di M. Lucrezia VICINI
Francesco Trevisani (Capodistria,1656 – Roma,1746)

Il 3 febbraio del 1702 furono versati al pittore scudi 250 più altri 50 di regalo, come si rileva dalle seguenti note di pagamento:
A 3 febbraio 1702 s.250 al S. Francesco Trevisani pittore per un suo quadro rappresentante Marc’Antonio e Cleopatra grande. Detto s. 50 al S. Francesco Trevisani per regalo del detto quadro.
Altri 28 scudi lo Spada li impegnò per l’indoratura della cornice:
Sc.28 a M. Gio.Battista Gini indoratore per l’indoratura di una cornice grande del quadro del Trevisani (1).
La sigla dell’artista F.T. compare nel collare del cane tenuto al guinzaglio dal nano, mentre lo stemma degli Spada si vede impresso nel fregio del bacile di metallo posto in basso a destra.
Nell’Inventario dei beni ereditari del Cardinale del 1717, il dipinto figura già esposto tra le opere della Galleria, l’attuale terza Sala del Museo, e così descritto
Un quadro grande fuori di misura rappresentante Cleopatra con cornice d’oro opera del Trevisani stimato 500 (2).
E’ citato come :
Un quadro di palmi 9 e 10 in piedi cornice dorata con due ordini d’intaglio rappresenta la Cleopatra, opera di Francesco Trevisani,sc.500
nel successivo elenco del 1759 (3).
Nel Fidecommisso del 1823 è ricordato come
Un quadro grande, rappresentante Cleopatra che discioglie in liquore una perla e la porge a Marcantonio, del Trevisano (4).
Semplicemente come Cleopatra e Marcantonio, Trevisani viene segnalato nell’Appendice al Fidecommisso del 1862, nella ricognizione inventariale del 1925 a cura di Pietro Poncini e nella coeva stima di Hermanin che valuta L.10.000 (5).
Il Pascoli (6) nel ricordare la tela presso Palazzo Spada, fa riferimento anche al suo bozzetto, inviato al Granduca di Toscana Ferdinando I e ora agli Uffizi. Lanzi (7) rammenta una Historia del Trevisani nella Collezione Spada ed afferma che fu fatta per accompagnare quella di Guido, in allusione al dipinto con Ratto di Elena, già delle stesse dimensioni, di Giacinto Campana (1600-1650c), tratto dall’originale di Guido Reni, oggi al Louvre.
Nessun dubbio in merito all’attribuzione al pittore è stato avanzato da parte degli altri studiosi (8). E. Wind(9) osserva che nel ritratto di Kitty Fisher eseguito con le sembianze di Cleopatra, Sir Joshua Reynolds imitò, sino a rasentare la copia, la figura di Cleopatra del dipinto Spada. Zeri(10) ribadisce il principio che la tela fu destinata ad accompagnare non uno ma tre grandi dipinti della terza sala, tutti raffiguranti episodi della mitologia e della storia antica. Cita la Morte di Didone del Guercino e il Ratto di Elena, del Campana. Il terzo per lo studioso, era rappresentato da un dipinto alto 10 palmi e largo 11, non pervenutoci, eseguito da Daniele Seiter per il Cardinale Fabrizio, descritto dal Roisecco (11) come Lucrezia che si uccide dinanzi a Bruto e a Collatino
Si trattava in effetti di una Lucrezia Romana che lo Spada pagò al Seiter 300 scudi nel settembre del 1699, e che viene cosi menzionata nell’Inventario dei suoi Beni ereditari del 1717:
Altro grande di facciata rappresentante Lucretia Romana con cornice dorata opera di Monsù Daniele 300 (12).
Fu anche molto lodata dal Pascoli che ebbe a dire
“..ed in uno per S.E. rappresentò Lucrezia Romana, che andò per la sua vaghezza a vederlo tutta Roma”. (13).
Il Trevisani, originario di Capodistria, si trasferì giovanissimo a Roma, dopo l’alunnato presso il pittore veneto Antonio Zanchi. L’ambiente del Maratta nel quale entrò subito a contatto e l’adesione agli ideali dell’Accademia dell’Arcadia, di cui fu membro insieme al suo protettore, il Cardinale Pietro Ottoboni, lo rivelarono un interprete raffinato del Rococò romano. La sua arte caratterizzata pertanto da un ricco colorismo con accenti classicistici, frutto proprio della fondamentale esperienza veneziana e dell’incontro con la realtà artistica romana, compresi gli interessi per le aperture presettecentesche di Filippo Lauri, come riferisce Sestieri, rispecchiava i gusti artistici dello Spada, al quale il pittore dovette essere segnalato proprio dall’Ottoboni. Come lo Spada, l’insigne prelato era Accademico d’Onore dell’Accademia di San Luca e uno dei personaggi ecclesiastici più vicini al Papa Clemente XI Albani (14).
La sena è tratta da Plinio (Nat.Hist., IX,cap.LVIII): Antonio, invitato da Cleopatra a un banchetto, rimase colpito dal grandissimo fasto. Per tutta risposta la Regina volle dimostrargli la sua indifferenza alla ricchezza e al lusso compiendo un gesto insolito: tolse da un suo orecchino una perla di inestimabile valore e la dissolse nell’aceto che poi bevve. Quando si apprestò a ripetere il gesto, Antonio la fermò dichiarandosi vinto.
Nel dipinto è raffigurato questo particolare momento in una piacevole ambientazione di gusto teatrale, resa con toni cromatici brillanti e raffinati e passaggi chiaroscurali, dove, insieme a ricche composizioni di fiori e posaterie finemente lavorate, trova posto in primo piano anche un nano che trattiene con forza al guinzaglio un cane dall’aria spaventata. Le figure, bilanciate tra loro, risaltano per la ricchezza dei costumi settecenteschi, come la stessa Cleopatra, il cui soggetto affine iconograficamente alla Cleopatra che discioglie la perla del Maratta del Rhode Island Museum, si distingue per l’abbigliatura impreziosita nel bustino da perle e gemme preziose.

Alle sue spalle assistono incuriositi le cortigiane e la servitù; a sinistra, sullo sfondo di uno scenografico paesaggio, si muovono i compagni increduli di Marcantonio. Elementi decorativi che avvicinano il dipinto ai due quadri del pittore raffiguranti La Messa di Bolsena della Cattedrale di Santa Cristina di Bolsena e Apelle che ritrare Campaspe del Norton Simon Museum of Art di Pasadena (15).


Una replica dell’opera eseguita in affresco da Giovan Battista Tiepolo (1696-1770) è presso Palazzo Labia a Venezia (16)
M. Lucrezia VICINI ROma 14 Giugno 2026
NOTE
