di Francesco PETRUCCI
L’imponente Palazzo Pamphilj di Valmontone, principale residenza extraurbana dell’illustre casata romana, è stato oggetto di impegnativi lavori di restauro e recupero funzionale nel corso degli ultimi decenni, grazie allo slancio e alla determinazione iniziale dell’ex sindaco Angelo Miele, successivamente portati avanti dalle amministrazioni comunali che si sono succedute nel corso degli anni. Fondamentale l’impegno della sua conservatrice Monica Di Gregorio, attuale funzionaria del Ministero della Cultura, che lo ha brillantemente diretto dal 1999 al 2023 (figg. 1-3).



Costante è stata la partecipazione al recupero da parte delle soprintendenze territoriali, poi unificate con la riforma Franceschini in “Soprintendenza Archeologia, Belle arti e Paesaggio per l’Area metropolitana di Roma e di Rieti”.[1]
Occupato nel dopoguerra dagli sfollati privati delle loro case a seguito dei bombardamenti angloamericani che avevano praticamente raso al suolo la cittadina laziale (1943-44), definita non a caso “la Cassino di Roma”, fu frazionato e ceduto a pezzi tra il 1954 e il 1957 da Filippo Andrea Doria Pamphilj (Roma 1886-1958) alle famiglie che vi risiedevano (figg. 4, 5).


Il principe, che era stato sindaco di Roma durante la Liberazione, stimato benefattore e uomo di grande rigore morale, tanto da essere ritenuto dagli alleati “un vero santo medioevale, dalla reputazione immacolata” (H. Macmillian), aveva proposto in precedenza una donazione dell’immobile al Comune, che tuttavia si vide costretto a rifiutare per le spese che il passaggio di proprietà avrebbe comportato. Dovevano spaventare soprattutto gli oneri economici per il restauro dell’edificio, comunque danneggiato e con una parte del fronte principale crollata.[2]
Il nuovo utilizzo comportò tuttavia un ulteriore degrado della struttura, trasformata così in un condominio popolare, i cui saloni un tempo fastosi furono adattati a esigenze funzionali, con ambienti tramezzati e controsoffittati, la creazione di bagni, cucine, condotte di adduzione e scarico, canne fumarie e quanto altro comportava tale incongruo uso abitativo.
La rinascita
Nel 1993 è iniziato il riscatto del monumento, progressivamente espropriato ai privati con finalità di pubblico interesse su impulso di Angelo Miele, che vi era nato durante lo sfollamento, nelle sue vesti di assessore prima, poi di sindaco dal 1997 al 2007.
Nel 1987 l’illuminato politico promosse anche una convenzione con l’Università “La Sapienza” di Roma, allora guidata dal rettore Antonio Ruberti, che prevedeva la cessione per 25 anni del complesso all’università al fine di svolgere attività istituzionali, riservando al Comune il 10%. Per alcuni anni è stato sede del Centro Interuniversitario per la Ricerca e lo Sviluppo Sostenibile (CIRPS), fino alla cessazione della convenzione nel 2012.[3]
L’impegno al suo recupero è proseguito meritoriamente con le successive amministrazioni comunali, in particolare quella diretta da Alberto Latini (2013-2023) e la presente guidata da Veronica Bernabei.
I principali interventi di restauro architettonico sono stati eseguiti sulla traccia di un progetto generale elaborato nel 1988 da un gruppo di lavoro a trazione universitaria guidato dal prof. arch. Sandro Benedetti, formato da Luciano Andreotti, Mario Docci, Gennaro Farina, Carlo Gavarini, Gaetano Miarelli Mariani e Pia Pascalino, che ha portato al recupero di gran parte dell’immobile.[4]
Le prime operazioni preliminari di salvaguardia degli affreschi che decorano le volte delle sale al piano nobile iniziarono su impulso di Almamaria Mignosi Tantillo (1989), ma sono stati completati con restauri conservativi diretti da Barbara Fabjan, Dora Catalano e Angela Catalano, funzionarie di zona della ex Soprintendenza per i Beni Artisti e Storici del Lazio.
Tutti i restauri sono stati coordinati da Monica Di Gregorio, che ha studiato anche l’allestimento museale della dimora e la sua disposizione funzionale, compresi gli eventi che si sono svolti durante il suo mandato. Un lavoro qualificato ed encomiabile![5]
L’impegnativo recupero della facciata verso la valle del Casaleno è stato eseguito nel 2020-22 dalla Soprintendenza per l’Area Metropolitana di Roma, diretta dall’arch. Lisa Lambusier, su progetto e con la supervisione dell’arch. Claudia Castagnoli, che si è occupata anche del complesso restauro della cupola della vicina collegiata (2019-20). Sono in corso ulteriori lavori relativi agli ultimi due piani, a cura del benemerito Comune di Valmontone.[6]
Il 20 febbraio 2026 è stato inaugurato dal sindaco Veronica Bernabei l’auditorium allestito su progetto dell’arch. Roberto Pinci nel salone grande centrale al piano nobile, accompagnato da un ulteriore lodevole intervento di valorizzazione del complesso pamphiliano costituito dalla elegante sistemazione della piazza Pilozzi di fronte al palazzo e alla chiesa (2024-26), sempre sotto l’alta sorveglianza della soprintendenza, finalmente resa pedonale, inaugurata nel giugno dello stesso anno.
Centro della ‘Città Panfilia’
Il palazzo era stato edificato tra il 1653 e il 1658, dopo la cessione nel 1651 del feudo di Valmontone da parte del cardinale Francesco Barberini al principe Camillo Pamphilj, su progetto e sotto la direzione dell’architetto gesuita Benedetto Molli, ricordato in documenti d’epoca come “Faber Murarius” e nello specifico quale “Reverendo Padre Benedetto Architetto in Valmontone”, mentre impresario era il capomastro Francesco Buratti.[7]
Ulteriori lavori vennero progettati e diretti dal ben più noto architetto Antonio Del Grande (1665-1666), attivo anche nei palazzi pamphiliani di Roma (piazza del Collegio Romano) e Nettuno. La parte architettonicamente più originale della fabbrica relativa a questa fase è il porticato nella corte interna, eretto su un impianto concavo con paraste e colonne binate di ordine tuscanico caratterizzate da forte éntasis, di cui probabilmente era previsto il completamento con una loggia superiore (fig. 6).[8]

Il carattere pittoresco del borgo, documentato dalle vedute di Ellis Cornelia Knight, Edward Lear e Richard Colt Hoare, è stato pesantemente alterato dalla disordinata edilizia del dopoguerra che ha completamente circondato e soffocato la rocca, come purtroppo è avvenuto anche in altri centri storici laziali (figg. 7-9).



La parte più rilevante del monumentale complesso dal punto di vista storico-artistico, a documentare il prestigio e l’importanza che i proprietari attribuivano al feudo di Valmontone, è lo straordinario ciclo pittorico che decora le volte delle sale del piano nobile.
Portato a compimento tra il 1658 e il 1661, è incentrato sulla descrizione dei “Quattro Elementi”, un cui precedente romano di minor respiro è la sala di Palazzo Peretti Montalto (poi Fiano-Almagià) a Roma (1644-45), affrescata da François Perrier in collaborazione con Giovan Francesco Grimaldi. Quattro stanze descrivono sulle volte allegorie delle “Quattro parti del mondo”, richiamando in questo caso la berniniana Fontana dei Fiumi di piazza Navona, vero foro pamphiliano come Valmontone doveva assurgere a ‘Città Panfilia’.[9]
Il programma iconografico era stato ideato da Pier Francesco Mola, uno degli artisti più talentuosi del ‘600 italiano, già attivo nel palazzo di Nettuno, che aveva coinvolti gli altri pittori nell’esecuzione del ciclo, occupandosi personalmente della decorazione della volta della “Stanza dell’Aria”, cancellata a seguito di un drammatico e inconcludente contenzioso per motivi economici con il principe Camillo Pamphilj.[10]
A dimostrazione che a Roma non esisteva differenza tra centro e periferia, quello di Valmontone costituisce uno dei più rilevanti cicli decorativi del Barocco romano, per l’importanza degli artisti coinvolti, l’originalità delle invenzioni iconografiche, la qualità delle soluzioni compositive e pittoriche, la grandiosità degli spazi che le ospitano.
Il complesso documenta l’ambizione del principe romano e della sua illuminata consorte, Olimpia Aldobrandini, vera artefice delle fabbriche pamphiliane dopo la scomparsa dell’odiata suocera, Olimpia Maidalchini, di farne il centro rappresentativo del potere feudale della casata, in competizione con le vicine dimore patrizie dei Borghese (Artena e Monte Porzio), dei Barberini (Palestrina) e dei Colonna (Paliano).
La volta a padiglione della “Stanza del Fuoco” fu affrescata mirabilmente da Francesco Cozza, che illustrò i vari momenti della lavorazione dei metalli come accadimenti in atto svolti su sfondi campestri aperti verso il cielo, senza intelaiature decorative (fig. 10).

La pittura della vicina “Stanza dell’Aria” venne affidata, dopo il licenziamento del Mola, al grande Mattia Preti. “Il Cavalier calabrese” editò qui il capolavoro della sua pittura murale, adottando un sistema illusionistico a potenti scorci prospettici tipicamente barocco, cui impresse un moto centripeto a carosello di inserti equestri, memori della volta del Casino dell’Aurora Ludovisi di Guercino e degli affreschi di Perrier in Palazzo Montalto (L’Aurora), con un superamento della tipologia delle partiture in finto stucco a “quadri riportati”, presente invece nelle sale successive (fig. 11).

La decorazione della volta della “Stanza dell’Acqua” fu eseguita rielaborando nell’impianto uno schema carraccesco-cortonesco, ma in termini di pittoricismo neoveneto e rigore disegnativo, dal talentuoso Guglielmo Cortese “il Borgognone”, che a breve si sarebbe affermato come il più stretto collaboratore di Bernini in pittura (fig. 12).

Si pone su un livello più modesto la volta della “Stanza della Terra”, affidata al poco noto Giovan Battista Tassi, che avrebbe lavorato anche in allestimenti scenici teatrali per i Chigi, ambientando gli episodi in paesaggi che ricordano quelli di Giovan Francesco Grimaldi (fig. 13).

Le allegorie dei continenti al centro delle volte del “Camerino dell’America” e del “Camerino dell’Africa” furono eseguite da Pier Francesco Mola, unica traccia rimasta della sua presenza nel palazzo (fig. 14), mentre quelle del “Camerino dell’Asia” e del “Camerino dell’Europa” sono attribuite a Francesco Cozza e Giovan Battista Tassi.

Lo splendido “Salone del principe” fu interamente affrescato da Gaspard Dughet con ariose aperture silvane che si aprono dietro un loggiato porticato a colonne doriche binate finto pavonazzetto, ispirato alla cortonesca Galleria di Alessandro VII nel Palazzo del Quirinale (figg. 15, 16).[11]


Il Borgognone, che aggiunse le figure animate sopra il cornicione del porticato illusorio, a mio avviso è anche l’autore dei quattro pannelli rettangolari e monocromi in basso, raffiguranti scene dell’Eneide volte a celebrare ancora, dopo la decorazione della galleria di Pietro da Cortona in Palazzo Pamphilj a piazza Navona, l’origine romana della famiglia (figg. 17, 18).


Chiudono il fastoso ciclo decorativo i centri-volta dell’anti-cappella, con Sant’Agnese in gloria di autore anonimo, e il Dio Padre in ovale sulla volta della cappella, attribuito nel pannello didattico della stanza a “un frate pittore del Convento Sant’Angelo di Valmontone” pagato nel 1856 per uno Spirito Santo nella cappella, ma che sembra affine sia nella pittura che nel disegno all’allegoria dell’Europa attribuita al Tassi.[12]
La dimora tra XVII e XVIII secolo era completamente arredata, come ha documentato Monica Di Gregorio, arrivando agli inizi del Settecento a contenere circa quattrocento quadri, tra nature morte, paesaggi, ritratti e soggetti sacri, molti dei quali oggi in Palazzo Doria Pamphilj al Corso.[13]
Dalla seconda metà del secolo iniziò in effetti un lento declino del complesso, trasferendo prevalentemente nella residenza romana molti degli arredi. Tuttavia, a tener fede all’entusiastica descrizione data nel 1805 da Ellis Cornelia Knight, che aveva visitato il palazzo presumibilmente negli anni ’80 del secolo precedente, all’epoca esso si presentava ancora in dignitoso stato conservativo.[14]
L’interesse ancora vivo della famiglia per la dimora è dimostrato dall’incongrua idea di eliminare il tetto per sostituirlo con una terrazza, portata a compimento nel 1872 dall’arch. Andrea Busiri Vici su commissione del principe Filippo Andrea Doria Pamphilj, intervenuti con analoghi criteri nel palazzo di piazza Navona. Poi è arrivata la guerra, producendo la devastazione cui abbiamo accennato.[15]
Fruizione pubblica
La fruizione museale di Palazzo Pamphilj, che ha nel ciclo pittorico al piano nobile – accompagnato dalla esposizione di alcuni importanti reperti archeologici – il suo punto di forza, meriterebbe una maggiore valorizzazione, per la sua importanza e in onore agli sforzi compiuti dalle istituzioni preposte alla tutela – soprattutto il Comune di Valmontone e il Ministero della Cultura –, che hanno portato al suo grandioso recupero.
Il monumento, a leggere il sito internet comunale, ospita diverse funzioni: il museo cittadino, il museo archeologico, la biblioteca comunale, l’archivio storico, l’aula consiliare, la “casa della musica”, lo sportello ‘porta futuro Lazio’, l’hub culturale della regione, la pro-loco, la sede legale e operativa del consorzio ‘i castelli della Sapienza’, la rete di imprese città di Valmontone e la DMO ‘Bibere de Arte’. Altre ne sono previste agli ultimi piani.
L’apertura al pubblico del piano nobile, avviata dal 2004, è oggi svolta dalle ragazze addette alla Biblioteca e alla Proloco, con ingresso gratuito su richiesta, mancando una reception-biglietteria, una custodia e un direttore qualificato. Molto ben fatta la pannellistica, che fu predisposta su testi dell’ex direttrice, sebbene le visite siano poco pubblicizzate.

Negativa per la fruizione turistica della città è la chiusura della adiacente collegiata di Santa Maria Assunta (1683-89), aperta solo per celebrazioni liturgiche. Si tratta di una splendida architettura di Mattia De Rossi, allievo del Bernini – di cui fu stretto collaboratore ad Ariccia e in Francia nella progettazione della facciata del Louvre – a pianta ovale longitudinale ispirata a Santa Maria in Montesanto, caratterizzata da un’elegante facciata con portico concavo tra campanili (fig. 19).
Peraltro le colonne di travertino della facciata offrono un drammatico documento visivo della guerra, portando vistose tracce di lesioni e cadute determinate dalle schegge dei bombardamenti del 1943-44.[16]
All’interno la collegiata ospita notevoli pale d’altare, offrendo un’interessante panoramica della pittura tardo barocca e settecentesca romana, che integra bene il ciclo decorativo del palazzo. Un prezioso studio condotto nel 2012 su base documentaria da Guendalina Serafinelli, ha potuto chiarire la cronologia delle pale seicentesche e le loro attribuzioni.[17]
Partendo da sinistra in senso orario, sono presenti nelle cappelle i cortoneschi Pietro Lucatelli (I santi Nicola, Bernardo, Benedetto e Ilario in adorazione dello Spirito Santo, 1685-86, fig. 20) e Ciro Ferri (Annunciazione, ultimata da Lucatelli, 1685-1702, fig. 21),


Agostino Scilla, originale figura di pittore-filosofo-scienziato di cultura sacchiana (Madonna del Rosario, 1685-86, fig. 22),

e due protagonisti assoluti del Barocco romano come Andrea Pozzo (Adorazione del Cristo crocifisso con i santi Francesco, Antonio di Padova e angeli, 1685-88, già riferita a Stefano Pozzi, fig. 23) e Giacinto Brandi (Crocifissione, 1685-88, fig. 24).


Sull’altare maggiore è presente la pregevole Assunzione della Vergine di Lorenzo Gramiccia (1756), pittore di un certo talento originario della vicina Cave di Palestrina, attivo tra Roma e Venezia (fig. 25), ai lati due tele settecentesche attribuite a Giovanni Conca (Madonna con Bambino tra i santi Luca e Giovanni Evangelista; San Michele arcangelo).[18]

Si ringraziano per le informazioni sui restauri protrattisi negli anni Monica Di Gregorio, Claudia Castagnoli, Maria Grazia Chilosi ed Enrico Da Gai
Francesco PETRUCCI Ariccia, settembre 2026
NOTE
