Il 4 Luglio di Papa Leone e di Donald Trump: uno scontro esistenziale fra il vecchio mondo nato da rivoluzione industriale e colonizzazione e uno nuovo che preme per nascere e per la liberazione dell’intera famiglia umana.

di Chiara GRAZIANI

Il Papa passa sotto la Porta d’Europa, il monumento ai defunti invisibili del Mediterraneo e, spalle al mare, sosta sotto l’architrave, pellegrino in ingresso come migliaia prima di lui.

1 Papa Leone a Lampedusa (foto della diocesi di Agrigento)

E’  uno dei momenti della visita di papa Leone  all’isola di Lampedusa che resterà nell’immaginario, potente e spontaneo, la luce delle acque alle spalle, all’orizzonte la sagoma grigia di una nave militare. Anche perché il Pontefice, in quello che pare un fuoriprogramma, ad  un certo punto si allontana dall’installazione di Mimmo Paladino, piantata al sole su una piattaforma brulla proiettata sulla rada, e si avvia giù per una discesa sdrucciolevole, sconnessa, impervia. Pare intenzionato a marcare il territorio avanti ed indietro, le scarpe nere che tengono la presa, la talare bianca al vento, la mozzetta sulle spalle che frusta l’aria come una vela strappata; salta da un blocco di pietra all’altro, sosta, si gira, cambia direzione, supera dislivelli, si ferma a fissare la distesa d’acqua del grande cimitero del popolo dei barchini, respinto alla frontiera. Lo zucchetto bianco, alla fine prende il volo, mentre Prevost, 70 anni, non smette la sua esplorazione da uno scoglio all’altro, con il vento che gli stampa addosso la talare rivelando  – per gli appassionati del genere continuità-discontinuità con Bergoglio –  che ha gambe muscolose e non indossa i celebri pantaloni neri del ribelle Francesco.

2 Papa Leone a Lampedusa (foto della diocesi di Agrigento)

Lo scenario in cui il successore di Pietro si muove al modo dei cervi (immagine cara a Sant’Agostino, quella dei cervi e dell’acqua) è insidioso. Lo avevamo percorso a piedi il giorno prima; comincia con una pendenza irregolare cosparsa di brecciolino che conduce ad un terrapieno circondato da blocchi diseguali, resti di una massicciata artificiale dove non ci sono appigli per chi perde l’equilibrio. Leone pare a suo agio nella sua esplorazione, ma è immaginabile la preoccupazione del seguito fino a quando non è rientrato alla base e, salito in auto, ha ripreso la sua breve visita a Lampedusa, terra di ospitalità, tragedie e migrazioni.

3 Tombe a Lampedusa (foto dell’A.)

Si è ampiamente scritto, ed è vero, che da Lampedusa primo approdo dei migranti, Leone ha presentato il conto all’Europa che, per collocazione geografica, storia, cultura, architettura istituzionale potrebbe affrontare il problema grazie ad un “potenziale enorme” e non lo fa. “I morti sono vittime di decisioni prese e non prese” ha rimproverato. Ma non è stato solo questo, per quanto importantissimo.

4 Papa Leone a Lampedusa (foto della Diocesi di Agrigento)

Il passaggio chiave dei tanti interventi di Prevost, in quattro ore scarse di visita, è stato quello che si può chiamate il “manifesto di Leone”, annunciato al popolo della Chiesa e del mondo alle 11 del 4 luglio 2026, dal campo sportivo dell’isola, mentre i cannoni ad acqua irroravano i fedeli storditi dal sole con un pulviscolo umido. Una discesa in campo, con la quale la Chiesa, come frutto della sua dottrina sociale e del Concilio Vaticano II, mette boots on the ground, gli stivali sul campo  della buona battaglia: la liberazione dell’intera famiglia umana per la via universale della giustizia sociale.

5 Papa Leone a Lampedusa (foto della Diocesi di Agrigento)

Al fianco la ferula con il Crocifisso di Paolo VI, predecessore fra i suoi riferimenti più amati,  Leone ha detto infatti:

“Carissimi, chi si lascia portare in questa dinamica di compassione, di misericordia, inizia a vivere diversamente, a essere cittadino diversamente, a lavorare diversamente. Allora può sorgere davvero la civiltà dell’amore, quella prospettata dai miei santi predecessori Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II. Insieme a un gran numero di profeti e martiri del secolo scorso, essi hanno compreso che, agli abissi del cuore umano e agli orrori della guerra, solo la misericordia sa rispondere con nuovi inizi. Ora, sulle spalle di questi giganti, siamo entrati in un millennio in cui dare forma spirituale, culturale, giuridica, politica, economica alla civiltà dell’amore. L’enormità del dolore che osserviamo ci faccia cogliere la radicalità di questa chiamata”. (sottolineatura dell’A.)

Un altro mondo è alle porte, il suo tempo è arrivato (concetto già esplicato nella visita recente ad Acerra, cosiddetta Terra dei Fuochi). La civiltà dell’amore, la cui visione traboccò dalle labbra di Paolo VI nel 1970, può sorgere da cittadini diversi, ispirati dalla misericordia e non dalla sopraffazione. I tempi sono maturi e, se li sapremo cogliere, la civiltà dell’amore avrà leggi, istituzioni rappresentative, la sua buona economia, i suoi tribunali, produrrà cultura e costruirà scuole, coltiverà i campi, istruirà al bene gli algoritmi dell’intelligenza artificiale, proteggerà la vita fin dal suo sorgere: sarà la casa che abiteremo tutti. Verrebbe da dire, come il capitalismo (o tecnocapitalismo) oggi.  Ma con le persone al centro, non più il profitto.

6 Papa Leone a Lampedusa (foto della Diocesi di Agrigento)

Un cambio di paradigma epocale, come quello richiesto da Francesco. La Laudato Sì e la Fratelli Tutti, infatti, sono le due encicliche di svolta verso il fare, i documenti di maturazione che hanno fatto della Chiesa “l’ospedale da campo” dell’umanità (oggi sotto l’attacco dello scisma retrogrado dei vescovi lefebrviani).

La credibilità, la legittimità e l’imparzialità di Leone nell’annunciare a credenti e no l’arrivo dei tempi adatti a cambiare la struttura delle relazioni sociali, economiche, politiche e culturali è il vero motivo  – crediamo – che ha fatto del Papa l’obiettivo di una serie di antagonisti. Il più dichiarato e più elementare dei quali è l’altro statunitense, il presidente Donald J. Trump: ed è singolare, e pieno di significati,  che questo scontro esistenziale fra il vecchio mondo nato da rivoluzione industriale e colonizzazione e uno nuovo che preme per nascere – pacifico perché frutto della giustizia sociale – sia incarnata da due figli degli Stati Uniti.

Due profili profondamente e orgogliosamente statunitesi fino al midollo, Bob Prevost (“Da” Pope in slang) e Donald Trump. Due personalità che non potrebbero essere più distanti e differenti. L’impero, dunque, declina, indebolito da guerre permanenti,  ma incuba il presente ed il futuro. Un presente incarnato dal ritorno alla legittimità della guerra – che sembrava sepolta per sempre sotto i morti della prima e della seconda guerra mondiale – ed un futuro  che ha alle fondamenta il ripudio della guerra e la ripartenza dalla giustizia sociale.

Fonte Ansa

Talvolta i due usano anche le stesse parole (libertà, giustizia, pace addirittura) e perfino le stesse immagini. Leone ha ricordato a Lampedusa “i giganti” sulle cui spalle possiamo salire e lo stesso ha fatto Trump nel suo discorso per il 4 luglio del 250° anniversario dell’indipendenza evocando i “giganti” della storia Usa che portano sulle spalle il mandato di Dio al destino manifesto della “più grande Nazione della storia dell’Umanità” (abbiamo qualche fondato dubbio che includa anche se stesso nella linea di successione dal “generale Washington” in giù). I “giganti” di Leone sono i suoi predecessori santi Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II, assieme ai profeti ed i martiri “del secolo scorso”,(quello delle due guerre)  e non conoscono che un solo popolo, quello umano in cerca di un’arca di salvezza.

La retorica di Trump, ossessivamente aggressiva, è tanto stereotipata (basti pensare al continuo ritorno alla sacralità della bandiera Usa, stella per stella) quanto rozza, minacciosa e isolazionista. Ricorda (sempre salvo sia il rispetto per la persona) l’abbaiare di un cane, nel quale il suono è il messaggio e il confine da non varcare.  Non avrai altra bandiera e non avrai altro presidente perché la corsa per il terzo mandato – proibito – è stata di fatto annunciata in questo discorso fatto della ripetizione ad nauseam di un unico concetto: la forza bruta degli Usa arriva ovunque, ed è la sola libertà alla quale sottomettersi.

La narrazione di Leone è rivolta, al contrario, ad ognuno, a prescindere dal credo religioso o dall’appartenza etnica e richiede l’adesione dell’intelligenza libera e critica di ogni individuo per diventare “l’amicizia sociale” fra uguali predicata da papa Francesco, altro vero gigante dalle immense spalle la cui canonizzazione dovrà attendere l’estinzione per via anagrafica degli esponenti di lobbies alle quali ha santamente rotto le uova nel paniere fino alla fine (negli ultimi mesi anche con l’aiuto dello stesso Prevost, dal dicastero dei Vescovi) .

Foto dell’A.

Paralleli ma speculari, uno immagine capovolta dell’altro, i due americani lo sono anche a colpo d’occhio. Trump ormai pesante e lento sotto una chioma arancione innaturale per un uomo di 80 anni; Prevost che a 70 salta sugli scogli senza paura di inciampare sotto gli occhi del mondo, confidente in se stesso e in Chi l’ha inviato. Trump l’uomo delle mille minacce (non ultima quella di una nuova cattività avignonese per Prevost, in pratica essere sequestrato dalla superpotenza e portato fuori da Roma); Leone che replica solo “non ho paura” e fa gesti simbolici la cui portata talvolta sfugge ai più ma raggiunge i destinatari. Un esempio.

Il 13 maggio scorso, anniversario dell’attentato a piazza San Pietro che stava per costare la vita a Giovanni Paolo II, era giorno di udienza generale all’aperto. Leone, che arriva in papamobile, fa fermare il mezzo vicino alla targa di marmo incastonata nel lastricato nel punto esatto dello sparo di Agcà nel 1981. Il suo è più che l’omaggio di una preghiera. Scende dall’auto e, inginocchiandosi, poggia la mano aperta al centro della pietra che ha inciso lo stemma di Wojtyla con la M di Maria ed il motto mariano “Totus Tuus”. Una sosta e si rialza. Il Papa, alla chiamata, ha risposto “presente”, “eccomi”, affidato come Wojtyla alla Madonna. Del resto Prevost ripete continuamente nella sua predicazione che il Papa  – Bergoglio, Wojtyla o Prevost – è sempre Pietro che ritorna e che nulla può spezzare la continuità della missione. Neppure il martirio. Questo, crediamo, è stato il suo segnale, la risposta a minacce esplicite recapitate dal Pentagono alla Santa Sede via nunzio apostolico.

L’ego di Trump gli impedisce probabilmente di cogliere la valutazione che in Curia si dà del suo spessore. Senza sottovalutare l’uomo, si fa notare che nel giorno dei funerali di Francesco The Donald aveva dato l’impressione di uno “spaesamento” dovuto alla scarsa comprensione del contesto (in sostanza di cosa sia e come funzioni la Chiesa cattolica). Nei suoi confronti, si assicura, non c’è chiusura. Se il Papa ed il Presidente ancora non si sono parlati per telefono è solo perché il Papa non fa telefonate, le riceve. In qualunque momento, si fa notare, la linea in entrata è aperta.

Nel frattempo Leone manda segnali di vicinanza alla sua terra madre, empatia e piccoli passi diplomatici (come quello di essere ospite dell’ambasciatore Usa presso la Santa Sede Brian Burch per la cena del 4 luglio, anniversario dell’indipendenza). E non viene trascurato un possibile ruolo del vicepresidente, il cattolico J.D.Vance, a dispetto di dispute sulla teologia che lo stesso aveva cercato vanamente di intavolare addirittura con lo stesso Prevost. Vance una  “lezione di contesto” – cosa sia la Chiesa cattolica e con che guanti maneggiare la Santa Sede  – la ebbe da Francesco stesso, meno di 24 ore prima della morte repentina del Pontefice. Tenuto a lungo in anticamera con poche o nulle speranze, Vance fu alla fine ricevuto per tre minuti a favore di telecamera, visibilmente emozionato. Ne uscì con una benedizione, una cravatta, due rosari  e tre ovetti Kinder sorpresa ; “for your children”, gli disse il segretario di Bergoglio. La diplomazia degli ovetti qualche effetto potrebbe averlo fatto: il vice presidente non è trascurato fra i possibili canali fra i due mondi. Un lavoro lentissimo, ma non impossibile. Il passo lento della diplomazia e della Chiesa per accompagnare il “manifesto di Leone”.

Chiara GRAZIANI Lampedusa 5 Luglio 2026