di Nica FIORI
Secondo quanto racconta Plinio nella sua Naturalis Historia, il celebre pittore greco Apelle, dopo aver dipinto una Venere Anadyomene (uscente dalle acque), che era stata esaltata per la sua bellezza da poeti greci,
“aveva iniziato anche un’altra Venere a Cos, con cui voleva superare la precedente. La morte glielo impedì, dopo che ne era stata compiuta una parte, e non si riuscì a trovare chi lo sostituisse nell’opera secondo le tracce indicate” (N.H., XXXV, 92).
Evidentemente questo quadro, che secondo Cicerone (De Officiis, III, 2.10; Ad familiares, I, 9.15) era ultimato solo nel volto e nella parte superiore del torso, appariva talmente degno di ammirazione che nessun allievo si sentì all’altezza di terminarlo, e probabilmente sarebbe giunto a Roma in età tardorepubblicana (I secolo a.C.), in accordo col gusto impressionistico e bozzettistico tipico del neoatticismo in voga all’epoca, ma non si è conservato.
L’aneddoto presuppone l’adesione di Apelle alla concezione dell’arte come ricerca continua, il cui svolgimento può culminare solo nel momento estremo della vita, e allo stesso tempo ci fa capire che le opere non finite possono trasmettere un senso di assoluto rispetto e ammirazione anche maggiore di quelle finite, come Plinio ribadisce in un passo successivo:
“Il fatto veramente raro e degno di memoria è che le ultime opere di certi artisti e le tavole lasciate incompiute, come l’Iris di Aristide, i Tindaridi di Nicomaco, la Medea di Timomaco e la Venere di Apelle di cui abbiamo detto sopra, sono più ammirate che se fossero state finite: in esse, infatti, si possono osservare le linee del progetto della parte mancante, e cogliere quindi il pensiero stesso dell’artista e il rimpianto per la mano dell’artista, venuta a mancare in piena attività, seduce ed alimenta l’ammirazione del pubblico”(N.H., XXXV, 145).
Partendo dalla classicità il “non finito”, visto inizialmente come reliquia e in seguito come categoria estetica, attraversa l’intera storia dell’arte ed è stato utilizzato come modus operandi da grandissimi artisti, quali Leonardo, Michelangelo, Tiziano, Guido Reni, giungendo fino all’arte contemporanea. Il suo successo può essere spiegato col fatto che un’opera incompleta stimola l’osservatore a livello neurologico, perché si è portati a immaginare ciò che manca e a completare virtualmente l’azione creativa dell’artefice.
Questo tema è alla base del progetto espositivo “Il non finito: fra poetica e tecnica esecutiva”, in corso fino al 12 aprile 2026 nei Musei Capitolini, che propone un approfondimento inedito sul processo creativo di alcuni dipinti incompiuti di Guido Reni, del Garofalo, di Palma il Vecchio conservati nella Pinacoteca Capitolina, avvalendosi di indagini scientifiche non invasive. La diagnostica, in effetti, non si esaurisce nel campo del restauro, ma offre strumenti preziosi per indagare le opere non finite e svelare ciò che è invisibile all’occhio umano.

Curato da Costanza Barbieri (coordinatrice del Work Package 2 di EAR – Enacting Artistic Research e docente dell’Accademia di Belle Arti di Roma) e Claudio Seccaroni (ingegnere chimico dell’ENEA), il progetto è promosso dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali ed è organizzato dall’Accademia di Belle Arti di Roma nell’ambito del Progetto EAR – Enacting Artistic Research, finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca con fondi del PNRR. I servizi museali sono di Zètema Progetto Cultura.

La mostra, piccola ma significativa, è diffusa all’interno della Pinacoteca, senza stravolgere l’allestimento museale, oggetto negli ultimi tre anni di lavori di rinnovamento (nuova illuminazione e nuove didascalie, progetti per l’accessibilità cognitiva), ma limitandosi a portare alla ribalta alcune opere emblematiche, che rivelano i ripensamenti, le modifiche e le soluzioni tecniche adottate dagli artisti.
Come ha evidenziato nella sua presentazione la direttrice dei Musei Civici Ilaria Miarelli Mariani:
“Avvicinarsi all’opera e poterla osservare da vicino, con l’ausilio di strumenti di indagine ottica, dalla fotografia alla riflettografia, o attraverso la diagnostica multispettrale, come la Macro-XRF Mapping, consente di spingersi ancora più a fondo nella visione degli strati preparatori, per una lettura analitica del meccanismo esecutivo, che l’osservatore può seguire e comprendere attraverso l’enfasi sulla materia e la sua preparazione, il disegno soggiacente, il fondo colorato, gli schizzi a gessetto lasciati visibili e abbozzati”.
Il non finito, in particolare, offre un’occasione di studio eccezionale, perché le fasi distinte di esecuzione dell’opera sono di fronte agli occhi di tutti e attraverso la diagnostica si possono scoprire i segreti tecnici dell’opera nel suo divenire.
L’esposizione inizia all’ingresso della Pinacoteca, dove, oltre a installazioni multimediali che illustrano le fasi di indagine propedeutiche al progetto, è esposto un sarcofago romano strigilato in marmo pentelico (III secolo d.C.), con le teste dei defunti (marito e moglie) appena abbozzate nel clipeo centrale, perché presumibilmente nelle botteghe degli scultori venivano realizzate opere seriali con l’intento di rifinire i ritratti su indicazione degli acquirenti, ma talvolta i volti non erano portati a termine per ragioni contingenti legate al tempo o per l’incuranza dei famigliari.

Inoltrandoci nel percorso, nella Sala II troviamo il primo quadro posto all’attenzione dei visitatori: una tavola di Benvenuto Tisi, detto il Garofalo (Ferrara, 1481 circa – 1559), proveniente dalla Collezione Sacchetti e dal 1749 nella Pinacoteca Capitolina. Sul verso raffigura un’incompiuta Circoncisione di Gesù (tempera su tavola), normalmente non visibile poiché viene esposta la Sacra Conversazione dipinta sul recto, che è un’opera finita.

La Circoncisione viene datata da Sergio Guarino – già Direttore dei Musei Capitolini- per motivi stilistici e per le assimilazioni da Raffaello e dai veneti intorno al 1525, nel periodo di piena maturità artistica del pittore ferrarese. La tavola dà un’idea del processo esecutivo del maestro e della sua bottega e viene messa a confronto in mostra con un’altra opera di dimensioni inferiori (olio su tavola, proveniente da Modena, Cantore Galleria Antiquaria), che, pur interpretata come Circoncisione di Gesù, va probabilmente letta come Circoncisione di san Giovanni Battista, per la presenza di una donna anziana che sostiene il bambino, che potrebbe essere santa Elisabetta. In questo caso saltano subito agli occhi tutti i volti non finiti, che dovevano essere probabilmente riservati alla mano del maestro.

Grazie alle cornici digitali giustapposte alle opere è possibile sfogliare in modo virtuale le fotografie del disegno preparatorio, ottenute attraverso le tecniche di diagnostica non invasiva, e comprendere le varie fasi di realizzazione dei due dipinti, forse differenziate fra maestro e bottega.
Nella Sala III incontriamo Cristo e l’adultera, un olio su tela attribuito a Palma il Vecchio (Jacopo Negretti, Bergamo 1480 – Venezia 1528), databile al 1525-1528, con possibili successivi interventi di Rocco Marconi (Treviso 1470/75 – ante 13 maggio 1529). Il dipinto, che versava in un cattivo stato di conservazione, è appena tornato da un importante restauro con l’utilizzo di indagini che hanno messo in luce una serie di cambiamenti. La scena raffigura Cristo tra l’adultera e il fariseo, con influenze nordiche e tedesche, e traduce l’episodio evangelico narrato da Giovanni in un exemplum morale rivolto a tutti i fedeli. Lo stile e le aree non ultimate suggeriscono che si tratti del dipinto rimasto nello studio dell’artista e citato nell’inventario post mortem del 1529.

In questo caso l’opera, rimasta incompiuta alla morte del pittore, è stata parzialmente ridipinta in epoca successiva lasciando irrisolte alcune parti. Il visitatore potrà osservare, sfogliando le immagini digitali, i risultati forniti dalla radiografia digitale, dalla riflettografia infrarossa, dalla fluorescenza UV e dalla MA-XRF, che evidenziano i cambiamenti apportati nello sguardo dell’adultera, nei suoi capelli e nella posizione della mano del Cristo.

Nella Sala VI, interamente dedicata a Guido Reni (Bologna 1575 – Bologna 1642), si conserva il gruppo più cospicuo di opere non finite della Pinacoteca, in particolare le tele dell’ultimo Reni collezionate dai Sacchetti, dove tutto è visibile, ma appare come sfocato, rarefatto.
Un dipinto non finito (olio su tela cm 100×87, databile al periodo 1596-1598) è stato di recente attribuito al giovane Reni e datato agli anni del suo apprendistato presso la bottega di Ludovico Carracci. Come fa notare Federica Maria Papi, tipico di Ludovico è il gesto della mano poggiata sulla guancia della donna malinconica, raffigurata al centro della composizione.
Il soggetto, che precedentemente era stato interpretato come Allegoria dell’amore rifiutato (quello di Didone rifiutato da Enea), è in realtà è ispirato alla storia di Silvio, Dorinda e Linco descritta nel IX canto del Pastor Fido, dramma comico pastorale composto dal poeta Giovanni Battista Guarini tra il 1580 e il 1583, come è stato evidenziato da alcuni particolari emersi nel corso delle indagini diagnostiche.

Siamo nell’Arcadia, dove Silvio non si cura dei problemi d’amore, preferendo dedicarsi alla caccia e disinteressandosi del sentimento che Dorinda nutre nei suoi confronti. Solo dopo averla ferita con una freccia egli si convertirà all’amore e si unirà in matrimonio con la giovane. Nel dipinto Dorinda non è ferita, ma viene colta nel momento malinconico dell’amore non corrisposto. Sulla destra è raffigurato il vecchio servo Linco e sulla sinistra Silvio, che spezza la freccia sul ginocchio sinistro, mentre in alto compare un piccolo Cupido in atto di scagliare la sua freccia amorosa.
Le fasi di lavorazione del dipinto, non finito soprattutto nella parte inferiore, sono mostrate nella prima cornice digitale. Mentre la riflettografia infrarossa mostra un abbozzo eseguito con un medium liquido a pennello per i contorni delle figure, la radiografia evidenzia una materia pittorica ricca di biacca. Le dissolvenze progressive tra immagini riflettografiche, radiografie e visibile permettono di seguire le varie fasi di realizzazione dell’opera.
Nella stessa sala una seconda cornice digitale illustra la realizzazione della grande Anima beata (olio su tela, 1640-1642, cm 252 x 153), della quale in Pinacoteca si conserva, caso eccezionale per Guido Reni, anche il bozzetto: opere che nel nuovo allestimento sono state avvicinate. I risultati conseguiti su entrambe le opere mostrano un processo molto articolato, ricco di pentimenti. Le variazioni investono l’intera figura, ma anche la postura del corpo, delle gambe, delle braccia, delle ali e del panneggio. Significativo è stato, infine, il confronto delle riflettografie del dipinto finale con un disegno preparatorio per un Crocifisso, sempre di Reni; la stretta corrispondenza della figura e delle modifiche ad essa apportate porta a ipotizzare che il pittore sia partito da questo disegno per sviluppare il progetto finale dell’Anima beata.


Accompagna l’opera di Guido Reni una realizzazione in 3D del dipinto, con lo scopo di renderla fruibile per visite tattili a persone con disabilità visiva e ipovedenti.
Infine, sempre per permettere un confronto con altre opere custodite nella Pinacoteca, è possibile ammirare le macrofotografie di Lucrezia, Cleopatra, Gesù Bambino e san Giovannino, estremamente efficaci nel mostrare le pennellate stese velocemente da Reni con un tracciato modellante e una resa di immediatezza impressionistica.


Di grande aiuto per l’approfondimento delle opere in mostra è il catalogo, edito da Artemide Edizioni, che raccoglie una serie di saggi di specialisti sul non finito e sulla diagnostica non invasiva.
Ricordiamo, oltre ai due curatori, Carmen Bambach, Roberto Bellucci, Marco Cardinali, Maria Beatrice De Ruggieri, Cecilia Frosinini, Augusto Gentili, Sergio Guarino, Luca Tortora.
Nica FIORI Roma, 18 Gennaio 2026
“Il non finito: fra poetica e tecnica esecutiva”
15 gennaio-12 aprile 2026
Musei Capitolini, piazza del Campidoglio, 1 – Roma
Orario: tutti i giorni 9,30-19,30 (ultimo ingresso un’ora prima della chiusura)
Info: tel. 060608; www.museicapitolini.org; www.zetema.it
