I Tommasi Ferroni. Stravaganze e bizzarrie della pittura virtuosa (Ariccia, 27 Settembre – 30 Novembre)

di Francesco PETRUCCI

Pubblichiamo in anteprima,su gentile concessione dell’autore, questo saggio con cui Francesco Petrucci presenta la figura di Riccardo Tommasi Ferroni , esponente di una stirpe di artisti cui viene dedicata l’esposizione che, dal 27 Settembre al 30 Novembre, avrĂ  luogo al Palazzo Chigi di Ariccia dal titolo I TOMMASI FERRONI Stravaganze e bizzarrie della pittura virtuosa” in onore di una famiglia di eccellenti artisti non sempre considerati secondo la levatura e il valore che la loro arte meriterebbe. La mostra, a cura di Mariaimma Gozzi e Franceso Petrucci, intende proprio riportare alle giuste dimensioni e al rilievo che è loro dovuto personaggi e opere capaci ancor oggi di meravigliare per la loro singolaritĂ  e per l’accuratezza della realizzazione.

Estratto da: I TOMMASI FERRONI. Stravaganze e bizzarrie della pittura virtuosa, catalogo della mostra, a cura di M. Gozzi, F. Petrucci, De Luca Editori d’Arte

 Pensieri su Riccardo Tommasi Ferroni

Riccardo Tommasi Ferroni, Autoritratto (1993-95), olio su rame (verso di Apelle ritrae Pan). Roma, collezione Taverna

Riccardo Tommasi Ferroni (Pietrasanta, 1934 – Pieve di Camaiore, 2000), esponente di punta di una famiglia di artisti, è considerato dalla critica più avveduta l’antesignano del ritorno alla grande pittura, il paladino del recupero della tecnica sostanziata dal rigore del disegno costruttivo, sulla scia di Pietro Annigoni.

Si tratta a mio avviso del massimo pittore neofigurativo della seconda metà del XX secolo, in un linguaggio innovativo basato sulla sofisticata qualità esecutiva, l’originalità del modo di dipingere, l’eleganza formale, il controllo assoluto della composizione e la potenza espressiva, caricandosi di contenuti concettuali fortemente intrisi di contemporaneità che perseguono inusitate valenze escatologiche e significati spirituali nelle sue opere di carattere religioso.

La discontinuità che le avanguardie avevano creato ai primi del secolo scorso rispetto alla tradizione plurimillenaria dell’apprendimento presso le botteghe e poi nelle accademie, lo ha portato, in una ricerca ossessiva della forma, a sviluppare un linguaggio assolutamente individuale, immediatamente riconoscibile, che non ha precedenti o paralleli.

Soggetto tra gli anni ’60 e ’70 ad una sorta di ostracismo da parte della critica militante, all’epoca totalmente rivolta verso l’informale e la crescente degenerazione concettuale, ancor oggi dominante, è stato sostenuto da intellettuali non allineati come Mario Praz, Leonardo Sciascia, Antonello Trombadori, Fortunato Bellonzi, John Yau, Enzo Carli, Marco Valsecchi, ma anche da storici dell’arte indirizzati verso l’antico come Maurizio Marini (massimo specialista del Caravaggio, che dedicò nel 1984 una monografia a Tommasi Ferroni), Vittorio Sgarbi, che lo definì “quasi un martire, minacciato, come un nemico dell’arte, nella dittatura delle avanguardie” (1991, intervista Rai 1, RaiPlay), ma anche Claudio Strinati.

Molto stimato da papa Paolo VI che inaugurò una sua monumentale Crocifissione degli anni ’60 dai caratteri fortemente espressionistici, eseguì nel 1981 la straordinaria Cena in Emmaus, pala della seconda cappella a destra della Chiesa di Santa Maria in Montesanto in piazza del Popolo a Roma.

Riccardo Tommasi Ferroni, Cena in Emmaus (1982). Roma, Santa Maria in Montesanto
Riccardo Tommasi Ferroni, IncredulitĂ  di san Tommaso (1983). Collezione privata

Partecipò alla IV Biennale d’Arte Contemporanea di Parigi (1965), alla Quadriennale di Roma (1965, 1972, 1986) e alla Biennale di Venezia (1982). Nominato nel 1982 Accademico di San Luca, in una fama crescente dipinse nel 1986 il Drappellone per il Palio di Siena del 16 agosto.

Riccardo Tommasi Ferroni, Amore e il pastore (L’Aminta, “favola boscareccia” di Torquato Tasso, prologo), sanguigna e china. Collezione privata
Riccardo Tommasi Ferroni, Silvia e la dama uccisa in caccia (L’Aminta, “favola boscareccia” di Torquato Tasso, Atto I, Scena I), china. Collezione privata

Numerose le sue opere di soggetto sacro e profano, letterario e mitologico, confluite in collezioni private in Italia e all’estero, spesso di dimensioni monumentali, secondo una sua ispirazione ai grandi formati da quadreria storica, finalizzata a far rivivere la grande pittura del passato.

Riccardo Tommasi Ferroni, La corte, il magazzino delle ciancie (L’Aminta, “favola boscareccia” di Torquato Tasso, Atto I, Scena II), sanguigna, carboncino e china. Collezione privata
Riccardo Tommasi Ferroni, Elpino che siede tra le Muse (L’Aminta, “favola boscareccia” di Torquato Tasso, Atto I, Scena II), sanguigna, carboncino e china. Collezione privata

Eccellente disegnatore, un suo foglio fu persino attribuito a Leonardo da Vinci da un noto critico, destando grande scalpore dopo la sconfessione da parte dell’artista stesso che lo vide esposto in mostra.

In occasione delle celebrazioni per il “IV Centenario della morte di san Filippo Neri”, realizzò un grande pannello di tecnica mista raffigurante una Visione di san Filippo Neri, firmato ed eseguito a Pieve di Camaiore tra giugno e luglio 1995, donato dalla famiglia alla Congregazione dell’Oratorio di Roma (Santa Maria in Vallicella).

La Biblioteca Apostolica Vaticana gli commissionò nel 2000 la sua ultima fatica: la Carta Monumentale di Roma per il Giubileo pubblicando con la Stamperia Vaticana le relative incisioni. Una sua Deposizione è stata esposta nel 2016 nella capitale per il Giubileo della Misericordia indetto da papa Francesco, assieme a tele di Ennio Calabria, del figlio Giovanni e di altri artisti contemporanei (Sette artisti per sette chiese, a cura di Paola Di Giammaria).

La sua forma espressiva, fatta di complessitĂ  compositiva, estenuata eleganza, esaltazione della bellezza – soprattutto femminile -, ha come tema principe il Tempo, un Kronos filosofico magno-greco, in una visione diacronica, ove passato, presente e futuro convivono in simultanea.

In molti suoi dipinti emerge il senso del tempo che trascorre, la metamorfosi delle cose e delle persone, la giovinezza e la vecchiaia, il vigore e la decadenza, con un sottofondo tragico di ineluttabilitĂ  del destino che affonda le sue radici nel pensiero escatologico greco, in quella classicitĂ  che attraverso la sua pittura vorrebbe far rivere.

Riccardo Tommasi Ferroni, Aminta libera Silvia dall’albero (L’Aminta, “favola boscareccia” di Torquato Tasso, Atto III, Scena I), sanguigna, carboncino e china. Collezione privata
Riccardo Tommasi Ferroni, La disperazione di Silvia su Aminta esanime (L’Aminta, “favola boscareccia” di Torquato Tasso, Atto V), sanguigna, carboncino e china. Collezione privata

L’armonia viene perseguita attraverso una materia levigata, una superfice fuligginosa con effetti serici che uniforma e amalgama il colore e le forme, attenuando le tonalità più brillanti, con i rossi che virano al rosato, gli azzurri al grigio, i gialli e i verdi sbiaditi, le tonalità aranciate scolorite, in una tensione al monocromo.

Vestimenti contemporanei convivono con quelli di un passato fuori dal tempo, assieme a scomodi letti, materassi ritorti e sofà che assomigliano a gonfiabili, rivelando un talento di designer.  Maniacale l’attenzione agli oggetti inanimati, nature morte sapientemente distribuite negli interni, che hanno lo spazio di grandi atelier di pittura e scultura, ove qualcuno dipinge o si lascia ritrarre, altri assistono senza interferire.

Riccardo Tommasi Ferroni, Silvia che si specchia nel lago (L’Aminta, “favola boscareccia” di Torquato Tasso, Atto II, Scena II), sanguigna, carboncino e china. Collezione privata

Le espressioni dei personaggi inseriti nelle sue composizioni, tra ritratti, ritratti idealizzati o pure invenzioni, data una certa uniformitĂ  dei lineamenti, sono enigmatiche, stralunate, apparentemente interlocutorie, ma ognuna isolata in un suo mondo interiore, inaccessibile. Non comunicano tra loro e nemmeno con il riguardante.

In fondo la sua, come tutte le vere espressioni artistiche, è arte concettuale, onirica e visionaria, vicina sotto certi aspetti al cinema felliniano, come scrisse con felice concetto Léone de La Grandville (Nouvelles Litteraires, Paris, 12 maggio 1977).

Sono esposti in mostra capolavori come l’Astolfo del 1974 e la Leocadia del 1980, gli splendidi disegni commissionati da Stefano De Luca per l’illustrazione dell’Aminta di Torquato Tasso (vedi sopra) poi riprodotti in incisioni in folio in un volume numerato (1968), un prezioso e inedito rame raffigurante Apelle che ritrae Pan (1995 ca.) nel cui verso è impresso un vivissimo e incompiuto autoritratto dell’artista disposto trasversalmente come una fugace e transitoria istantanea bloccata dal tempo (Roma, collezione Taverna).

2. Riccardo Tommasi Ferroni, Astolfo (1974). Roma, collezione privata
3. Riccardo Tommasi Ferroni, Leocadia (1980). Collezione privata
6. Riccardo Tommasi Ferroni, Apelle ritrae Pan (1993-95), olio su rame. Roma, collezione Taverna

La mostra di Ariccia vuole essere quindi un omaggio a un grande maestro del contemporaneo, un artista colto e sofisticato, la cui lezione rivive e ha una continuità con quella del padre Leone e del fratello Marcello, talentuosi scultori di Pietrasanta, dei figli Elena e Giovanni, anch’essi qui celebrati in pittura, come una bottega cosmatesca nell’età del declino ideologico, del disorientamento e della globalizzazione.

Francesco PETRUCCI  Roma 21 Settembre 2025