di Chiara GRAZIANI
He better watch his ass. “Farebbe bene a guardarsi il culo”.
Così parlò Donald Trump che, ordinato il rapimento del presidente di uno stato sovrano e preso il controllo del Venezuela, ha minacciato pubblicamente, e sconciamente, un altro capo di Stato. Il colombiano Gustavo Petro, che aveva chiesto la convocazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per un intervento contro l’aggressione militare a Caracas, potrebbe essere il prossimo nel mirino. Quindi, avverte Trump, Petro lasci perdere il diritto internazionale, qualunque cosa sia, e pensi a “coprirsi il culo”.

Ci si perdoni il linguaggio ma parte non secondaria della notizia – clamorosa, pericolosa e foriera di altre notizie simili, dall’Iran alla Groenlandia – è l’uso delle parole dell’uomo più potente, e a questo punto, più pericoloso del mondo.
Chi scrive ha una certa dimestichezza, per essere stata cronista di nera, con la mentalità e gli atteggiamenti dei camorristi. Il mestiere di cronista, tra le altre cose, ti insegna che l’atteggiamento di chi delinque è essenziale, limitato e rozzo, sia che si tratti di boss o piccoli prepotenti di vicolo. Basa gran parte della sua efficacia sul potere di ammonimento, sia che si tratti di grandi capi o di scartine: l’ammonimento è lo strumento principe del prevaricatore – piccolo o grande – perché scatena la corrività dell’intimidito.
Non c’è dubbio alcuno che l’invito a “coprirsi il culo” (chiediamo noi scusa della parola per chi non sa farlo da sé) non sia un ammonimento al solo Petro. Ognuno, ad ogni livello, è avvertito. Come i camorristi Trump non si riferisce solo a chi nomina e, per meglio intimidire, è volontariamente volgare e sboccato: fa parte della rodata sceneggiata in cui ‘o pazzo potrebbe colpire chiunque o limitarsi solo a chi nomina. L’ammonimento non detto è al farsi da parte e lasciargli fare quel che vuole. Per non essere il prossimo.
La domanda è: siamo disposti a fare della massima “everybody watch his/her ass” il cardine del nuovo diritto internazionale? E se no a chi o cosa guardare per trovare un punto di riferimento o, per dirla trumpianamente un qualcuno che “ce” lo guardi?
A scorrere le reazioni internazionali – non ultima quella della presidente del Consiglio Meloni che deve aver trovato nella Costituzione, sulla quale ha giurato, una postilla ignota all’articolo 11 che ripudia la guerra – ne troviamo uno solo. O comunque uno solo in grado di esercitare il soft power sulle coscienze mondiali che può ribaltare la narrazione prepotente dell’aspirante premio Nobel per la pace 2026, Donald J.Trump. Ed è l’”altro” statunitense, il successore di Pietro arrivato da Chicago dopo essersi formato da missionario in Perù: Robert Francis Prevost, papa Leone.

Fin dai primi giorni, in quasi otto mesi di pontificato, papa Prevost, sulle grandi crisi internazionali – a cominciare da Gaza e dall’Ucraina – ha alzato la voce in favore della legalità internazionale e del valore imprescindibile del diritto umanitario come via alla pace di quella che chiama “l’intera fratellanza umana”. Quel che è particolare è che la voce di Leone – solo apparentemente un mite, ci pare – non è riducibile a quella di capo della cristianità cattolica – un miliardo e mezzo di persone: più di una volta il Papa si è espresso anche da capo di Stato, membro della comunità internazionale, levando una testimonianza “laica”, e quindi valida per tutti, sul valore imprescindibile delle regole nate dalla tragedia delle tante guerre del ‘900 e sull’urgenza di proteggere le istituzioni che devono rendere possibile attuarle: le Nazioni Unite, con la corte internazionale di giustizia, e la corte penale internazionale fra le altre.
A proposito dello sterminio dei palestinesi, vittime di pratiche genocidiarie che li privano del diritto alla sopravvivenza come popolo e come individui, ha più volte ricordato a tutti le regole vincolanti: vietato deportare popolazioni, vietato punire collettivamente un popolo, obbligo di consentire l’accesso di aiuti ai civili, tra le tante ignorate. In pratica ha ricordato che le potenze occupanti hanno il dovere di proteggere la popolazione.

Il richiamo di Leone ai vincoli della legalità internazionale è, in ogni caso, costante e si accompagna al suo magistero per i fedeli cattolici ai quali, tra l’altro, non fa che ricordare che Cristo scelse di “lottare disarmato” nella Storia, una storia in quel momento abitata da altri imperi globali ed altre forze occupanti della sua natia Palestina. Ma, ripetiamo, non parla solo da leader religioso. Non minaccia, o ricorda, il giudizio di Dio che, diceva Giovanni Paolo II, alla fine arriverebbe per tutti (e si rivolgeva ai mafiosi di cui sopra). Sembra dire: il giudizio di Dio arriverà certo, ma se non volete preoccuparvene tenete conto che potrebbe forse arrivare quello degli uomini.
All’Angelus di domenica 4 gennaio Leone è tornato a parlare da avvocato del diritto internazionale:
“Il bene dell’amato popolo venezuelano – ha detto ai fedeli in piazza San Pietro – deve prevalere sopra ogni altra considerazione e indurre a superare la violenza e intraprendere cammini di giustizia e di pace, garantendo la sovranità del Paese, assicurando lo stato di diritto inscritto nella Costituzione, rispettando i diritti umani e civili di ognuno e di tutti e lavorando per costruire insieme un futuro sereno di collaborazione, di stabilità e di concordia, con speciale attenzione ai più poveri che soffrono a causa della difficile situazione economica”.
Parole pesate una ad una per offrire soluzioni più che minacciare punizioni. Frasi, però, pesanti: “assicurare lo stato di diritto” “rispetto dei diritti umani e civili” e della “sovranità”: oltre alla difficilissima situazione economica del Venezuela alla quale rispondere intraprendendo cammini “di giustizia e di pace”, ossia il contrario della pioggia di bombe del 3 gennaio.
Un linguaggio di pace, anche nella scelta dei termini, che è l’opposto speculare alla prima pietra del nuovo diritto internazionale fondato sulla minaccia, prima pietra messa da Donald Trump con quella frasetta sconcia, apparentemente solo oscena in bocca ad un potente. Leone, ci si perdoni, non ha accolto l’ammonimento che arriva dall’amministrazione del suo Paese natale. Non si è fatto indietro, pur non avendo divisioni ma solo il braccio di una secolare diplomazia e un’influenza morale globale e trasversale. In tempi in cui sembra essere stato acceso il cerino che può incendiare tutto il pagliaio, in cui c’è un nuovo sceriffo in città, sembra che tocchi ad un altro “born in the Usa” assumersi la difesa del diritto. Guardando le spalle a tutti.
Chiara GRAZIANI Roma 4 Gennai0 2026
