“Hanno ucciso Baudelaire (strani fiori)”, l’uomo nel disagio e nell’oppressione “respirer, comme une fleur flétrie…”

di Marco FIORAMANTI

Roma, Teatrosophia

HANNO UCCISO BAUDELAIRE (strani fiori)

di Marco Buzzi Maresca.

Interpretato e diretto da Gianni De Feo.

Fino al 15 marzo

Attore, cantante e regista teatrale, formatosi non a caso tra Roma e Parigi, Gianni De Feo in questa pièce interpreta carnalmente, in modo viscerale il disagio, la solitudine, l’angoscia dell’uomo contemporaneo allo sbando. Rannicchiato su sé stesso, avvoltolato in coperte lacere, accanto a un letto disfatto, riesce a trasmetterti i brividi di freddo nelle ossa, la disperazione che ti toglie il fiato, la noia lenta e strabordante che porta all’abulia.

È la confessione di un uomo solo che racconta, due secoli dopo, il baudelairiano disagio del vivere. Non siamo stavolta in rue Hautefeuille all’angolo con Boulevard Saint Germain, dove il Poeta ebbe i natali. Qui non c’è la Senna, qui si vive l’essenza stessa del respiro, qui l’abisso fa da specchio – di nome e di fatto – al vagabondo errante lungo il fiume di Roma “sordida periferia d’acqua separata da un muraglione dalla città”, dove s’inverte il senso e lo scopo stesso della vita, una vita andata male di chi, dopo agi e pregi, si ritrova demolito nel fisico e folle nella testa, ma sempre fedele nel distacco dal corso ordinario delle cose.

Camminavo da tempo nel gelo, camminavo le vie della notte, camminavo nella mia notte tra radi pallidi fanali romani, magra parodia di una ville lumière che qui da noi è solo greve violenza, dimenticanza….

Qui è vivo solo l’umido friccicare della pioggia sotto le ruote che sfrecciano ignare al tuo passaggio, il dolore dell’incidente, le costole rotte, l’emorragia che forse lo inonda da dentro, la fuga dall’ospedale. E poi c’è lei, Jasmine – come Jeanne Duval, meticcia compagna di viaggio – alter ego in un inferno di collera e rancori.

Oh, Jasmine! La mia luna nera, la sola per cui la mia carne serba memoria e si rimpiange. Il mio dolce abisso moderno, quel fiore del lungotevere. La facevo ridere, e ridevo in lei l’anima mia. Ritornavo bambino! Jasmine e la sua roulotte. Un’apparizione.

Clochard-nell’animo si nasce, non si diventa. L’inadeguatezza alla vita fin dal primo vagito, è già la resa e lo specchio muto non sa darti alcuna risposta. Ed è subito irrequietezza dell’esistere, solo sguardi lontani, e la vita è quella che ti inventi. Ti resta l’elogio all’ebbrezza, l’odore della rosa, visioni nate da un bicchiere di vino dopo l’altro … La maledizione di essere consapevoli del proprio valore e rifuggire da qualunque divagazione routiniana del quotidiano. Poesia, la più alta delle arti, unico baluardo alla tragedia tormentata del tempo ciclico.

L’azione drammaturgica scritta da Marco Buzzi Maresca, portata in scena da De Feo, è poesia vera, è viaggio visionario di chi ha le ali grandi e non può che volare alto nel cielo. Qui ritrovo con affetto un vago afflato bukovskiano che mi fa eco nei ricordi erotici fatti di odori, umori, nel linguaggio immediato dei sapori, mi riporta indietro, all’essere coinvolto all’improvviso dal sesso e dall’amore, e poi dalla musica struggente e dai versi del Poeta.

et respirer, comme une fleur flétrie,  / Le doux relent mon amour défunt.

Lo capisco. Non è stato difficile morire. In pigiama. Nel freddo.

Marco FIORAMANTI  Roma 14 Marzo 2026