Il lungo viaggio di Andrea Emiliani, dalla tesi di laurea alle mostre, per la ‘rinascita’ di Simone Cantarini.

di Simone D’ANDOLA*

Andrea Emiliani e la ‘rinascita’ di Simone Cantarini

La mostra inaugurata in primavera presso la Galleria Nazionale delle Marche di Urbino, intitolata Simone Cantarini (1612-1648). Un giovane maestro tra Pesaro, Bologna e Roma (fig. 1) e allestita negli spazi museali dello splendido Palazzo Ducale (22 maggio – 12 ottobre 2025), diventa l’occasione per ripercorrere le tappe principali di una vicenda critica che ha contribuito a far letteralmente risorgere quella che è da considerarsi, senza alcun dubbio, una delle personalità artistiche più rilevanti nel panorama pittorico del Seicento (fig. 2).

FIG. 1 Copertina del catalogo della mostra in corso ad Urbino.
FIG. 2 Simone Cantarini, Madonna in gloria e i Santi Giovanni Evangelista, Eufemia e Nicola da Tolentino, 1632/1634, Pinacoteca Nazionale di Bologna, Inv. 435.

Nell’opera di Simone Cantarini (Pesaro, 1612 – Verona, 1648), infatti, confluiscono e si sedimentano tutte le principali istanze culturali del suo tempo, tra cui il classicismo e il naturalismo, per poi riaffiorare trasformandosi in una lingua pittorica nuova, straordinariamente viva, poetica, moderna, talmente moderna che se in taluni casi essa può gareggiare con quella dello spagnolo Diego Velázquez (Siviglia 1599 – Madrid 1660), in altri sembra già anticipare e quindi prefigurare quella del bolognese Giuseppe Maria Crespi (Bologna, 1665 – 1747).

La riscoperta della figura e dell’opera dell’artista marchigiano si compie sostanzialmente nella seconda metà del Novecento e ha avuto come principale protagonista lo storico dell’arte Andrea Emiliani che dedica al pittore la sua tesi di laurea dal titolo Simone Cantarini detto il Pesarese. Capitoli di storia figurativa del Seicento nelle Marche, titolo da cui si desume, evidentemente, un’indagine più ampia che include la produzione marchigiana di altri artisti coevi. La tesi di laurea venne discussa a Firenze nel 1957 ed ebbe come relatore Roberto Longhi e correlatore Francesco Arcangeli, quest’ultimo sempre definito da Andrea Emiliani il suo maestro insieme a Cesare Gnudi.

Francesco Arcangeli riveste un ruolo determinante nella rivalutazione critica del pittore pesarese e questo per due motivi principali. Innanzitutto perché è lui a riaccendere i riflettori sull’artista con un saggio pubblicato nel luglio del 1950 all’interno del settimo numero di “Paragone”, la storica rivista di arte e letteratura fondata da Roberto Longhi nel gennaio di quello stesso anno.

FIG. 3 Simone Cantarini, Santi Antonio da Padova e Francesco di Paola, 1640/1645, Pinacoteca Nazionale di Bologna, Inv. 1329

Il titolo del contributo è Simone Cantarini: due dipinti e le opere sono un San Giovanni Evangelista di collezione privata, oggi attribuito a Flaminio Torri (Bologna, 1620 – Modena, 1661), e la tela che raffigura i Santi Antonio da Padova e Francesco di Paola, opera che si conserva nelle collezioni della Pinacoteca Nazionale di Bologna (fig. 3). Si tratta di un saggio breve, di circa cinque pagine, ma denso di contenuti critici e scritto magistralmente, come sempre fa Francesco Arcangeli, che inizia così: “Verrà, qualche volta, una buona giornata anche per Simone Cantarini, un nome ignoto ai più [i]” (Arcangeli 1950, p. 38). Sono parole che sembrano voler rimarcare, sin da subito, l’opportunità e forse anche l’urgenza di un’analisi critica ormai necessaria e doverosa. Un saggio che è una vera e propria riapertura della fortuna critica di Simone Cantarini ancora ferma, in quegli anni, ai contributi di Giovanni Andrea Lazzarini e Luigi Lanzi che risalgono alla fine del Settecento.

L’altro motivo è che fu Francesco Arcangeli, intorno al 1952, a suggerire ad Andrea Emiliani il tema della sua tesi e a questo proposito lo stesso Emiliani ricorda:

“Il blocco centrale della tesi fu dedicato a Simone Cantarini, che m’era stato proposto o concesso da Francesco Arcangeli. Per dire la verità si trattava di una concessione un po’ lamentata, che gli toglieva opportunità nascoste nel cassetto; e un altro giorno era invece una proposta efficace che però occorreva reggere bene e condurre a completezza[ii]” (Emiliani 2011, p. 53).

Completezza che, come vedremo, giungerà a maturazione solo alla fine del secolo scorso.

Intanto, già nel 1959, quindi due anni dopo la discussione della tesi, Simone Cantarini compariva in pubblico con dieci delle sue opere più importanti, commentate dallo stesso Emiliani, nella terza delle memorabili Biennali d’arte antica di Bologna, preceduta da quella dedicata ai Carracci (1954) e a Guido Reni (1956), intitolata Maestri della pittura del Seicento emiliano (Palazzo dell’Archiginnasio, 26 aprile – 5 luglio), mostra, sono parole di Andrea Emiliani:

“dove Simone da Pesaro fece di fatto e di diritto il suo ingresso nella storia, e dove toccò a me tracciare le prime linee di un metodo possibile, almeno non ipotetico, per l’individuazione della sua piena attività [iii]” (Emiliani 1997, pp. XXIII-XXIV).

Un ulteriore contributo da parte di Andrea Emiliani fu possibile, nell’estate di quello stesso anno, grazie alla mostra dedicata ai Disegni del Seicento emiliano che Franco Russoli gli offrì di organizzare a Milano negli spazi museali della Pinacoteca di Brera (19 giugno – 31 luglio 1959), nelle cui collezioni era precedentemente confluita una raccolta marchigiana, quella di Filippo Acqua di Osimo, di cui facevano parte molti disegni di Simone Cantarini.

Successivamente il cammino si interrompe e a questo proposito, con grande onestà intellettuale, Andrea Emiliani ricorda:

“Ad arrestare il mio lavoro – nonostante tutto, decoroso – era anzitutto un motivo ormai determinante, e cioè che senza aver raccolto e documentato il maggior numero possibile di disegni di Simone, senza aver dato forma a un archivio disperso che supera di molto il migliaio di fogli, mi sembrava priva del giusto grado di conoscenza, francamente impossibile, ogni analisi che si dedicasse in quelle condizioni all’artista [iv]” (Emiliani 1997, p. XXIV).

Emiliani riteneva quindi indispensabile un approfondimento sistematico dell’opera grafica di Simone Cantarini, e infatti nel corso della seconda metà del Novecento, se si esclude la monografia sull’artista a cura di Mario Mancigotti, pubblicata nel 1975, e l’apparizione di alcune opere in mostre antologiche, tra cui i quattro dipinti esposti nella storica mostra intitolata Nell’età di Correggio e dei Carracci, inaugurata nel 1986 negli spazi della Pinacoteca Nazionale di Bologna con schede a cura di Angelo Mazza, l’interesse degli studiosi sull’artista marchigiano si concentra proprio sulla sua produzione grafica e si traduce in una serie di pubblicazioni, tra cui si ricordano, a titolo esemplificativo, le seguenti: Simone Cantarini: disegni, incisioni e opere di riproduzione a cura di Paolo Bellini (1987), i Disegni emiliani del Sei-Settecento a cura di Daniele Benati (1991) e i Disegni emiliani delle Gallerie dell’Accademia di Mario di Giampaolo (1993).

FIG. 4 Simone Cantarini, Ritratto di Guido Reni, 1636 ca., Pinacoteca Nazionale di Bologna, Inv. 340, part.

Ma saranno soprattutto i fondamentali studi di Raffaella Morselli e Anna Maria Ambrosini Massari sulla collezione di disegni italiani della Biblioteca Nazionale di Rio de Janeiro (1995) e quelli di Marina Cellini dedicati al Codice Horne di Firenze (1996) a consentire, come ricorda Andrea Emiliani, di “riprendere il cammino in modo adeguato[v]” (Emiliani 1997, p. XXIV).

Senza dimenticare i preziosi studi sull’artista di Anna Colombi Ferretti, quel cammino approderà nel 1997 alla realizzazione delle due grandi mostre monografiche che ebbero il merito di rivelare e consacrare la personalità artistica di Cantarini, definito da Emiliani, nel catalogo della prima mostra, un “artista di taglia europea[vi]” (Emiliani 1997, p. XXV), pittore finalmente affrancatosi dall’opprimente e troppo riduttivo stereotipo di ‘allievo di Guido Reni’ (fig. 4).

La prima mostra, a cura di Andrea Emiliani, Anna Maria Ambrosini Massari, Marina Cellini e Raffaella Morselli (fig. 5), intitolata Simone Cantarini nelle Marche (Pesaro, Palazzo Ducale, 12 luglio – 28 settembre 1997) e preceduta da una sezione dedicata alle testimonianze pittoriche di artisti marchigiani che avevano influito sulla sua formazione, era incentrata sulla presentazione delle opere eseguite dall’artista durante i suoi soggiorni marchigiani o giunte in territorio marchigiano in vari momenti della sua vita, soprattutto da Bologna.

FIG. 5 Copertina del catalogo della mostra di Pesaro del 1997

Ai 15 dipinti dell’artista faceva da appendice un nutrito nucleo di disegni, ben 154, considerati autentici o di bottega, tutti provenienti dalle collezioni della Pinacoteca di Brera, che coprivano l’intero arco della sua attività, dalla giovinezza agli ultimi anni della sua produzione. Ricollegandosi alle parole di Francesco Arcangeli (cioè quel: “Verrà, qualche volta, una buona giornata anche per Simone Cantarini”), Andrea Emiliani scrive:

“l’esperienza di questa mostra […] vedrà sorgere in modo luminoso e anche solenne – nella sua patria – il sole di quella auspicata giornata [vii]” (Emiliani 1997, p. XXV).

La seconda mostra, apertasi in stretta successione a quella di Pesaro, intitolata Simone Cantarini detto il Pesarese 1612-1648 (Pinacoteca Nazionale di Bologna, 11 ottobre 1997 – 6 gennaio 1998), a cura di Andrea Emiliani (fig. 6), sarà quella più completa nella presentazione dell’opera del pittore con 66 dipinti, 87 disegni e 37 incisioni, tutti illustrati in un catalogo che costituiva la monografia più aggiornata sull’artista, strumento quindi indispensabile per tutti gli studi successivi in parte confluiti anche in mostre più recenti, come quella tenutasi a Fano a cura di Anna Maria Ambrosini Massari intitolata Fano per Simone Cantarini genio ribelle, 1612-2012 (Pinacoteca di San Domenico, 30 giugno – 30 settembre 2012) e quella allestita a Rimini con la curatela di Massimo Pulini intitolata Rimini per Simone Cantarini. Opere da raccolte private (Museo della città, 15 dicembre 2012 – 17 febbraio 2013).

FIG. 6 Copertina del catalogo della mostra di Bologna del 1997-1998

Le due mostre inaugurate nel 1997, seppur allestite in sedi diverse e separate da un ristretto lasso di tempo, vennero ideate e concepite come un unico organismo critico e a proposito di esse Andrea Emiliani scrive:

“Ritengo che finalmente, dopo quasi mezzo secolo di studi, si potranno trarre da queste esposizioni e dai rispettivi cataloghi, alcuni apporti risolutivi per il chiarimento di un’area non esigua della pittura del secolo barocco in Italia [viii]” (Emiliani 1997, p. XXV).

Quelle di Cantarini sono le ultime mostre curate da Andrea Emiliani nella veste di Soprintendente, poiché nel marzo del 1998 arriva il suo pensionamento, anche se lui continuerà fortunatamente a lavorare fino al 2019, anno della sua scomparsa, lasciando alle future generazioni un’eredità di enorme portata culturale e critica che ci auguriamo, e crediamo, possa continuare a dare buoni frutti in tutti coloro che sapranno attingere dai suoi preziosi insegnamenti. Un lascito intellettuale vastissimo sia per ampiezza che per profondità dei temi relativi al patrimonio culturale italiano nella sua complessità di relazioni nel tempo e nello spazio.

Il patrimonio culturale per Andrea Emiliani era infatti un’entità da vivere, indagare, conoscere, tutelare e valorizzare nella sua interezza. Un patrimonio che comprendeva non solo le opere d’arte e i manufatti artistici e, insieme ad essi, i luoghi destinati ad accoglierli come i musei, le chiese e i palazzi, ma si apriva alle città e ai borghi per poi estendersi alle campagne e ai territori fino ad includere tutto il paesaggio antropizzato, cioè modificato e trasformato dall’attività umana nella consapevolezza del rispetto dell’ambiente naturale di cui diventava parte integrante. Questa visione estesa ed enormemente moderna del patrimonio culturale italiano nasce e cresce nell’animo di Andrea Emiliani durante gli anni della sua giovinezza urbinate, come emerge chiaramente dalle sue parole:

“Intorno alla bella, aerea nave di Urbino, con le sue mura alzate sui due colli, può apparire la visione di una campagna coltivata e popolata, vissuta dal lavoro della mezzadria: e dunque carica d’ogni familiare forma contadina, i campi curati e coloriti dal grano, la frutta sui margini dei campi, i gelsi e le more sul fianco dei sentieri. E le querce, gli alberi bellissimi e forti del Montefeltro, con la loro ombra di verde scuro. Le chiese, parrocchie o conventi che fossero, erano aperte o addirittura spalancate, l’estate per l’intero arco del giorno. Nessuno potrà più recuperare neppure quest’altra libertà, e cioè quella di ripararsi dal sole dentro una chiesa e distinguere nell’ombra i dipinti con i santi che fanno la predica ai contadini, e poi gli oggetti del culto, le tovagliette bianche sugli altari. L’inverno, il loro tepore faceva tenerezza e le sacre famiglie, nelle tele sugli altari, vivevano davvero d’amicizia. La continuità dei mondi del costruito e del coltivato è stata probabilmente la più grande lezione formale cui io abbia mai potuto assistere [ix]” (Emiliani 2011, p. 15).

Sono molte le riflessioni di Andrea Emiliani sulla sua Urbino e sulla sua terra di adozione, quello stesso lembo di terra di cui era originario Simone Cantarini, artista fondamentale nel suo percorso di studioso e con il quale ha condiviso fatalmente lo stesso destino, quello di giungere, colmo di speranze e di aspettative, in una città storicamente accogliente e aperta ai forestieri di ogni provenienza, per intraprendere un cammino che si rivelerà per entrambi gravido di futuro.

FIG. 7 Simone Cantarini, San Girolamo in atto di leggere, 1637/1639, Pinacoteca Nazionale di Bologna, Inv. 43

Vista la centralità del contributo critico di Andrea Emiliani in riferimento a Simone Cantarini e in considerazione di come il pittore sia profondamente legato a Bologna (fig. 7), città nella quale non solo vive e lavora per molti anni, ma dove raggiunge la sua maturità artistica, in conclusione si riportano le parole di apertura di un saggio monografico che lo studioso dedica all’artista marchigiano all’interno di un doppio volume sulla pittura del Seicento in Emilia e in Romagna pubblicato nel 1992.

Sono parole preziose perché aiutano a chiarire e a comprendere qual è stato il contributo culturale di Simone Cantarini per Bologna, ormai da tempo riconosciuta come una delle grandi capitali dell’arte europea e che diventa il palcoscenico principale in cui si incarna e da cui si diffonde il verbo figurativo cantariniano (fig. 8).

FIG. 8 Simone Cantarini, Il Carro d’Apollo, 1648 ca., Pinacoteca Nazionale di Bologna, Inv. 170

Scrive Andrea Emiliani:

“Simone da Pesaro è l’artista destinato a spezzare la continuità dell’ordito storico della pittura bolognese e, nello stesso tempo, a garantirne la sopravvivenza. Il Pesarese si impegnerà infatti a ‘riformare’ il naturale percorso della tradizione, sottraendo quest’ultima a quella sorta di dissoluzione metafisica e poetica in cui l’aveva gettata il genio dell’artista da lui più appassionatamente amato, Guido Reni [x]” (Emiliani 1992, p. 207).

Simone D’ANDOLA*  Bologna 20 Luglio 2025

* Dedicato alla memoria di Andrea Emiliani

NOTE

[i] F. Arcangeli, Simone Cantarini: due dipinti, in “Paragone”, Anno I, VII, S.T.E.B., Bologna 1950, pp. 38-42.
[ii] A. Emiliani, Via Belle Arti 56. Conversazione-autobiografia, a cura di Giorgio Mangani, Il lavoro editoriale, Ancona 2011.
[iii] A. Emiliani, Simone Cantarini. La coscienza dell’artista moderno, in Simone Cantarini nelle Marche, catalogo della mostra (Pesaro, Palazzo Ducale, 12 luglio – 28 settembre 1997), a cura di A. Emiliani, A.M. Ambrosini Massari, M. Cellini, R. Morselli, Marsilio, Venezia 1997, pp. XXI-LI.
[iv] Ibidem.
[v] Ibidem.
[vi] Ibidem.
[vii] Ibidem.
[viii] Ibidem.
[ix] A. Emiliani, Via Belle Arti 56 (op. cit.).
[x] A. Emiliani, Simone Cantarini, in La pittura in Emilia e in Romagna. Il Seicento, Tomo I, Credito romagnolo, Bologna 1992, pp. 207-218.
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