di Alberto CADOPPI
Un ritratto di Carlotta Aglae d’Orleans, col marito Francesco d’Este e una figlia
Erronea l’attribuzione al pittore francese Nicolas De Largillière. Fu dipinto dalla principessa di Modena, pittrice dilettante
Carlotta Aglae d’Orléans: cenni biografici
Carlotta Aglae d’Orléans, figlia del duca Filippo d’Orléans (reggente di Francia dalla morte del re Sole nel 1715) e di Maria Francesca di Borbone, nacque a Parigi il 22 ottobre 1700 (fig. 1).

Come le altre “figlie del reggente”, ebbe una vita avventurosa e scandalosa [1]. Di lei aveva scritto impietosamente sua nonna, la principessa palatina:
“E’ bruna, ha degli occhi assai belli, ma il suo naso è brutto e troppo grosso. A mio parere non è bella; ci sono però dei giorni in cui non è brutta, perché ha un bel colorito e una bella pelle; quando ride, un lungo dente superiore fa un brutto effetto; la sua corporatura è bassa e brutta, la testa è incassata nelle spalle; e ciò che, a mio giudizio, è peggio di tutto è la cattiva grazia che dimostra in tutto quello che fa; cammina come una vecchia di ottant’anni“[2].
E sulle doti interiori della nipote la nonna rincarava la dose: “Ho visto, in effetti, donne scriteriate, ma nessuna eguaglia questa“[3].
Carlotta in effetti cominciò presto a combinare guai nella sua Parigi: si innamorò del duca di Richelieu, un “dongiovanni” incallito, e si rese protagonista di episodi quasi boccacceschi che non giovarono certo alla sua nomea. Fu poi data in sposa a Francesco Maria (fig. 2), figlio primogenito di Rinaldo d’Este duca di Modena, e la cerimonia fu celebrata alle Tuileries il 12 febbraio 1720. La sposa non era certo entusiasta del matrimonio combinato, e ci mise circa un mese per prepararsi a partire per l’Italia. Il viaggio durò quasi tre mesi, e Carlotta giunse a S. Ilario d’Enza (vicino a Reggio Emilia) in giugno, incontrando finalmente il marito, il duca, e il resto della corte.


La giovane principessa francese ebbe grossi problemi nell’adeguarsi alla vita di una corte noiosa e bigotta come quella modenese, e (mentre non si innamorò del marito) litigò ben presto col suocero, il severo duca Rinaldo, ex cardinale (fig. 3). Cercò dunque ogni mezzo per riuscire a tornare in Francia, e per fare annullare il matrimonio. Non vi riuscì, e la rottura con l’anziano e arcigno duca – i cui ferrei costumi erano agli antipodi rispetto a quelli molto disinibiti della nuora – arrivò a tal punto che Rinaldo mandò in esilio da Modena sia Francesco (reo di non saper controllare le bizze della moglie) che Carlotta. I due si trasferirono dunque a Reggio Emilia, seconda città del ducato estense, già sul finire del 1721.
Francesco e Carlotta vissero a Reggio, pur con vari periodi trascorsi altrove, per quasi quindici anni, e diedero una forte scossa alla monotonia della città. In loro onore si organizzavano continuamente feste nei palazzi; commedie ed altre rappresentazioni nei teatri (alcuni dei quali appositamente costruiti), e a cui a volte i principi partecipavano come attori; mascherate nel corso della Ghiara in occasione del carnevale; e altri festeggiamenti e l’opera in maggio, nel periodo della fiera della Ghiara. I due sposi risiedevano in Cittadella, ma si dotarono di due stupende residenze di villeggiatura a pochi chilometri dalla città, verso le colline.
A Carlotta il duca procurò Rivaltella, che la principessa restaurò, giocando a fare l’architetto (fig. 4);

e Francesco ottenne dall’anziano cugino Foresto il palazzo di Rivalta, che ampliò e ristrutturò fino a ricavarne una piccola Versailles, anche per i bellissimi giardini da cui era contornata (fig. 5).

Si può segnalare in proposito che pochi mesi fa è stato inaugurato il restauro del parco e di una parte del palazzo di Rivalta, che purtroppo aveva perduto l’ala centrale, la più nobile, fra fine Settecento e inizio Ottocento, in epoca napoleonica (ma su questo palazzo e sul suo restauro mi riservo di tornare in un futuro articolo).
Nel 1735, finalmente, Carlotta riuscì a tornare nella sua adorata Parigi. Nel 1737, per la morte del padre Rinaldo, Francesco divenne duca di Modena. Carlotta si trattenne a Parigi fino al 1739, quando tornò da duchessa a Modena. Ivi restò fino al 1742, quando rientrò a nella sua città natale. Solo nel 1759 visitò nuovamente Modena, per tornare ben presto a Parigi, dove morì nel gennaio 1761.
Carlotta aveva dunque vissuto a Reggio gran parte della sua giovinezza da sposata, ed era rimasta sicuramente legata più a Reggio che a Modena. E infatti, col suo testamento, decise di lasciare il suo cuore al monastero di Val-de-Grace a Parigi, e le sue viscere alla chiesa del monastero delle Scalze di Reggio.
Carlotta pittrice
Carlotta, come molti principi e sovrani dell’epoca, e seguendo soprattutto le orme del padre Filippo d’Orléans – grande collezionista d’arte ma anche buon pittore ed incisore[4] – si dilettava a dipingere. Un suo quadro – una Fontana di Candione, copia dal Boulanger (fig. 6) – fu pubblicato anni fa da Massimo Pirondini[5], anche se oggi se ne sono perse le tracce.

In proposito, e a conferma della passione della principessa per l’hobby della pittura, si può riferire che Francesco – che si trovava nel suo palazzo di Rivalta – in un’occasione, l’11 settembre 1728, fu costretto ad accorrere nel non lontano palazzo di Rivaltella, dove soggiornava abitualmente la sua sposa, perché Carlotta era caduta da una sedia mentre dipingeva, facendosi male[6].
Un dipinto venduto ad un’asta nel 2012 e attribuito a Nicolas de Largillière
Il 28 gennaio 2012 è stato battuto ad un’asta della galleria d’arte Harlowe-Powell di Charlottesville, Virginia (USA)[7] un dipinto descritto nel modo seguente: “Nicolas de Largillière (1656-1746), ‘Madame la Duchesse de Modène’, oil on canvas” (fig. 7). Il quadro, incorniciato, misurava 15” (cm. 38,1) x 20” (cm. 50,8), ed era stimato dai 30000 ai 40000 dollari. Risulterebbe da un sito internet che il lotto specifico (n. 1391) non è stato venduto[8].

Dalla foto pubblicata nel sito, che mostra anche la cornice, si vede che il nome dell’artista è scritto in una placchetta nella parte inferiore della cornice[9].
Il dipinto ritrae Carlotta, con accanto una bambina – evidentemente una figlia – e più a destra si vede raffigurato un ritratto di Francesco (il marito di Carlotta), che con lo sguardo sembra sorvegliare la sua sposa. In alto a sinistra, nel dipinto, si vede chiaramente la scritta: “PEINT. PAR. S.A.S. MADAME. LA. DUCHESSE. DE. MODENE. A REGIO. EN. 1733.” (fig. 8).

Come si è visto, la casa d’aste attribuiva l’opera al pennello di Nicolas de Largillière, pittore francese con educazione artistica fiamminga e inglese, famoso per i suoi ritratti, anche di membri dell’aristocrazia francese e della famiglia reale. Nel 1686, ad esempio, il de Largillière aveva ritratto proprio il padre di Carlotta, Filippo d’Orléans, ancora bambino.
Sulle motivazioni dell’attribuzione, nella descrizione fornita dalla casa d’asta a catalogo non si diceva gran che. L’unico spunto riguardava il periodo in cui il quadro fu realizzato. Si rileva nella scheda che Carlotta sarebbe andata in Francia nel 1733, e che il quadro fu dipinto (come da scritta citata) proprio in quell’anno. Se ne deduce che verosimilmente il de Largillère avrebbe dipinto l’opera durante quel soggiorno in Francia di Carlotta. In più, naturalmente, vi era la placchetta sulla cornice di cui si è detto.
In realtà, l’attribuzione al de Largillère (che si trova anche qua e là in varie pagine di internet[10]) non convince, ed anzi pare certo che l’autrice del dipinto sia proprio la stessa principessa Carlotta Aglae d’Orléans.
L’attribuzione del dipinto a Carlotta
Molti argomenti convergono verso questa direzione. In primo luogo, vi è il dato testuale dell’antica scritta in grande evidenza nel quadro: “peint par S.A.S. Madame la Duchesse de Modène a Regio en 1733”. La traduzione in italiano è molto semplice: “dipinto da Sua Altezza Serenissima la Duchessa di Modena a Reggio nel 1733”.
Può essere che chi ha preso in considerazione questa iscrizione (magari negli Stati Uniti) non abbia compreso esattamente il suo significato. Intanto, si può ipotizzare che abbia interpretato il “par” (= da, ad opera di) come “pour”. Se vi fosse stato scritto “pour”, si poteva pensare che il pittore avesse dipinto il quadro “per”, ovvero in omaggio a Carlotta. D’altra parte, chi ha valutato il quadro (magari tempo fa) probabilmente non era a conoscenza delle doti di pittrice di Carlotta, ed è stato di conseguenza indotto a forzare l’interpretazione dell’iscrizione, non immaginando neppure lontanamente che la principessa potesse essere l’autrice di una tale ingegnosa “invenzione” e di una tale non mediocre stesura pittorica.
Altra possibile fonte di confusione, il riferimento al luogo in cui venne realizzato il quadro, ovvero “a Regio”. Chi non conosce bene la storia di Carlotta o i nomi delle città in cui essa ha vissuto, potrebbe faticare a riconoscere in quella indicazione l’allusione – chiarissima per i reggiani o per chi conosce quella storia e quei luoghi – a quella che allora si chiamava (utilizzando il nome per esteso) Reggio di Lombardia, e che oggi si chiama Reggio Emilia. Un tempo, di norma, la si denominava più semplicemente “Reggio”; e anche oggi i suoi abitanti e chi abita nelle città vicine la chiamano in quel modo. La presenza di una sola “G” nella parola “REGIO”, d’altronde, non può insospettire più di tanto. A quel tempo, le doppie non venivano sempre osservate neppure dagli italiani, e non è raro trovare mappe dell’epoca che chiamano la città “Regio”. Ed è ancor oggi normale, che le doppie vengano poco osservate (sia nella pronuncia che nella scrittura) dagli stranieri (francesi, inglesi, ecc.).

Lo stesso Montesquieu, nelle sue memorie di viaggio, scriveva, proprio in quegli anni, “Regio” e non Reggio[11], e così si trova la stessa dizione in mappe francesi coeve. Particolarmente interessante è una mappa di Pierre Mortier, datata Amsterdam 1704, che reca la scritta “Regio ou Reggio dans la Lombardie” (fig. 9).
Sul luogo in cui fu dipinto il quadro si deve fare un’ulteriore precisazione. Nella scheda dell’asta in cui fu venduto il dipinto nel 2012 si legge che Carlotta era andata in Francia proprio del 1733, e questo avrebbe potuto spiegare il fatto che la principessa fosse stata ritratta dal pittore francese Nicolas de Largillière, che in quegli anni operava a Parigi e che non risulta avesse mai messo piede in Italia[12].
Sul punto, vanno rilevate due cose. In primo luogo, che Carlotta rimase a Reggio per quasi tutto il 1733, e solo il 27 dicembre di quell’anno[13] – in vista delle invasioni degli eserciti spagnoli e gallo-sardi (per la guerra di successione polacca) – partì per Genova, per poi dirigersi verso la Francia: dunque vi arrivò a inizio 1734. In secondo luogo, va precisato che comunque Carlotta, in quell’occasione, non raggiunse mai Parigi (dove andò solo il marito per qualche tempo), ma fu costretta a fermarsi a Lione, nonostante il suo grande desiderio di tornare nella sua città natale: dalla corte reale francese, infatti, non le fu dato il permesso – per vari motivi che non è il caso di approfondire in questa sede – di andare a Parigi[14]. Dunque, il de Largillière non avrebbe potuto dipingere il quadro nel 1733, sia perché solo nel 1734 Carlotta raggiunse la Francia, sia perché comunque ella non arrivò mai a Parigi, dove il famoso artista operava.
Men che meno avrebbe potuto essere raffigurata in quel dipinto, se fosse stato eseguito in Francia, una figlia di Carlotta e Francesco, dal momento che i bambini non seguirono la coppia nella loro fuga all’estero, ma furono prelevati dal nonno, il duca Rinaldo, che li portò con sé prima a Modena, e poi (dal luglio 1734) a Bologna, dove successivamente il duca si rifugiò con la corte[15].
Ma, a parte tutte queste considerazioni, il dipinto non appare neppure lontanamente attribuibile al pennello del de Largillière, e basta un rapido confronto con alcuni dei suoi innumerevoli ritratti per accorgersene. La stessa qualità è di gran lunga inferiore a quella, davvero rimarchevole, dei ritratti del pittore francese (fig. 10).

Infine, l’attribuzione alla stessa Carlotta è corroborata anche da un rilevante dettaglio del dipinto. Come si vede, nella scena raffigurata la figlia della principessa offre alla madre una tavolozza da pittura. E’ evidente l’allusione al fatto che l’autrice del quadro è proprio Carlotta, e la figlia, consegnandole i colori, ne sottolinea il ruolo di pittrice.
Un’analisi del quadro
Esclusa definitivamente l’attribuzione al de Largillière, e appurata la paternità del dipinto a Carlotta, restano da chiarire alcuni punti.
Il primo riguarda la stessa iscrizione di cui abbiamo già detto, che recita (tradotta in italiano): “dipinto da Sua Altezza Serenissima la Duchessa di Modena a Reggio nel 1733”. Ebbene, si deve ritenere che la scritta sia stata aggiunta qualche anno più tardi, dopo il 1737, quando Carlotta, dopo la morte del duca Rinaldo, divenne “duchessa di Modena”. Nel 1733, infatti, Carlotta era ancora “principessa”, e non duchessa.
Altro punto, l’individuazione della figlia, che senza dubbio è Maria Teresa Felicita[16]. Francesco e Carlotta ebbero infatti vari figli. Considerando solo le femmine, la prima figlia fu proprio Maria Teresa Felicita, che nacque a Reggio il 6 ottobre 1726[17]. La seconda figlia fu Matilde, e nacque nel febbraio del 1729 a Genova (città in cui i due sposi si intrattennero per quasi un anno, dalla fine di settembre 1728 alla fine di agosto 1729)[18]. E’ chiaro che la bambina raffigurata nel dipinto non può avere solo quattro anni, ed è invece assai verosimile che possa avere circa sette anni, proprio l’età che aveva Maria Teresa Felicita nel 1733. Si noti anche la somiglianza con una raffigurazione della principessa ormai adulta (fig. 11). Maria Teresa Felicita non visse a lungo. Nel 1744, grazie all’intermediazione della madre (in quel tempo a Parigi), sposò il duca di Penthièvre, Luigi Giovanni Maria di Borbone. Morì di parto nel 1754, neppure ventottenne.

Ancora, è interessante il ritratto del principe Francesco Maria d’Este inserito dentro al dipinto, e appoggiato su di un cavalletto. Non sussistono dubbi sulla identificazione della persona ritratta col marito di Carlotta, dal momento che le sembianze del principe estense sono inconfondibili, e combaciano con molti dei suoi ritratti noti (fig. 12).

Piuttosto, la presenza di quel ritratto nel nostro dipinto potrebbe indicare che esso esisteva anche autonomamente dal quadro qui studiato, e tutto lascerebbe intuire che doveva essere anch’esso opera della principessa. In tal caso, se in un futuro lo si reperisse, lo si potrebbe con buona approssimazione attribuire alla mano di Carlotta pittrice.
Un’ultima osservazione sulle sembianze della stessa Carlotta. Si deve ritenere che la principessa, allora trentatreenne, avrebbe cercato di raffigurarsi nel modo più aderente alla realtà, ma comunque, sicuramente, non più brutta di come in effetti appariva. E in effetti, se si torna alle parole della nonna della principessa citate in apertura di questo scritto, si trovano nel ritratto molti dei caratteri (belli e brutti) descritti dalla principessa palatina: la pelle scura ma bella, il bel colorito, i begli occhi scuri, il naso un po’ grosso e non certo perfetto, e il collo un po’ corto. Non si vede invece, naturalmente, il lungo dente superiore, perché nel dipinto Carlotta non ride. Si noti anche (pur non sottolineato dalla nonna) il labbro inferiore piuttosto sporgente.
Ora, considerando questo ritratto e le parole della nonna, si deve forse tornare su alcuni ritratti che vengono attribuiti a Carlotta (come soggetto ritratto). Ad esempio, si può probabilmente considerare attendibile il riferimento a Carlotta per il ritratto di Gobert conservato al Museo d’Arte di San Paolo del Brasile (fig. 13), tenendo conto della giovane età di Carlotta e dell’evidente “abbellimento” della principessa da parte del pittore:


alcuni dei difetti tipici della principessa si riscontrano comunque pur molto edulcorati, e ancora in fieri, in quel ritratto. Inoltre, se prima del ritrovamento del nostro quadro si poteva dubitare sull’identificazione di Carlotta nella dama ritratta da anonimo pittore in un ovale conservato nel Palazzo Vescovile di Reggio Emilia (fig. 14), ora tale identificazione appare più plausibile, vista la somiglianza tra i due volti raffigurati nei due diversi ritratti.
Certo, in quello conservato a Reggio la principessa appare meno bella rispetto a come risulta nel ritratto qui studiato, ma vi sono comunque caratteri comuni (il naso un po’ grosso, il collo non certo lungo, il labbro inferiore sporgente, il colorito piuttosto scuro, e gli occhi anch’essi scuri).
Si deve invece dubitare sempre più dell’identificazione di Carlotta nel dipinto conservato presso il Museo Civico d’Arte di Modena che la raffigura come Diana (fig. 15). Ebbene, in questo caso non troviamo quasi nessuno dei caratteri degli altri dipinti: il collo è molto lungo, la pelle è chiara e il colorito roseo, gli occhi, se non azzurri, sono comunque piuttosto chiari, il naso è affilato e regolare, e il labbro inferiore non sporge. In sostanza non ravvisiamo alcuna somiglianza fra la dama raffigurata e Carlotta.

Se si trattasse di lei, dunque, il pittore avrebbe davvero trasfigurato la sua modella.
Le virtù di Carlotta
Un’ultima osservazione. A seguito dell’attribuzione del ritratto del 1733 alla mano di Carlotta, si conferma l’idea che la principessa, poi duchessa di Modena, non fosse affatto una pittrice mediocre, come già peraltro si poteva intuire dall’unica sua opera finora nota, ovvero La Fontana di Candione, copia da Boulanger, di cui purtroppo oggi conosciamo solo una vecchia fotografia in bianco e nero.
Una Carlotta, dunque, che non aveva solo vizi – come sulla base di certe narrazioni si potrebbe essere indotti a pensare – ma anche qualche virtù. Del resto, possiamo citare a conferma di ciò la testimonianza di un illustre viaggiatore inglese, lo scrittore Horace Walpole, che nel maggio 1741 visitò Reggio in occasione della importante fiera che si teneva ogni anno nella città cadetta del ducato. Walpole ebbe modo di passare del tempo con la duchessa, e la descrisse come “estremamente cortese […] ed estremamente piacevole”. Aveva passato i quarant’anni, ma l’ospite inglese la descriveva come “ancora bella, ma grassa”. Per contro, il marito di Carlotta, ovvero il duca di Modena, veniva descritto come “noioso”, e “noiose” venivano definite anche le sue sorelle, così come l’intera corte[19]. Si comprende dunque perché, appena poté, la vivace duchessa di Modena se ne torno a Parigi.
Alberto CADOPPI (Università degli Studi di Parma) Reggio Emilia 2 Novembre 2025
NOTE
