di Claudio LISTANTI
Un notevole successo ha salutato l’esecuzione di Stiffelio il capolavoro di Giuseppe Verdi scelto dal Teatro Municipale di Piacenza per l’apertura della Stagione Lirica 2025-2026. Un allestimento di gran classe grazie ad una importante compagnia di canto composta dal tenore Gregory Kunde che debuttava nel ruolo principale, dal soprano Lidia Fridman debuttante come Lina e dal baritono Vladimir Stoyanov con una più che apprezzabile messa in scena di Pier Luigi Pizzi.

Quando si parla di Stiffelio si parla di un’opera del tutto particolare nell’ambito del cospicuo catalogo verdiano in quanto, pur non essendo tra le più conosciute del musicista bussetano, è senza dubbio emblematica per la sua arte e per la sua poetica musicale.
Rappresentata per la prima volta a Trieste il 16 novembre 1850 giunse in un momento cruciale per l’attività operistica di Verdi. Ormai la cosiddetta ‘prima maniera’ stava per esaurirsi e il musicista, ancora giovane con i suoi 37 anni, era alla ricerca di ispirazioni e strade nuove da percorrere. Uno dei punti focali dell’attività di Verdi era quello della ricerca di una diversa forma di espressione che conducesse ad una più avanzata idea di teatro e di rappresentazione dei sentimenti umani.
Un processo che era già iniziato nel 1847 con Macbeth che, seppur legato a schemi del primo ottocento, già proponeva nuove idee circa l’espressione musicale e la relativa teatralità. Nel 1849 creò Luisa Miller ispirata ad uno di suoi autori preferiti Friedrich Schiller e a Kabale und Liebe con il quale iniziò a rompere gli schemi in atto con un’opera di ambientazione borghese lontana quindi dal mondo nobile e aristocratico comunemente rappresentato nelle opere di quel periodo. Alla Luisa Miller seguì il periodo della tentata trasposizione di Re Lear di Shakespeare mai andata in porto e già apparivano all’orizzonte Rigoletto e Trovatore. Ma nel 1850 si accordò con Ricordi per la produzione di una nuova opera da rappresentarsi in uno dei principali teatro italiani ma “salvo il Teatro alla Scala”. Per la scelta del soggetto accettò una proposta di Francesco Maria Piave, librettista tra i suoi preferiti, che pose all’attenzione di Verdi una commedia francese, del 1848, Le Pasteur, ou L’Évangile et le Foyer di Émile Souvestre ed Eugène Bourgeois, lavoro teatrale che, curiosamente, era molto più popolare in Italia che in Francia. Questo grazie alla traduzione di Gaetano Vestri che permise a questa commedia di essere rappresentata in molte ed importanti città italiane.
In essa è raccontata la storia di un pastore protestante alle prese con l’infedeltà coniugale che il protagonista supera con il perdono suggerito dalle sacre scritture che il suo mandato sacerdotale gli permette di scegliere incondizionatamente. Un soggetto rivoluzionario non solo per l’ambientazione nella società di tutti i giorni ma anche per la rappresentazione, nell’Italia strettamente cattolica, del mondo protestante, del matrimonio concesso ai sacerdoti nella quale è anche citato il ‘divorzio’ come risoluzione del vincolo matrimoniale. Tale situazione non poteva non incontrare difficoltà di censura che costrinsero Verdi e rivedere alcuni punti dell’opera, stravolgendone anche l’unitarietà.

Ma Verdi considerava questo soggetto particolarmente adatto al suo modo di vedere in quegli anni il teatro d’opera e si adattò ai cambiamenti pur di poterlo rappresentare. L’anno successivo, nel 1851, lo trasformò in Guglielmo Wellingrode con il ruolo del protagonista che si sposta dal pastore protestante a quello di un ministro tedesco. Tutti questi cambiamenti ed aggiustamenti nocquero alla stessa opera, soprattutto alla sua teatralità e all’espressione dei contenuti di base. Ma Verdi era persona caparbia e, nel 1856 ne presentò un rifacimento per l’inaugurazione del nuovo teatro di Rimini, il cui libretto fu approntato sempre dal Piave, intitolato Aroldo. Qui l’azione è spostata al medioevo del 1200 ed ha come protagonista un crociato, un’azione che in definitiva ne snatura l’originalità di Stiffelio.
Stiffelio ebbe un esito contrastato soprattutto per il fatto di vedere in scena costumi contemporanei che alcuni giudicarono ‘ridicoli’, soluzione che già tre anni dopo saranno ripresi con Traviata a certificare questo modo di vedere il teatro di Verdi. Alcuni critici ne individuarono già allora le qualità dello stile musicale evidenziando quei cambiamenti che chiudevano con il passato e potevano far pensare ad un futuro diverso soprattutto per l’abbandono dei cosiddetti ‘pezzi chiusi’ a vantaggio di un canto più fluido ed espressivo.
All’epoca quando si approntava un rifacimento scompariva l’edizione precedente in quanto gli editori puntavano tutti sul nuovo. Avvenne così anche per Stiffelio/Aroldo e quando quest’ultima, uscì dal repertorio, di Stiffelio si persero le tracce; furono perfino fusi i piombi utilizzati per la pubblicazione dell’originale. Verdi però rimase sempre legato a questa sua creatura nonostante alcune sue dichiarazioni degli ultimi anni di vita che lasciano immaginare un completo disinteresse per Stiffelio. Comunque ne approntò una copia della partitura che conservò nei suoi archivi privati a Sant’Agata.
Solo a ‘900 inoltrato, grazie alle testimonianze dell’epoca che consideravano quest’opera senz’altro valida, rinacque l’interesse per Stiffelio assieme al desiderio di porlo in scena. Mancava però la partitura autografa ed un ripristino nella sua integralità risultava impossibile. Nel 1968 una esecuzione a Parma riportò l’interesse su Stiffelio che per l’occasione fu eseguita in ‘prima moderna’. Questo grazie ad una ricostruzione musicale di Rubino Profeta, musicista autore di numerose ‘revisioni’ di opere del 7-800. Profeta approntò un lavoro che risaliva a Stiffelio partendo dal definitivo Aroldo e prendendo in considerazione gli spartiti d’epoca stampati per uso privato e due partiture rinvenute presso il Conservatorio di Napoli prodotte da copisti, una dello Stiffelio e una del Guglielmo Wellingrode.

La ricostruzione fu giudicata poco filologica ma riuscì a dare una certa idea di quello che fu Stiffelio e della sua importanza nell’ambito della produzione verdiana e della Storia dell’Opera.
Nel 1992 la storia di Stiffelio giunse ad un vero e proprio punto di svolta. Gli studiosi ritrovarono negli archivi di Sant’Agata le sezioni mancanti della partitura autografa assieme a dodici fascicoli di schizzi di Verdi e frammenti scartati di ‘partitura scheletro’ di Stiffelio e quattro schizzi per Aroldo. Tutto ciò consentì di integrare la parti di Stiffelio contenute nella partitura autografa di Aroldo e consentire a Kathleen Kuzmick Hansell di predisporre, dopo un ulteriore e contiguo lavoro investigativo, l’edizione critica pubblicata nel 2003 che è alla base delle odierne rappresentazioni di Stiffelio e dell’edizione ascoltata qui a Piacenza.
Su tutte queste basi l’ascolto di Stiffelio ci da oggi la possibilità di apprezzare lo stile e le novità che nel 1850 l’opera portava con se. Innanzi tutto appare con chiarezza la volontà di Verdi di giungere ad una entità musicale e teatrale intensa ed ampliamente inerente allo sviluppo drammatico dell’opera. A prima vista può sembrare povera dal punto di vista melodico ma appare con maggiore evidenza la volontà del musicista di porre la lente di ingrandimento sul nocciolo del dramma, della passione di Stiffelio e della sua delusione dall’essere ‘tradito’ dalla consorte, un travaglio interiore che lo guida a maturare la decisione di ‘perdonare’ questo comportamento della moglie Lina che si materializza dopo la lettura della parabola di Cristo e l’adultera tratta dal Vangelo di Giovanni, punto di forza del pensiero religioso di cui Stiffelio è sacerdote, ruolo che con questa decisione onora con determinazione e convinzione.
Il personaggio Stiffelio ha una vocalità che può sembrare ‘rude’ quasi priva di arie in senso classico con una sola ‘cabaletta’ per altro molto incisiva ma una vocalità rivolta interamente all’espressione di tutto il travaglio interiore che sconvolge il personaggio, un ‘declamato melodico’ di grande effetto che sarà una delle cifre più importanti del Verdi maturo che qui, con Stiffelio, anticipa in maniera determinante quella che 37 anni dopo, nel 1887, sarà la grande prova di Otello del quale Stiffelio, per età e caratteristiche personali, ne è il più chiaro prototipo.
Questa condizione si riverbera anche nel resto dell’opera soprattutto negli altri due personaggi principali, Lina con la sua indole di semplicità e giovinezza (anche lei ci fa pensare a Desdemona) e Stankar uomo dagli spiccati caratteri paterni che qualche tempo dopo si espliciteranno in personaggi come Rigoletto e Giorgio Germont. Tutto è focalizzato sui tre personaggi principali, testimonianza della volontà di Verdi di porre in evidenza il cuore del dramma, mentre il resto è tutto abbozzato come ad esempio il personaggio di Raffaello, l’amante di Lina, praticamente di secondo piano, quasi ininfluente nonostante facente parte del motore dell’azione.

La realizzazione musicale e scenica
Per quanto riguarda la parte musicale un altro importante elemento di questa rappresentazione piacentina era il debutto di Gregory Kunde nella parte di Stiffelio. Questo personaggio giunge nel repertorio del tenore statunitense nella sua piena maturità quasi a certificare l’evoluzione di una carriera basata sull’equilibrio delle scelte dei personaggi da interpretare che ha portato Kunde ad essere oggi punto di riferimento per la voce di tenore. Per quest’ultimo personaggio, dalla linea vocale piuttosto ampia che frequenta il registro acuto come quello medio e grave, Kunde mette a disposizione la sua tecnica sopraffina ed aggiunge un altro tassello alla sua preziosa carriera, dimostrando di superare con disinvoltura ed efficacia drammatica e teatrale tutte le difficoltà insite in questo ruolo. Quello che stupisce del suo modo di cantare è la facilità delle emissioni, caratterizzate dall’assenza di qualsiasi forzatura elementi che rendono la sua prova del tutto apprezzabile lasciando una impronta indelebile nello strepitoso finale dell’opera. Un debutto è sempre un esame anche se si è famosi come Kunde e l’esame di oggi è stato superato pienamente. Per il tenore ovazioni e successo personale di notevoli dimensioni.

Altra cantante attesa alla prova era il soprano Lidia Fridman anch’essa debuttante nel ruolo di Lina. La giovane cantante russa è una delle più in vista di oggi ed in possesso di un repertorio molto vasto ed orientato verso l’800 musicale in particolare nei ruoli verdiani. Qui a Piacenza ha dimostrato di essere in una felice forma vocale che le ha consentito di darci una Lina sicura nelle emissioni e nell’interpretazione di un personaggio senza dubbio fragile e sconvolta dagli eventi. Molto apprezzata nella grande scena del secondo atto, con l’aria Ah, dagli scanni eterei e la successiva cabaletta Perder dunque voi volete forse la parte dell’opera più orientata da Verdi verso gli stilemi di metà ottocento che la Fridman ha interpretato con autorevolezza ed intensità. Grande successo personale anche per lei. Il baritono Vladimir Stoyanov, anch’esso applaudito a lungo al termine della recita, ci ha dato uno Stankar del tutto credibile per il ruolo a lui affidato mostrando una voce baritonale spesso affascinante e coinvolgente in linea con la nobiltà vocale che, come di consueto, permea i ruoli baritonali verdiani.

Valido anche il resto della compagnia a partire dal tenore Carlo Raffaelli nel ruolo di Raffaele, certo secondario come detto prima ma per il quale ha messo a disposizione una voce ben educata meritevole di parti più impegnative. Poi Jorg di Adriano Gramigni, Federico di Frengel di Paolo Nevi, la Dorotea di Carlotta Vichi e il Fritz di Giacomo Decol tutti in linea con il pregio dell’esecuzione.
Di rilievo la prestazione del Coro del Teatro Municipale di Piacenza diretto da Corrado Casati ed efficace la direzione d’orchestra di Leonardo Sini che alla guida dell’Orchestra dell’Emilia-Romagna Arturo Toscanini ha offerto una prova che ha avuto il pregio di mettere bene in risalto tutti i momenti più significativi dell’opera tra i quali lo splendido finale.
Concludiamo con la parte visiva affidata alla maestria e all’esperienza di Pier Luigi Pizzi che per questo nuovo allestimento ha curato regia, scene e costumi. Ha confermato ancora una volta di essere uno dei registi d’opera più importanti nell’ambito del teatro lirico, fortunatamente ben lontano da tutte quelle intemperanze che funestano, oggi, il mondo della lirica offrendoci realizzazioni il più delle volte irrispettose della volontà degli autori ed incomprensibili per chi va a teatro senza possedere almeno due lauree in Filosofia. Noi frequentiamo i teatri d’opera da poco meno di sessanta anni e sempre abbiamo apprezzato le sue messe in scena. Così è avvenuto anche in questo caso.

Pizzi ha concepito un ambiente austero, piuttosto scuro e, forse, giustamente opprimente, rispettando epoca e contenuto del libretto come l’impronta che Verdi (giudicato il più grande uomo di teatro italiano dell’800) volle dare al suo Stiffelio, vale a dire incentrare sul nocciolo dell’azione (tradimento-perdono) con una scena coinvolgente ed elegante all’interno della quale i personaggi agivano con movimenti efficaci e circostanziati creati per l’intelligibilità della trama e del contenuto dell’opera. A tutto ciò hanno contribuito Massimo Gasparon regista collaboratore e disegno luci, Serena Rocco assistente alle scene, Lorena Marin assistente ai costumi e Matteo Letizi per il montaggio video.
Anche per Pier Luigi Pizzi un vistoso successo personale tributato dal pubblico convenuto numeroso in teatro per la serata inaugurale del 19 dicembre testimonianza di stima per il regista e per gli interpreti tutti e soprattutto di piena approvazione per quanto visto ed ascoltato.
Lo spettacolo è stato realizzato dal Teatro Municipale di Piacenza in coproduzione con il Teatro Comunale Pavarotti-Freni di Modena ed il Teatro Municipale Valli di Reggio Emilia e sarà rappresentato nelle altre due città emiliane nel prossimo mese di gennaio.
Inoltre sarà disponibile sul portale https://operastreaming.com/ a partire da domenica 21 dicembre alle ore 15,30.
Claudio LISTANTI Roma 21 Dicembre 2025
