di Maurizio BERRI*
Il palazzo Nuovo della Banca d’Italia. Genesi di un libro
È possibile rinvenire in pieno centro di Roma un tesoro d’arte ignorato?
Se parlassimo di un reperto archeologico la sorpresa sarebbe relativa. Roma è talmente piena di antichità che basta scavare solo un po’ sotto la sua superficie per fare nuove emozionanti scoperte.
Il nostro però è un caso completamente diverso; non siamo infatti di fronte ad un manufatto archeologico, bensì ad un edificio ben visibile, costruito negli anni 20 del Novecento nella centralissima Piazza del Parlamento, davanti alla quale scorre ogni giorno indifferente il caotico traffico dell’Urbe.
Ma cominciamo da capo. Come tutte le storie che si rispettino anche questa ha un inizio a dir poco complicato. Comincia a metà degli anni 70 del Novecento quando la Banca d’Italia, dopo cinque anni di apprendistato a Siena, mi richiama a Roma ed io posso così riprendere a frequentare mostre e gallerie di pittura, che costituivano il mio hobby preferito. In una di queste visite fui presentato alla storica dell’arte Pasqualina Spadini – nipote del valente pittore Armando – che, saputomi dipendente della Banca d’Italia, mi pregò di procurarle un permesso per vedere i due gioielli più belli dell’Istituto: la grande lunetta marmorea scolpita da Arturo Dazzi, ma soprattutto la Sala del Consiglio completamente affrescata dal pittore Giulio Bargellini e suoi aiuti. La studiosa non parve vedere la sorpresa dipinta sul mio volto; ero rimasto allibito. A Palazzo Koch, che avevo girato in lungo e largo, non v’era traccia di queste due opere. Nemmeno i colleghi avevano potuto fugare le mie perplessità.
La Banca d’Italia aveva sì altre proprietà immobiliari a Roma, ma per lo più si trattava di edifici moderni del tutto privi di opere d’arte importanti di artisti del primo Novecento.
Le mie ricerche si arrestarono lì. Non ebbi più contatti con la dottoressa Spadini e tutta vicenda finì nel dimenticatoio.
Passò così diverso tempo, quando alla fine degli anni Novanta mi capitò tra le mani una vecchia lettera indirizzata «Alla Sede della Banca d’Italia – Piazza del Parlamento – Roma». Ebbi un sussulto, non avevo mai sentito parlare di un edificio della Banca in quel luogo. Ricominciai ad indagare; per prima cosa contattai vecchi dipendenti e pensionati che mi confermarono l’esistenza di quella sede, che la Banca aveva poi venduto negli anni Sessanta al Banco di Santo Spirito; quindi mi recai all’Archivio Storico della Banca d’Italia e qui, andando a ritroso nel tempo, trovai finalmente il materiale cercato: decine di lettere, relazioni, foto e disegni che parlavano della costruzione dell’edificio, fortemente voluto dal primo Governatore della Banca d’Italia, Bonaldo Stringher (1854-1930). Questi aveva individuato la necessità strategica per l’Istituto – all’epoca non ancora istituzione pubblica, ma semplice banca commerciale – di aprire la propria sede operativa lungo l’asse di via del Corso (allora Corso Umberto I), dove erano già insediate le altre banche del Regno. Non solo ma Stringher aveva espressamente rifiutato l’idea di adottare alla bisogna un palazzo preesistente, in quanto voleva che la nuova sede rispecchiasse le sue caratteristiche: moderna nella classicità, austera e funzionale (l’edificio verrà poi chiamato dai dipendenti palazzo Nuovo per distinguerlo dal vecchio palazzo Koch).
La costruzione, cominciata nel 1914 – dopo la pausa di guerra – fu affidata al giovane architetto Marcello Piacentini nelle vesti, oltre che di costruttore, anche di suggeritore per l’abbellimento dell’edificio. Il nostro architetto che aveva acquisito nella seconda decade del Novecento una profonda e capillare conoscenza dell’ambiente artistico romano (suoi gli allestimenti delle Secessioni Romane degli anni 1914 e 1915), consigliò a Stringher di ornare gli ambienti di rappresentanza del palazzo (“il Salone del Pubblico e la Sala del Consiglio” ) con due significative opere d’arte: una scultorea ed una pittorica, volte ad esaltare l’importanza della funzione bancaria nel giovane Stato unitario.
L’architetto propose al Governatore lo scultore Arturo Dazzi (Carrara, 1881 – Pisa, 1966) per l’opera marmorea – destinata ad abbellire il Salone del Pubblico – ed il pittore Giulio Bargellini (Firenze, 1875 – Roma, 1936) per gli affreschi che dovevano impreziosire la Sala del Consiglio. Tutte queste opere, considerate allora tra i capolavori dei due artisti, non erano più visibili da tempo immemorabile al pubblico ed alla critica. Perfino la Banca d’Italia, che nel corso degli anni Sessanta aveva prima affittato e poi venduto l’edificio al Banco di Santo Spirito, aveva finito per perderne la memoria storica.
Dai documenti trapelava, in modo inequivocabile l’esattezza della richiesta fattami a suo tempo dalla brava storica dell’arte Pasqualina Spadini.
Ripresi così, con nuova lena, la ricerca a suo tempo interrotta, ma questa volta volevo vedere di persona se esistevano ancora questi capolavori artistici. Individuato facilmente il Palazzo di piazza del Parlamento (fig. 1), mi attendevano le prime amare sorprese.

Al posto del Banco di Santo Spirito si era insediata, al piano terra la Banca di Roma. Impossibile quindi parlare con i funzionari che avevano condotto le trattative con la Banca d’Italia per l’acquisto del Palazzo e dato vita alla bruttissima ristrutturazione del Salone del Pubblico, come l’aveva pensato Marcello Piacentini. Distrutti i bellissimi marmi usati dall’architetto e trasformato l’ambiente in una struttura circolare di plastica sormontata da una cupola ellittica.
Non solo ma la gigantesca lunetta di marmo (lunga più di dodici metri), scolpita da Arturo Dazzi, si era addirittura volatizzata dal Palazzo senza lasciare alcuna traccia.
In più non si riusciva a trovare il proprietario ultimo del Palazzo. La Banca di Roma infatti pagava l’affitto ad uno studio legale. Il direttore della filiale mi diceva, confidenzialmente, che l’immobile era oggetto di un vorticoso giro di passaggi di proprietà, che avevano lasciato i piani superiori in uno stato di completo abbandono. Tremavo al pensiero della sorte che poteva essere stata riservata al ciclo di affreschi di Bargellini per la Sala del Consiglio.
Alla fine dopo tanti mesi riuscii a trovare il custode di fiducia che aveva le chiavi per accedere ai piani superiori. Mi raccomandò di indossare una tuta pesante e scarpe da ginnastica per il giorno dell’appuntamento. Pur non capendo la ragione della strana richiesta ubbidii ed insieme a lui, il giorno stabilito, iniziai l’avventura. Appena entrato mi resi conto della raccomandazione rivoltami. Nel buio profondo (la luce era stata staccata) intravidi, alla debole torcia del custode, la realtà che mi attendeva; scantinati allagati, ambienti pieni di detriti, mura sventrate traboccanti di cavi ed infine, per poter accedere al primo piano, una scalinata polverosa dai gradini mancanti.
All’improvviso dietro una porta la folgorazione: il Salone Bargellini illuminato da una finestra alla luce del giorno mi apparve in tutto il suo fulgore, intatto (fig. 2),

pronto a stupire l’occhio del visitatore con la qualità degli affreschi, la ricchezza dei mosaici del pavimento e delle pareti, gli stucchi, le splendide vetrate, i raffinati lavori di ebanisteria che costituivano – come dice la studiosa Barbiellini Amidei – «un vano di scatola chiuso da un soffitto a cassettoni»[1] nel quale Janni (uno dei giovani collaboratori di Bargellini) aveva illustrato sul soffitto, con grande bravura, la storia della moneta italiana, dagli etruschi ad oggi, dipingendo le singole monete con una pazienza certosina, lasciando gli ultimi due coni vuoti a rappresentare la moneta del futuro (fig. 3). Peccato che negli anni Settanta uno sciagurato restauratore, senza capire il significato allegorico di quella mancanza, si fosse sentito in dovere di riempire il conio in bianco con il suo ritratto.

L’idea di fondo che aveva ispirato l’intero ciclo pittorico e non solo questo, perché la sala nel suo complesso (pavimento, vetrate, stucchi, addobbi ed ebanisteria) venne interamente realizzata dal pittore e dai suoi aiuti, era , come ben precisato dall’artista[1]
«l’esaltazione in tre scene chiaramente simboliche dei fattori diversi che, per mezzo della produzione nazionale, degli scambi commerciali, delle provvidenze sociali, delle imprese coloniali, determinano la nascita e lo sviluppo del potente organismo che dà vita a tutto il vasto movimento economico moderno: “ la Banca”.
Così su ciascuna delle due pareti laterali viene dipinto un corteo; quello che giunge dalla campagna con i prodotti della terra (fig. 4) e quello che viene dal mare, con i tesori raccolti dai condottieri (fig. 5).


Entrambi confluiscono verso: “ l’Apoteosi del prestito” (fig. 6). In questa, che è la scena centrale, il pittore aveva raffigurato il giuramento che impegnava la Finanza a sovvenzionare le Arti, l’Agricoltura e le Imprese militari, ricevendone in cambio opere d’arte, prodotti della terra e beni conquistati.

Inoltre, per rendere la scena più realistica, Bargellini aveva effigiato nell’affresco un nutrito gruppo di artisti, all’epoca famosi (Ettore Ferrari, Marcello Piacentini, lui stesso etc.) nonché alcuni esponenti di spicco del mondo politico e finanziario, tra i quali sembra riconoscersi l’Ispettore Generale della Banca d’Italia, Niccolò Introna, allora responsabile delle spese e dei finanziamenti dell’Istituto.
Dalla rappresentazione passa un forte messaggio simbolico, in parte legato al clima culturale del tempo, ma comunque destinato a comunicare i suoi significati anche al futuro stato democratico repubblicano, che avrebbe gradualmente preso le distanze dalle precedenti concezioni dirigiste e corporative in direzione del mercato e dell’apertura internazionale dell’economia.
Il bellissimo fregio marmoreo di Dazzi (fig. 7), malgrado le sue misure monumentali (m. 11,80 x 3) era, come già detto, scomparso da quando, nel 1965, il Banco di Santo Spirito aveva completamente ristrutturato il Salone del Pubblico.

Esso avrebbe dovuto rappresentare al suo centro la figura di una donna seduta, con in grembo uno scrigno (Allegoria della Banca d’Italia), grazie al contenuto del quale avrebbe trasformato in ricchezza i vari tipi del lavoro umano.
Dopo la grande emozione che mi prese alla vista della Sala Bargellini, il primo pensiero fu quello di far fotografare il salone nei minimi dettagli per far sì che quel lavoro non venisse dimenticato o, peggio ancora, perduto. Esso costituiva, a mia memoria, il secondo esempio italiano di ambiente primo Novecento progettato e realizzato in ogni minimo particolare[1]. Non solo affreschi ma sculture, vetrate, mosaici, mobilio etc.
Il secondo passo era dunque quello di realizzare un libro che trasmettesse agli studiosi e agli amanti dell’arte questo assoluto capolavoro. Qui occorreva l’aiuto del mio Istituto, non essendo io in grado di sostenere le spese per realizzare il mio più grande desiderio.
I miei superiori obbiettavano che il Palazzo non era più della Banca d’Italia e quindi non c’era motivo per finanziare questa richiesta. Si dimenticavano però che il Palazzo era stato pensato e costruito in ogni minimo dettaglio per la Banca d’Italia su esplicita volontà del primo Governatore, che si era avvalso del più importante architetto dell’epoca, Marcello Piacentini. Quest’ultimo aveva fatto sì che tutti gli artisti chiamati lavorassero per esaltare i principi fondanti dell’Istituto e le sue funzioni istituzionali.
Alla fine prese a cuore il progetto il Vice Direttore Generale Ignazio Visco (poi divenuto Governatore) l’unico che capì l’importanza di far rivivere la memoria di un Palazzo che, attraverso l’opera dei migliori artisti del tempo, aveva rappresentato lo spirito della Banca d’Italia.
Mi vennero affiancati, come aiuto, un giovane e valente collega, l’architetto Marco Pagliara, e, su mio suggerimento, l’esperta studiosa dell’arte del Novecento, professoressa Anna Maria Damigella.
In mancanza di qualunque tipo di documentazione sulla sorte della Lunetta di Dazzi, si deve all’ architetto Pagliara (alla cui memoria è dedicato, con grande rimpianto, questo articolo) l’idea vincente per il suo ritrovamento. Fu lui che ebbe l’intuizione di telefonare alla Ditta che aveva eseguito, nel 1970, i lavori di ristrutturazione del Salone del Pubblico (dove la lunetta era stata collocata da Piacentini) per conto del Banco di Santo Spirito.
Al telefono rispose un ingegnere, che alla domanda del mio collega se avesse mai sentito parlare sul posto di lavoro di una grande lunetta marmorea, rispose candidamente che c’era qualche cosa di simile nel giardino della loro Ditta. Trafelato Marco venne a riferirmi la telefonata. Prendere un taxi al volo per recarci all’indirizzo della Ditta fu un tutt’uno. La grande lunetta di Arturo Dazzi era lì ad aspettarci. Ricordo solo un grande abbraccio tra noi ed un forte groppo alla gola, finalmente l’avevamo ritrovata!
Malgrado il titolare della Ditta non avesse alcun documento a comprovare il suo legale possesso, la Banca d’Italia acconsentì a trattare per la sua restituzione.
Dopo due anni di intenso lavoro il libro fu portato a termine e presentato in Banca d’Italia il 26 febbraio 2009, con una bella cerimonia. Erano presenti diverse autorità invitate dal Governatore Mario Draghi. Come relatori parlarono il Direttore Generale del nostro Istituto, il dott. Fabrizio Saccomanni ed il prof. Claudio Strinati, all’epoca sovrintendente alle Belle arti di Roma.
Sono andato in pensione nel 2011, Marco Pagliara è morto nel 2024, e la professoressa Anna Maria Damigella si è spenta pochi mesi fa. La lunetta dopo 2 anni, passati a far bella mostra di sé dalle vetrate a pian terreno dello stabile in via delle Quattro Fontane, è ora relegata nel complesso di Vermicino della Banca d’Italia, dove i privati cittadini non potranno mai andare a vederla.
Nessuno ci ha mai ringraziato ufficialmente per il lavoro di anni che ha alla fine consentito di recuperare una straordinaria opera d’arte, ormai perduta.
Così siamo arrivati alla fine della storia, che avrebbe forse meritato di concludersi con il lieto fine delle favole di una volta. Ma già, la Banca d’Italia non avrebbe mai potuto ammettere di essersi fatta derubare, impunemente, di uno dei suoi tesori artistici più belli; meglio tenere un basso profilo e non parlarne più, per evitare che la pubblica opinione potesse sollevare fastidiosi interrogativi. Tanto una volta scomparsi i protagonisti di questa storia nessuno avrebbe più potuto raccontarla.
Maurizio BERRI, Roma 11 Gennaio 2026
*Alla memoria di Marco Pagliara
NOTE
[1] Rosanna Barbiellini Amidei: «NEXT», dicembre 1987.
[2] G. Bargellini, Gli affreschi della Sala del Consiglio della Banca d’Italia, relazione del pittore al signor Governatore 1924.
[3] Il primo esempio è stata l’opera realizzata dal pittore Amedeo Bocchi per la sala del Consiglio della Cassa di Risparmio di Parma (1916-1917). In questo caso però trattasi di ascendenza Liberty).
