di Chiara GRAZIANI
“Voglio questo popolo obbediente e voi dovete praticare l’obbedienza nel vostro intimo. Voglio che questo popolo ami la pace ma che allo stesso tempo sia coraggioso, quindi dovete essere allo stesso tempo amanti della pace e forti”. (Adolf Hitler “Il Trionfo della volontà ” 1935)
L’episodio di San Lorenzo in Lucina – i connotati nuovi di una Vittoria Alata, corretti nottetempo in quelli della presidente del Consiglio Meloni – ha fatto gridare al culto della personalitĂ . Fosse tutto qui – l’iniziativa di un sagrestano-decoratore lasciato incredibilmente a divertirsi con il pennello in mano sulle pareti di una delle mille chiese storiche di Roma – sarebbe un episodio minore. In realtĂ il segnale c’è. Ed è stato colto senza sottovalutazioni dal Vicariato che, con un piccolo e non ufficiale colpo di mano, ha ingiunto al parroco la rimozione del ritratto della presidente del Consiglio: la nerboruta ed androgina Vittoria, dimenticabile da un punto di vista artistico, è stata privata dei lineamenti femminili che, in genere, si associano al fisico assai piĂą minuto e breve della premier. Scalpellata in volto dallo stesso sacrista che ne fu l’autore agli inizi degli anni Venti del secolo e che l’aveva, per sua ammissione, corretta con le nuove fattezze meloniane nel 2025, la Vittoria sabauda di San Lorenzo – chiamata via via anche “angelo” o “cherubino” – alla fine, è rimasta senza volto ed in cerca d’autore.

Scherza con i fanti e lascia stare i santi. Con buona pace del Fec, Fondo edifici di culto che – pur legale proprietario, per conto del ministero dell’Interno, di San Lorenzo – ha dovuto prendere atto dell’intransigenza del Vicario generale della Diocesi di Roma, cardinale Baldo Reina. La strumentalizzazione di luoghi sacri, e di iconografie religiose, non è tollerata in Vaticano, chiunque sia il proprietario pro-tempore delle mura. Ed al parroco è bastata l’ingiunzione cardinalizia, comunicata per vie dirette, a rimettere teste di angeli, vittorie e presidenti nei luoghi di competenza. Direbbe Totò, “al solito posto, ovverosia sul collo” (cit. “Totò, Peppino e la mala femmina” 1956).
La cosa sembra morta lì (con qualche mugugno dal Mic e dalla Sovrintendenza per l’intervento unilaterale di cancellazione in un bene proprietà dello Stato dal 1870). Forse, però, qualche riflessione, davanti alla Vittoria melonizzata e smelonizzata, si impone.
Dai tempi dell’ascesa di Silvio Berlusconi, tutta centrata sulla “discesa in campo” dell’uomo in grado di risollevare il Paese (ancora non sdoganato, e quanto grossolanamente, il termine “Nazione”), una novità si è infatti inserita nella narrazione mediatica della nostra identità . Narrazioni nuove ed antiche simbologie hanno messo mano ai punti cardinali della convivenza sociale e dei pesi e contrappesi condivisi.
Era il 1994 e Silvio Berlusconi si presentò come “l’unto del Signore”. Sembrava uno scherzo, una battuta. L’uomo, però, si collocò al centro della scena e lì rimase, per un ventennio, in una pervicace – e a tratti blasfema – identificazione con il Salvatore, il prescelto, il Messia. Unto come Davide, come Carlo Magno, come i reali di Francia che guarivano le scrofole con il tocco dei sovrani taumaturghi. La stampa sorrideva e rilanciava quelle che, colpevolmente passate per battute, cucivano diligentemente l’abito nuovo dell’imperatore. Le vesti di un uomo che, consacrato per diritto divino e per scelta popolare – mischiando il primo con la seconda – rispondeva solo al popolo. Non alla magistratura ed alla legge, come ogni cittadino o comune mortale ma all’indistinta entità detta “popolo” il cui consenso passava dal controllo su larga parte del mondo dell’informazione (e dell’intrattenimento che andavano confondendosi).
L’Unto del Signore – che si disse anche perseguitato ed ingiustamente processato come Gesù Cristo – ebbe anche il primato dell’introduzione della neo-lingua nella comunicazione politica e da lì in quella quotidiana. Difficile dare alle parole un senso oggettivo, in quel clima in cui il potente diventava “perseguitato”, un titolare di pubbliche concessioni, incandidabile per legge, diventava “candidabile”, l’uomo dotato della più agguerrita schiera di avvocati – e spesso anche legislatori del suo partito – in “oppresso”. Difficile non perdere il senso della realtà con la stampa che narrava perfino i miracoli del nuovo re taumaturgo: memorabile la resurrezione dal coma di un ragazzino milanista, udita la voce del Presidente (ci permettiamo di dubitarne). Bisognava dirla in inglese, e da altre testate, per recuperare un po’ di senso della realtà : “Berlusconi, the man who screwed an entire country” (cit. The Economist, copertina, 2011), “L’uomo che ha fottuto un Paese intero” (per tacer della Nazione).
Il ventennio berlusconiano, però, non è passato invano. Anche se il culto della personalità coltivato da Berlusconi, dalle tv da lui controllate, dal suo partito costruito con il casting, non è riuscito ad ingannare tutto un Paese come nei regimi totalitari, un argine culturale era crollato. Quello fra il mondo della rappresentanza politica democratica e quello degli inviati della Provvidenza, definizione di infausta memoria alla quale gli italiani si sono ormai mitridatizzati. E questo non sarebbe possibile senza un decadimento nell’uso delle parole, sempre più svuotate di significato, come ha di recente indicato, più volte, papa Leone.
Prevost considera il recupero del senso delle parole un passaggio addirittura fondamentale per la costruzione della pace. “Le parole tornino ad esprimere in modo inequivoco realtà certe” ha indicato non a caso ai rappresentanti del corpo diplomatico.
“Nei nostri giorni – ha spiegato – il significato delle parole è sempre piĂą fluido e i concetti che esse rappresentano sempre piĂą ambigui. Il linguaggio non è piĂą il mezzo privilegiato della natura umana per conoscere e incontrare, ma, nelle pieghe dell’ambiguitĂ semantica, diviene sempre piĂą un’arma con la quale ingannare o colpire e offendere gli avversari”. (cit. Papa Leone, messaggio al corpo diplomatico 9 gennaio 2026) .
 Si dirà che una Meloni alata non basta ad allertarci sui rischi di un culto della personalità e delle brutte derive possibili. E l’episodio è abbastanza folcloristico da essere rubricato nei raccontini per divertimento, con un sacrestano di estrema destra che si diverte a far quel che gli pare, ossia il tifoso graffittaro (a proposito, ma non si era stabilito il pugno duro per gli imbrattatori di monumenti?). Qualche altro campanello, però, è suonato, di recente. E vale la pena fare due riflessioni.
Innanzitutto il termine Nazione. La presidente del Consiglio lo ha rispolverato e lo ripete ossessivamente. A proposito ed a sproposito, ma ne fa comunque un uso evocativo. Nazione, ossia comunità di destino, per citare lei e gli autori che cita. Caduto quasi in disuso dopo i furori del ventennio mussoliniano, il termine Nazione era stato nel dopoguerra restituito al suo significato di comunità unita da una storia, una cultura, una lingua, una letteratura.
Cosa ben diversa dallo Stato, con il quale non coincide e che non si occupa di destino – manifesto o meno – ma di pubblica amministrazione e regole condivise. Uno Stato può contenere – ed è il caso dell’Italia – piĂą Nazioni che possono essere radicate in territori che non necessariamente coincidono con i confini statali. Sentir parlare di “prodotto interno lordo della Nazione” fa ridere ed è una somarata. Ma tant’è. Oramai tanti, quasi tutti, si sono adeguati a parlar di Nazione a proposito e a sproposito. E in questo caso se si pensa ad Orwell ci si richiama non tanto a quello di “1984” ma all’autore della “Fattoria degli Animali”. Ricordate il coro delle pecore che interrompeva l’assemblea della fattoria al grido “Quattro zampe buono, due zampe cattivo”? Scattava sempre quando un animale chiedeva “perchĂ©?” ai maiali, la classe dirigente rivoluzionaria; ogni dibattito finiva ucciso. I cori orwelliani, ormai, sembrano accettati e l’uso di “Nazione” a nostro parere fa parte del metodo di anestesia del pensiero.

Secondo fra i vari campanelli a nostro parere da ascoltare.
La presidente Meloni di recente si è recata in Giappone ed è stata, ovviamente, accolta con ogni onore e gentilezza. Perfino troppa. La premier Sanae Takaichi, senz’altro arruolabile nelle figure della neodestra internazionale, nonché prima donna capo di governo in uno dei Paesi più maschilisti del mondo, le ha rivolto un saluto di un quarto d’ora in cui “Giorgia” – nominata quindici volte per nome di battesimo – e non l’Italia con i suoi interessi, era la protagonista dell’incontro.
E la differenza è sostanziale. Meloni, “Giorgia”, ha ringraziato a sua volta “Sanae” ed ha detto:
“Con Sanae condividiamo di essere le prime donne a guidare i loro popoli, un grande onore ed una grande responsabilità che si può riassumere nella parola Gambaru, fare del proprio meglio; significa anche fare più del meglio, superare i propri limiti, ossia l’approccio giusto per fare il bene dei nostri popoli, grandi Nazioni, eredi di grandi storie che di grandi storie possono essere di nuovo protagoniste (cit. Giorgia Meloni, 16 gennaio 2026).
A parte l’aver ricordato gli assi d’acciaio d’altri tempi (Il “Ro. Ber.To. per dirla con il film “Il federale”, 1961) ai quali le Nazioni in questione avevano aderito, il punto è nell’affermazione che Meloni e Takaichi “guidano” i rispettivi popoli.
E qui la premier rivela la sua concezione di rappresentanza, squisitamente berlusconiana e non solo. Il popolo presceglie, l’unzione conferma, e un uomo solo guida il popolo verso il destino manifesto. Il governo, se ci riesce, dovrebbe però far quadrare i conti, marciare i treni, restaurare le scuole, curare il dissesto idrogeologico, se ci riesce. Se non ci riesce dovrebbe tornare a casa alle elezioni successive, senza piagnistei. E’ un amministratore e non una guida mistica (roba vecchia che dovremmo conoscere bene). A chi dice che la scelta di un termine (in questo caso “guida”, ossia in latino Dux) è indifferente, ci appelliamo al magistero di Leone: le parole non sono neutre, le parole fanno la pace o la guerra, in ogni caso scrivono un destino che può essere questo o quello, a seconda delle libere scelte che facciamo (anche nelle urne). Una Meloni alata non fa autunno della democrazia. Ma talvolta i graffitti corsari, pur da quattro soldi, possono essere una messa in guardia.
Chiara GRAZIANI Roma 8 Febbraio 2026
