” … il cavalier Francesco Borromini … con una spada, appoggiata col pomo in terra e con la punta verso il proprio corpo si ammazzò”. Novità e aggiornamenti sull’ “ultimo atto” della vita di Borromini nel libro di Giuseppe Bonaccorso.

di Nica FIORI

“Borromini ultimo atto”. Il libro di Giuseppe Bonaccorso che analizza la casa, il suicidio e l’eredità del grande architetto barocco

Martedì notte [2 agosto] alle otto hore [le 4:30 del mattino], successe un caso stravagante e lacrimevole, che il cavalier Francesco Borromini, architetto celebre, caduto da alcuni giorni in pieno humore hipocondriaco, con una spada, appoggiata col pomo in terra e con la punta verso il proprio corpo si ammazzò. Hebbe però questa grazia, che alla caduta accorse alla sua camera un suo servente che dormiva vicino, lo sovvenne, e poi aiutato da religiosi si confessò e comunicò e morì mercordì [3 agosto] alle dieci hore [le 6 del mattino]”.

Con queste parole viene data la notizia della morte di Francesco Borromini (1599-1667) in un documento del 3 agosto 1667, conservato nell’Archivio di Stato di Roma (Cartari Febei, vol. 81, c. 87). Il grande architetto di origine lombarda-ticinese, e più precisamente “lacuale” (era nato a Bissone, sul lago di Lugano, nell’attuale Svizzera), era giunto a Roma intorno ai vent’anni di età e, dopo i suoi esordi come scalpellino e disegnatore, prima alle dipendenze di Carlo Maderno (suo lontano parente) e poi di Gian Lorenzo Bernini, aveva dato prova della sua genialità nella chiesa di San Carlino alle Quattro Fontane, nella chiesa di Sant’Ivo alla Sapienza e in altri importanti incarichi, ma aveva avuto anche delle cocenti delusioni, come il restauro incompiuto di San Giovanni in Laterano o l’allontanamento da Sant’Agnese in Agone, che avrebbero aggravato quell’umore malinconico, ipocondriaco e tendente alla solitudine, di cui parla il suo biografo Filippo Baldinucci.

Copertina

Che cosa sia veramente successo nell’ultima fase di vita di Francesco Borromini è ciò che viene indagato da Giuseppe Bonaccorso nel suo libro Borromini ultimo atto. La casa, il suicidio, l’eredità, uscito nel 2024 nella collana Saggi di storia dell’arte di Campisano Editore.

La ricerca si colloca sulla scia di tutti quegli studiosi che si sono interrogati sulla vita del ticinese, quasi per ricercare in essa il senso profondo della sua complessa architettura, soffermandosi in particolare sul suo suicidio. Un atto, questo, forse suggerito dalla presenza nel suo studio di un busto in gesso di Seneca, filosofo a lui vicino nelle riflessioni sulla vita e sulla morte.

Quasi sicuramente Borromini doveva aver letto quel brano in cui il filosofo stoico affermava:

In nulla più che nella morte uno deve secondare la propria inclinazione. Esca di vita per dove ha preso l’avvio sia che preferisca il ferro, sia un laccio, sia un veleno, s’affretti e spezzi i vincoli del servaggio” (Lettere a Lucilio, LXX).

Egli scelse la spada, se fu vera scelta, come aveva fatto Catone l’Uticense, ed è proprio Il suicidio di Catone, di Nicolas Poussin, a essere raffigurato sulla copertina del libro di Bonaccorso.

2 Anonimo, Ritratto di Borromini, XVII secolo, Convento dei Trinitari di S. Carlino alle Quattro Fontane

È vero che Borromini era religiosissimo, ma nei primi tempi della Chiesa il suicidio non aveva quella connotazione negativa che assumerà solo a partire da sant’Agostino (V sec.). Il “tentato” suicidio è stato visto, per lo più, come conseguenza di una grave depressione, indotta dalla mancanza di incarichi che aveva caratterizzato gli ultimi anni della sua vita.

Bonaccorso già nell’introduzione del suo libro, che chiama “antefatto”, evidenzia che, pur se è vero che Borromini negli ultimi anni si dedicò a un numero limitato di progetti (tutti avviati in precedenza) e che la sua presenza nei cantieri si era ridotta, c’erano comunque tre importanti attività progettuali che lo impegnavano: il completamento della facciata di San Carlino avviata nel 1655 e interrotta momentaneamente alla sua morte (verrà poi portata a temine dal nipote Bernardo Castelli Borromini), quella per la committenza Falconieri in San Giovanni dei Fiorentini e in parte nella residenza tuscolana della famiglia (a Frascati) e quella per il completamento del cantiere di Propaganda Fide, che sarebbe stato terminato dopo la sua morte seguendo le sue indicazioni programmatiche.

3 Francesco e Bernardo Borromini, San Carlino, II ordine della facciata

Oltre a ciò, egli si stava dedicando con tutta probabilità alla stesura di un libro che avrebbe dovuto raccogliere gli elaborati e le descrizioni dei suoi progetti migliori, coadiuvato da alcuni collaboratori, identificabili secondo lo studioso Joseph Connors in Dominique Barrière per le incisioni e Fioravante Martinelli per la stesura e la revisione dei testi.

Scrive a questo proposito Bonaccorso:

L’aiuto di Francesco Massari, che seguiva con perizia i cantieri, e quello del nipote Bernardo, che forse collaborava, seppure in modo ancora acerbo, alla redazione di alcuni disegni di fabbrica, consentirono a Borromini di concentrarsi quasi esclusivamente sul suo progetto editoriale”.

Egli, quindi, non era inattivo. Per quanto riguarda il suo modo di vivere, inoltre, non doveva essere così isolato e tormentato come descritto da Baldinucci, perché intorno a lui ruotavano diversi personaggi, amici e ammiratori con i quali trascorreva il tempo libero e affrontava discussioni sull’antichità, sull’architettura e sulla società.

Tra questi, oltre ai collaboratori già menzionati, viene ricordato l’amico scultore Orfeo Boselli, che aveva cercato di pubblicare un libro sulla scultura antica, ed è da credere che Borromini fosse spinto a realizzare il suo trattato di architettura proprio da questo amico. Purtroppo Boselli, dopo una lunga malattia, sarebbe morto un mese dopo il suicidio di Borromini. Il 1667 fu un anno veramente critico per il nostro architetto, perché segnato da una serie di lutti, come fa notare Bonaccorso, tra cui la morte di Camillo Arcucci, un architetto che lo aveva sostituito in alcune opere, e soprattutto quella di Martinelli, che avrebbe dovuto coadiuvarlo nella realizzazione del suo trattato. Fu proprio questa perdita a far svanire il sogno dell’impresa editoriale cui aspirava, che voleva emulare il trattato scritto da Andrea Palladio un secolo prima.

Quanto alla malattia di cui soffrì Borromini poco prima della sua morte, in passato interpretata come un disagio psicologico, l’autore giunge a ipotizzare, dopo aver consultato alcuni medici, che potesse trattarsi di una forma di labirintite, i cui sintomi lo rendevano inabile al lavoro.

Con grande capacità critica ed evidente passione per la storia dell’architettura, Bonaccorso approfondisce gli ultimi due anni di vita di Borromini, analizzando i disegni dei suoi ultimi progetti, esplorando la struttura della sua casa-studio di vicolo dell’Agnello (non più esistente), quindi le relazioni sociali e gli eventi che conducono all’ultimo tragico atto, per finire con le vicende legate alla sua eredità, come l’alienazione della sua biblioteca, dei suoi disegni e dei ritratti, dei quali possiamo analizzare oggi solo una minima parte. Il tutto è raccontato con un taglio rigorosamente scientifico, prestando particolare attenzione a una corposa serie di documenti che presenta negli “Apparati” che completano il volume (comprendenti anche la bibliografia e gli indici dei nomi e dei luoghi), e con una scrittura ricca di informazioni, in grado di emozionare il lettore e di catapultarlo nella Roma barocca e nel vissuto del geniale architetto ticinese, svelandone gli aspetti meno conosciuti.

Nel capitolo I (Gli ultimi due anni. Cantieri, progetti e delusioni) viene individuato il progressivo allontanamento di Borromini dai cantieri a partire dal 1665, quando egli lavorava a Sant’Andrea delle Fratte, una chiesa presso Capo le Case, nota per lo straordinario campanile borrominiano e per i marmorei Angeli del rivale Bernini (realizzati per Ponte Sant’Angelo) conservati al suo interno.

Come scrive Bonaccorso:

Dopo la realizzazione del campanile, il decesso del committente Paolo del Bufalo e le conseguenti reiterate interruzioni del cantiere, che lasciarono la cupola priva della lanterna e della stuccatura di rivestimento, già dall’autunno del 1665 Borromini non sembra più in grado di proseguire i lavori”.
4 Francesco Borromini, S. Andrea delle Fratte, particolare del campanile

L’autore ci ricorda che il marchese del Bufalo faceva parte di quel cenacolo di appassionati di erudizione antiquaria, cui apparteneva lo stesso Borromini (insieme a Boselli e Martinelli), e quindi la sua scomparsa deve essere stata un brutto colpo per l’architetto, così come lo era stata quella del suo amico e protettore Virgilio Spada nel 1662.

La parte relativa agli ultimi progetti è molto dettagliata ed è arricchita da adeguate illustrazioni in bianco e nero e a colori. I disegni borrominiani che ci sono pervenuti sono conservati soprattutto nell’Albertina di Vienna e nella Kunstbibliothek di Berlino: sono utilissimi per comprendere l’iter progettuale del grande artista, con i ripensamenti e le varie stratificazioni di una mente creativa. Le sue strutture sono rigorosamente studiate dal punto di vista geometrico-matematico, eppure non c’è niente di freddo e arido in lui. Quando creava, Borromini era un entusiasta e spesso annotava in margine ai disegni commenti e idee. Curioso com’era, osservava il materiale di scavo, a Roma abbondantissimo, per studiare tutti i dettagli dell’architettura classica e reinterpretarli in modo originale nella sua arte (cosa che faceva anche con le architetture rinascimentali di Michelangelo, Serlio e Palladio).

Le sue creazioni appaiono vive, accoglienti e solari, quindi apparentemente in contrasto con il carattere ombroso che gli è stato attribuito dai biografi. Quanto ai numerosi simboli che egli ha utilizzato nelle decorazioni, non dovevano apparire così occulti agli occhi dei suoi contemporanei. Siamo noi che abbiamo dimenticato il linguaggio degli architetti del Sacro.

L’autore fa notare come gli ultimissimi disegni a matita

sembrano sporchi (o sfumati grossolanamente), probabilmente a causa di una febbrile riproposizione di più soluzioni sovrapposte l’una sull’altra: come se Borromini avesse fretta di definire il progetto per farlo eseguire celermente dalle maestranze”.

Questo può essere spiegato col fatto che sono stati sfumati con un lapis più morbido e sono certamente “sofferti”, spiega Bonaccorso, perché ambiscono alla ricerca di una soluzione man mano che si procede, ma bisogna anche tener conto che, dopo la sua morte, sono passati nelle mani del nipote Bernardo, che cancellava e ridisegnava i fogli dello zio.

Anche nei suoi ultimi lavori Borromini non conosce la cupezza, e anzi utilizza il suo amato bianco per trasmetterci un’idea di luce divina e di purezza.  Nella facciata di San Carlino, come pure nella Cappella dei Re Magi (nel palazzo di Propaganda Fide), è con il bianco che Borromini ottiene straordinari effetti di luce grazie all’uso di parti aggettanti e rientranti in felice contrasto.

5 Francesco Borromini, Propaganda Fide, volta della Cappella dei Re Magi
6 Francesco Borromini, Palazzo Falconieri, erma bifronte sul belvedere

Tra le immagini scelte dall’autore per illustrare le ultime architetture borrominiane, ci colpisce particolarmente il belvedere in cima a Palazzo Falconieri, con in primo piano l’erma bifronte con le fattezze di Michelangelo. Una scelta non casuale, perché Borromini aspirava a seguire le orme del Buonarroti, come ben evidenzia l’autore in più punti.

Quanto all’uso delle erme, che vengono chiamate per lo più “termini” (dal dio romano Terminus, protettore dei confini e delle mura) a partire dal Cinquecento quando sono utilizzate sui tetti, Borromini ne fa uso nel palazzo di via Giulia per mimetizzare i comignoli dei camini.

Di grande interesse è il capitolo II, dedicato alla casa-studio di Borromini, perché, come già aveva espresso Paolo Portoghesi, l’abitazione può essere una chiave interpretativa della storia di un’anima. Ripercorrere con l’autore i tre piani della casa di vicolo dell’Agnello tra i suoi libri (quasi mille), gli arnesi che usava per la progettazione (compresi i modellini di cera che davano un’idea plastica delle strutture architettoniche) e gli oggetti che aveva raccolto (tra cui numerosi dipinti e rarità antiquarie, come un manoscritto di Michelangelo) è emozionante e permette di immaginare la vita dell’architetto, che in quel luogo si rifugiava “per progettare, per studiare, per partorire le sue idee più brillanti”.

La casa apparteneva alla confraternita dei Fiorentini; la pianta catastale è stata rubata, ma l’autore si è basato sulle descrizioni presenti in alcuni documenti per ricostruire la disposizione interna degli ambienti. La sua posizione vicina all’ansa del Tevere, nei pressi del traghetto per il Vaticano

consentiva a Borromini di avere un rapporto quasi quotidiano con le sponde fluviali, che in qualche modo gli potevano ricordare il lungolago di Bissone, frequentato durante la sua infanzia”.
7 Hendrik Frans van Lint, Il Tevere e S. Giovanni dei Fiorentini. Particolare dell’area di Ponte, XVIII secolo

Nel suo appartamento viveva una serva e nell’ultimo periodo anche un altro servitore.

La descrizione dei beni risulta dall’inventario redatto subito dopo la sua morte e replicato un mese dopo su istanza del suo erede Bernardo.

Bonaccorso si sofferma, tra le altre cose, sulla passione di Borromini per gli oggetti della sua professione, testimoniata, in particolare, dai numerosi compassi, per lo più di ottone, e cita una sorta di elogio del compasso, formulata in un suo scritto in risposta a Virgilio Spada, che gli chiedeva lumi sulla ricostruzione di San Giovanni in Laterano:

Sì come la melodia delle voci nasce da numeri, così la bellezza delle fabbriche professa nascere parim[en]te da numeri, e che tutte le parti habbiano una tale proportione, che un’apertura di compasso, senza mai muoverlo, le misuri tutte”.

Viene pure evidenziata la probabile devozione di Borromini per san Francesco d’Assisi, del quale era presente nella casa una statua (oltretutto nel testamento fa un lascito all’infermeria di San Francesco a Ripa), e il culto speciale verso gli angeli, soprattutto cherubini e serafini. Questi ultimi, particolarmente frequenti nelle fabbriche borrominiane, compaiono anche come attributo delle stimmate del santo.

Momento clou del libro è ovviamente il capitolo dedicato al (tentato) suicidio del 2 agosto 1667, con le varie testimonianze che ricordano il celebre film Rashomon di Kurosawa, nel quale i testimoni danno versioni diverse di quanto successo.

Dal resoconto dello stesso Borromini morente, fatto al chirurgo del Santo Spirito in Sassia Sebastiano Molinari, che gli suturò la ferita, risulta che egli, allora sessantottenne, era ammalato da una decina di giorni e probabilmente insofferente alla malattia stessa, così che la sera del 1° agosto gli venne in mente di fare testamento. Scrisse fino alle tre hore di notte circa (ma le ore dell’epoca non corrispondono a quelle attuali), finché il suo aiutante Francesco Massari, che era capomastro a San Giovanni dei Fiorentini e dormiva nella stanza accanto, lo spinse a spegnere il lume e andare a riposare, con la promessa che glielo avrebbe acceso quando si fosse svegliato. Ma al risveglio, avvenuto verso le cinque in sei hore, il Massari si rifiutò di accendergli il lume. Ciò provocò nell’artista l’impatientia e cominciò a pensare a come farsi del male fino alle otto hore e mezzo circa, quando si ricordò di avere la spada in camera a capo del letto, la prese e la sistemò con il manico appuntato nel letto e la punta sul suo fianco, quindi si trapassò da una parte all’altra. Ai suoi strilli accorse il Massari e quindi altri da lui chiamati e gli fu estratta la spada.

È sempre Borromini che nella deposizione fatta al luogotenente sostituto del Tribunale criminale del Governatore, dopo la ferita, specifica che egli si trovava ammalato a letto dal giorno della Maddalena, cioè il 22 luglio, e che non era più uscito di casa se non il sabato e la domenica (23 e 24 luglio) per prendere il “giubileo” decretato dal nuovo pontefice Clemente IX.

A parte l’ansia e la depressione dovuta al triste e luttuoso periodo precedente, si era aggiunta una malattia che gli causava febbre, mancanza di concentrazione, giramenti di testa, vomito e movimenti innaturali degli occhi, che il suo medico decise di curare facendolo stare a letto e al buio: prescrizione che Massari avrebbe preso alla lettera, ma che Borromini, che di natura era iperattivo, non riusciva a sopportare. Egli decise di usare la spada, l’arma con cui era stato fatto cavaliere, volendo forse uscire di scena con un atto stoico, come aveva fatto Catone, ma, da buon cristiano, decise poi di chiamare il confessore e morì dopo aver ricevuto l’estrema unzione il 3 agosto. Nel lasso di tempo tra il tentato suicidio e la morte dettò l’ultimo testamento al notaio Olimpio Ricci.

Poco tempo prima di morire, tra il 26 e il 28 luglio, Borromini aveva distrutto molti suoi disegni, perché non cadessero in mani che avrebbero potuto farli propri o alterarli. Il gesto potrebbe essere visto come un antefatto del suicidio, la privazione di una cosa vitale per lui, dal momento che definiva i suoi disegni “i suoi propri figliuoli”. L’autore vede, in realtà, in quelle tre giornate di luglio una sorta di “riorganizzazione del destino delle sue opere e del suo atelier”, perché l’architetto aveva bruciato i disegni della sua Opera omnia e quelli di altri progetti incompiuti, mentre aveva salvato ciò che poteva permettere il proseguimento dell’attività professionale al nipote e l’organizzazione dei cantieri interrotti al Massari.

Le modalità del ferimento lasciano ancora dei dubbi sulla reale dinamica dei fatti, afferma Bonaccorso, tanto che qualcuno ha perfino ipotizzato che il suo suicidio possa essere stato “aiutato”, forse dallo stesso Massari. Il rapporto tra Bernardo e il Massari si sarebbe frantumato proprio perché Bernardo incolpò il capomastro di quanto era successo allo zio.

L’autore presenta le possibili interpretazioni della sua morte, avvalorando ogni ipotesi con dati e testimonianze, e il lettore può dar credito a una piuttosto che alle altre.

I successivi capitoli (L’eredità, I ritratti e la memoria, La brigata borrominiana) sono anch’essi densi di notizie sul periodo post mortem e sui vari personaggi che interagiscono con il protagonista (di quelli principali sono tracciate le biografie). L’autore ricorda che Borromini, che non si è mai sposato, è sempre stato descritto come un uomo casto, mentre Portoghesi ha ipotizzato che potesse aver avuto un interesse amoroso verso Giovanna Battista Maderno, figlia di Carlo Maderno. Giovanna era stata data in sposa giovanissima (a 13 anni) a un capitano e dal matrimonio erano nati numerosi figli. È più verosimile, secondo Bonaccorso, che Borromini provasse nei suoi confronti un affetto quasi filiale, perché l’aveva vista crescere. Dopo aver rinunciato a costruirsi una tomba nella chiesa di San Carlino, Borromini chiese a Giovanna Battista il permesso per farsi tumulare nella tomba di Carlo Maderno in San Giovanni dei Fiorentini e inoltre nel testamento designò come erede il nipote, Bernardo Castelli Borromini, purché sposasse una figlia di Giovanna Battista (Maddalena), forse perché è a lei che voleva lasciare i suoi averi.

Bonaccorso tende anche a escludere rapporti intimi con un amico come Martinelli, convinto che Borromini si fosse mantenuto casto per tutta la vita e chiude il volume affermando che l’unico amore fosse quello per l’Architettura.

Giuseppe Bonaccorso è professore associato presso la Scuola di ateneo di Architettura e Design dell’Università degli studi di Camerino. I suoi studi si concentrano sui protagonisti ticinesi dell’architettura barocca (Carlo Maderno, Francesco Borromini, Carlo Fontana). A essi si affiancano contributi sull’architettura e sui linguaggi visivi italiani del XX secolo e sugli scambi con la cultura progettuale tedesca e delle nazioni dell’Europa orientale. Inoltre ha svolto e svolge ricerche sulle periferie urbane, analizzandone la loro evoluzione, anche attraverso la fotografia e la filmografia d’autore.

Nica FIORI  Roma 4 Gennaio 2026

Borromini ultimo atto. La casa, il suicidio, l’eredità

di Giuseppe Bonaccorso, 271 pp., Campisano Editore, Roma 2024, € 40