i più importanti – la sua raccolta uguagliava quella imperiale – che al bolognese chiese alcune favole profane di indiscutibile bellezza.

Tra gli altri “provvidi pensieri” del pontefice per l’Istituto bolognese ricordiamo in sintesi estrema le risoluzioni per la musica, che volle riformata per la liturgia; le dotazioni per la cattedrale di San Pietro, tra le quali accanto ad oreficerie preziosissime, al dono della Rosa d’Oro, oggetto di grande prestigio per il ricevente – era stata riservata ai soli regnanti -, e per fare il quale un anno rinunciò alla villeggiatura – i magnifici arazzi, otto, due dei quali tessuti a imitazione dei dipinti di Pompeo Batoni e Giuseppe Passeri che adornavano il suo Caffehaus al Quirinale, che negli anni quaranta fecero conoscere ai giovani allievi della Clementina la grandezza della pittura romana.

Dunque, ogni campo dello scibile che Benedetto XIV affrontò per la crescita delle Accademie dell’Istituto è stato oggetto di ricerca ed approfondimento ad opera degli studiosi che hanno scritto il catalogo e presentato nei termini corretti nella mostra; tra i tanti, davvero tanti, temi non si può non soffermarsi sulle collezioni indigene americane anche per l’attualità della discussione sul colonialismo.

Il pontefice fu particolarmente attento sia alle missioni gesuitiche nel Nuovo Mondo che al problema della schiavitù, come attesta il breve diretto ai vescovi portoghesi dell’America del Sud che sosteneva i diritti degli indios; cruciale come sempre per lui era la conoscenza delle culture altre per comprendere, e la favorì attraverso la

“costituzione, presso l’Istituto delle Scienze di Bologna, di quella che tra la metà del XVIII e la fine del XIX  secolo è stata una delle più rilevanti collezioni di manufatti indigeni americani in Europa[40].
5 – Bracciale di piume (Perù). Bologna. Museo Civico Medievale

Come si è anticipato, tale raccolta è stata suddivisa inopinatamente tra musei bolognesi e romani, e per la mostra Davide Dominici e Samuele Tacconi hanno ripercorso la storia delle collezioni che furono oggetto di cura del pontefice dal 1742, da quando cioè volle che le collezioni Cospi e Aldrovandi venissero collocate presso l’Istituto, che negli anni del suo regno provvide ad accrescere attraverso donativi e acquisizioni.

Dapprima i materiali che aveva raccolto il cardinale Flavio Chigi e che gli furono regalati dal principe Augusto Chigi nel 1745[41], quindi la strepitosa donazione fattagli dal Provinciale Gesuita di Quito, Carlos Brentano, giunto a Roma nel 1751, che comprende anche un cofanetto esposto in mostra, la cui decorazione “

offre una vivida testimonianza dell’incontro coloniale, incarnando la complessa interazione tra tradizioni artistiche indigene e strategie missionarie europee e riflettendo ampiamente i processi storici che hanno plasmato le identità culturali nella regione andina e amazzonica durante il periodo coloniale[42].
7 – A. A. Scarselli, Festa pirotecnica in piazza Maggiore per l’esaltazione di Benedetto XIV, in Insigna degli Anziani del Comune di Bologna. Bologna, Archivio di Stato, vol. XIII, c. 145a

Dei tanti aspetti della complessa personalità di questo grandissimo pontefice la mostra, dunque, ha ampliato la conoscenza focalizzando gli studi sulla questione bolognese, già in altre occasioni affrontata, ma non con una mostra!, ma sempre plausibile di approfondimenti; quel rapporto con la sua città e l’amatissimo Istituto delle Scienze che già nel 1742 Benedetto XIV sintetizzava così:

Per quel provvido pensiere, che abbiamo sempre, per quanto permette la qualità dei tempi, di beneficare tutti li nostri amatissimi sudditi, ci sta poi anche particolarmente a cuore ciò che può apportare vantaggio, e lustro alla nostra Patria. Fra le molte, due cose in essa ottengono questo fine, una lo studio pubblico da secoli rinomato, l’altra l’Instituto delle Scienze, il quale, quando arrivammo alla Chiesa Arcivescovile di Bologna, trovammo quasi nascente, e perciò mancante di molte cose; ma ciò nonostante, con le prime stampe date in luce dall’Accademia al medesimo unita, e molto più con le susseguenti, si è acquistato presso le più celebri Università d’Europa, e letterati, stima, ed onore[43].

Donatella BIAGI MAINO  Bologna  7 Settembre 2025

Dipartimento delle Arti – DAR, Alma Mater Studiorum – Università di Bologna

NOTE

1) Pinelli, 2008, <Repubblica>, in O. Rossi Pinelli, Mostre di ricerca e collaborazioni scientifiche, in Effetto mostre. L’organizzazione delle mostre in Italia e all’estero, Atti della seduta allargata del Comitato Tecnico Scientifico per il patrimonio Storico ed Etnoantropologico (Roma, Complesso monumentale di San Michele a Ripa, 14 ottobre 2008), edifir Edizioni Firenze, Firenze 2009, p. 197.
2) Goldin (a cura di), Tutankhamon Caravaggio Van Gogh. La sera e i notturni dagli Egizi al Novecento (Basilica Palladiana, Vicenza), Treviso, Linea d’ombra, 2015.
3) Rossi Pinelli, Introduzione, in O. Rossi Pinelli (a cura di), La storia delle storie dell’arte, Piccola Biblioteca Einaudi, Torino, 2014, p. VII.
4) Rossi Pinelli, Mostre di ricerca, cit., p. 197.
5) Cappelletti, F. Freddolini (a cura di), Barocco Globale. Il mondo a Roma nel secolo di Bernini, catalogo della mostra (Roma, Scuderie del Quirinale), Milano, Electa 2025.
6) Citti, I. Graziani (a cura di), Benedetto XIV e Bologna. Arti e scienze nell’età dei lumi, catalogo della mostra (Bologna, Biblioteca Universitaria – Museo di Palazzo Poggi,) 7 maggio – 27 luglio 2025), Bologna, Pendragon 2025
7) Laurencich Minelli, a cura di, Bologna e il Mondo Nuovo, catalogo della mostra (Bologna, ), Bologna, Grafis 1992, p. .
8) Vedi G. Gandolfi, Imagines Illustrium Virorum. La collezione dei ritratti dell’Università e della Biblioteca Universitaria di Bologna, Bologna, Clueb 2010.
9) Massaccesi, scheda firmata, in A. Zuffrano, Lectissima ex omni disciplinarum genere. La <domestica Libraria> di Benedetto XIV, in F. Citti, I. Graziani (a cura di), Benedetto XIV e Bologna, cit., p. 54
10) Flamma, scheda firmata, ivi, p. 65
11) Massaccesi, scheda firmata, ivi, p. 72
12) Riva, scheda firmata, ivi, p. 79
13) Lettera al card. De Tencin del 26 dicembre 1744. Cfr. E. Morelli, Le lettere di Benedetto XIV al card. De Tencin: dai testi originali, 1, 1740-1747, Roma, Edizioni di storia e letteratura, 1955, n. 133, in A. Zuffrano, Lectissima ex omni disciplinarum genere, cit. p. 51
14) Zuffrano, Lectissima ex omni disciplinarum genere, cit.
15) Ivi, p. 47
16) G. Bolletti, Dell’origine e de’ progressi dell’Instituto delle Scienze di Bologna E di tutte le Accademie ad esso unite, Bologna, Lelio dalla Volpe, 1751
17) Biagi Maino, Benedetto XIV e la Repubblica delle arti del disegno. L’Accademia Clementina e l’Europa, in F. Citti, I. Graziani (a cura di), Benedetto XIV e Bologna, cit., p. 231
18) Pierre Subleyras, Ritratto di Benedetto XIV, olio su tela, cm 125 x 98. Versailles, Musée du Chàteau. Si impone, a proposito della ritrattistica del nostro pontefice, ovviamente di non poco momento, una correzione a quanto scritto da Irene Graziani (Un lungo governo della diocesi: mecenatismo e munificenza di Prospero Lambertini, vescovo di Bologna, in F. Citti, I. Graziani (a cura di), Benedetto XIV e Bologna, cit., pp. 161-162), che accoglie l’errata interpretazione data da A, Mazza (Le pale d’altare e la quadreria della sagrestia. Pittura bolognese tra classicismo e accademia, in R. Terra, a cura di, La Cattedrale di San Pietro in Bologna, Cinisello Balsamo (Milano), Silvana Editoriale, 1997, p. 118), che vuole che la nomina a cavaliere di Giuseppe Maria Crespi il giorno di Natale del 1740 sia stata una sorta di “risarcimento” per il “mancato ingaggio del pittore nei rifacimenti della metropolitana (p.161). in realtà, come chiaramente scrive il pontefice al Mazzi, volle onorare il grande artista con il cavalierato in risposta al fatto che il magnifico e intelligentissimo ritratto eseguito dal pittore in Bologna e inviato a Roma, mutati gli abiti da cardinale in quelli da papa, nel novembre del 1740, gli artisti romani lo deridessero, con particolare disgusto del ricevente: lettera del 12 / 11 7 1740, in D. Biagi Maino, Magistero e potestà pontificia sull’Accademia Clementina di Bologna, in D. Biagi Maino (a cura di), Benedetto XIV e le arti del disegno, atti del convegno internazionale di studi di storia dell’arte (Bologna 28-30 novembre 1994), Roma, Edizioni Quasar, 1998, 327, n.34 p. 340.
19) Angelini, Commendavimus philosophi non dogmatici: la politica culturale di Papa Lambertini, in F. Citti, I. Graziani (a cura di), Benedetto XIV e Bologna, cit., p. 129
20) Vedi Lettere, Brevi, Chirografi, Apostoliche determinazioni, prese dalla Santità di Nostro Signore Papa Benedetto XIV nel suo pontificato per la città di Bologna, 4 vol. Bologna, Longhi, 1749-1756.
21) Paolo Prodi, Maria Teresa Fattori (a cura di), Le lettere di Benedetto XIV al marchese Paolo Magnani, Italia Sacra. Studi e documenti di storia ecclesiastica, 85, Istituto per la storia della Chiesa di Bologna, 22, Roma, Herder editrice e libreria, 2011
22) Folli Ventura, L. Miani (regesto a cura di), Due carteggi inediti di Benedetto XIV, Biblioteca Universitaria di Bologna, Emilia-Romagna – Biblioteca e archivi, n. 10, Bologna, Edizioni Analisi, 1987.
23) Maria Antonietta De Angelis, Prospero Lambertini (Benedetto XIV). Un Profilo attraverso le lettere, Collectanea Archivi Vaticani, 66, Città del Vaticano, Archivio Segreto Vaticano, 2008
24) Haskell, Introduzione, in D. Biagi Maino (a cura di), Benedetto XIV e le arti del disegno, cit., pp. 5-11.
25) Angelini, Commendavimus philosophi non dogmatici, in F. Citti, I. Graziani (a cura di), Benedetto XIV e Bologna, cit., p..133
26) Ibidem
27) Biagi Maino, Benedetto XIV e la Repubblica delle arti del disegno, in F. Citti, I. Graziani (a cura di), Benedetto XIV e Bologna, cit., p. 2235.
28) Biagi Maino, Benedetto XIV e la Repubblica delle arti del disegno. in F. Citti, I. Graziani (a cura di), Benedetto XIV e Bologna, cit., p. 239.
29) Ferrone, L’Illuminismo e l’arte dei moderni nell’età dell’opinione pubblica, in Il mondo dell’Illuminismo. Storia di una rivoluzione culturale, Torino, Einaudi, 2019, pp. 57 sgg.
30) A. M. Bertoli Barsotti, Benedetto XIV e il tesoro della Cattedrale di S. Pietro. La vicenda dei doni attraverso le fonti, in F. Citti, I. Graziani (a cura di), Benedetto XIV e Bologna, cit., pp. 337 sgg.
31) Tacconi, in D. Dominici, S. Tacconi, Benedetto XIV e le collezioni indigene americane dell’Istituto delle Scienze di Bologna, , in F. Citti, I. Graziani (a cura di), Benedetto XIV e Bologna, cit., p. 307
32) Ivi, p. 312
33) Ivi, pp. 314-315
34) Dal Motu Proprio del 1742 di nomina a Ercole Lelli a ostensore della camera anatomica e dei vetri diottrici: vedi P. Koepper (a cura di) D. Biagi Maino, Arte, scienza e potere: le risoluzioni di Benedetto XIV per le istituzioni accademiche bolognesi, in Papes et papauté au XVIIIe, Siècle, Paris, Honoré Champion éditeur, 1999, p. 50