di Francesca IPPOLITI
Giorgio Ficara, Il padre sulle spalle. Debolezza del patriarcato in letteratura, Einaudi, Torino, 2025.
Che cosa vuol dire essere padre? E come si fa ad essere figli, senza tradire ma senza tradirsi?
Sembra che la letteratura non parli d’altro: il legame tra le generazioni, e dunque la vita e la morte, l’amore e la sua assenza. Se vogliamo seguire questo filo conduttore, possiamo affidarci alla prosa raffinatissima di Giorgio Ficara, che nel volume Il padre sulle spalle, edito da Einaudi lo scorso giugno, attraversa la letteratura in lungo (cioè sull’asse cronologico) e in largo (cioè da una tradizione all’altra). Sorretto da una bibliografia vastissima, l’autore segue un suo percorso nitido ma liberissimo, tenendo insieme l’ordine dello studioso e gli imperativi sentimentali da lettore.
Il titolo sembra già fornirci un’indicazione di lettura, alludendo ai padri come a un peso che grava sull’esistenza dei figli. Il rimando è chiaramente alla famosa fuga del pio Enea, il quale, trasportando il vecchio genitore sulle spalle, lascia dietro di sé la propria patria ormai sconfitta per andare a costruirne un’altra. La perdita di Anchise rappresenta per l’eroe un sollievo, un alleggerimento sia fisico che morale, ma anche un impoverimento: Enea è libero ma solo.
Questa ambivalenza sembra essere un tratto costitutivo, se non del ruolo paterno di per sé, quanto meno di molte sue rappresentazioni letterarie. In particolare, le figure paterne appaiono sempre fragili, deficitarie, quando non proprio assenti; oppure al contrario sono troppo opprimenti, a tal punto che la loro forza annienta chi li circonda. Ad essere protagonisti di questo percorso sono dunque anche i figli che, nel bene e nel male, sono forgiati proprio dall’assenza o dalla presenza (oppressiva) dei padri.
Il volume si apre sulla letteratura antica: Enea, dopo aver portato in salvo Anchise, è destinato a perderlo; Telemaco deve affrontare la lunga assenza di Ulisse, scegliendo se partire a sua volta o restare; e infine Ettore, in procinto di tornare in battaglia, si trova in bilico tra il mondo maschile della guerra e il mondo femminile della famiglia e quasi esita prima di lasciare il figlio.
Seguono altri padri «grandi e piccoli»: Brunetto Latini, maestro di Dante ma condannato all’Inferno; il Cesare di Shakespeare, «spaventato e malato, e tutt’altro che virile»; Mr. Woodhouse, uomo nervoso ma gentile, che ama troppo e con gelosia la figlia Emma, protagonista del romanzo omonimo di Jane Austin.
Come si vede, quasi sempre l’accento è soprattutto sui figli: per esempio su quelli «senza famiglia» (da Lazzarillo a Tom Jones, da Barry Lyndon a Renzo Tramaglino a Tom Sawyer) o su quelli che hanno cambiato la storia della nostra poesia (Leopardi, Sbarbaro, Montale, Saba, Caproni, Giudici). I figli emergono nella loro potenza narrativa anche quando ad essere ritratti sono dei padri “padroni”: la bella e orgogliosa Ghismunda portata alla morte da Tancredi, nella Quarta giornata del Decameron; l’indimenticabile Gertrude manzoniana, costretta a farsi monaca attraverso una manipolazione sottile. Infine, questo lungo excursus si conclude con una sezione piuttosto cospicua ed eterogenea dedicata al «Padre del ciel»: si passa dalla parola dei profeti alla parabola del figliol prodigo, dal sonetto 62 del Canzoniere petrarchesco agli Esercizi spirituali di Ignacio de Loyola, dal gesuita Karl Rahner agli scritti di Simone Weil.
Seguendo il percorso di Ficara, il magistero dei padri in letteratura sembra basarsi sull’assenza, sulla mancanza – o in alternativa, su una presenza feroce. A partire dal ricchissimo excursus, il lettore non può mancare di porsi delle domande, seguendo le sollecitazioni critiche e gli esempi proposti: nel passaggio da una generazione all’altra, c’è una crescita o un impoverimento? una maggiore fragilità o una maggiore libertà? i figli saranno all’altezza dei padri, li tradiranno, o magari si realizzeranno proprio perché i padri hanno fallito?
Questa fertile incertezza alimenta alcune figure letterarie molto potenti e trova un interessante parallelo nella rappresentazione del padre per eccellenza, il Dio Padre. Quest’ultimo può essere narrato in modi diametralmente opposti: ponendo l’accento o sulla sua grandezza terribile e incommensurabile o sulla sua vicinanza quasi domestica, ossia paterna (si sarebbe tentati di dire: quasi materna). Ma in ogni caso, il segno distintivo del Dio Padre è il silenzio – il verbo che era in principio ma che non può essere udito. Si potrebbe pensare, da semplici lettori, che il peso della figura paterna rispetto a quella materna risieda proprio in quel silenzio: un silenzio da sopportare, capire, ascoltare. Poiché mentre la maternità ha una base biologica più immediatamente comprensibile, la paternità, le cui fondamenta sono altrettanto solide ma invisibili (quasi astratte), è tutta da costruire un pezzetto alla volta: letteralmente, da concretizzare, da rendere visibile, anzi pesante. Ed è su questa costruzione, su questa narrazione, che entra in campo la letteratura, con i suoi miti e le sue suggestioni: e la sua forza antica.
Francesca IPPOLITI Roma 16 Novembre 2025
