di Claudia RENZI
Alfonso Troisi,
Goya, Géricault e la scienza del male,
Giovanni Fioriti editore, Roma, 2026 € 30,00

Difficile, se non impossibile, distinguere la vita dalle opere di un artista: nel film Il giovane favoloso a Leopardi è fatta dire questa frase
“Le mie opinioni non hanno niente a che vedere con le mie sofferenze personali. Fatemi la grazia di non attribuire al mio stato ciò che si deve solo al mio intelletto. E se proprio vi appassiona, dedicatevi a demolire i miei ragionamenti piuttosto che accusare le mie malattie”.
Chi crede si possa scindere l’uomo dall’artista sbaglia di grosso: sono la stessa cosa perché in chi nasce con un talento (o più talenti, se è proprio benedetto) la vita influenzerà l’arte e viceversa.
Nel caso di Leopardi, ad esempio, è noto come la sua condizione fisica abbia influito, assieme alla ricchezza della sua famiglia, sulla sua formazione, sul suo dedicarsi allo scandagliare tutti i volumi della fornita biblioteca avita e insistere per quella strada: non si osa immaginare, di contro, come sarebbero andate le cose se fosse nato in una famiglia modesta, se avesse dovuto tirare a campare anziché poter – sembra quasi una sorta di compensazione – stare “al riparo” tra i libri, che sono diventati maestri e amici.
Tutta la sua opera è il risultato dell’influenza che le sue personali esperienze hanno avuto su di lui, in primis il sentirsi respinto per le condizioni fisiche che tutti conosciamo. Se invece fosse stato quello che si definisce, forse con altrettanta superficialità, un “bel ragazzo”, è probabile che oggi non sapremmo un bel niente di un tale Giacomo Taldegardo Francesco Salesio Saverio Pietro Leopardi da Recanati. In modo analogo, pensando alla pittura, la vita ha senza dubbi influenzato l’arte di Frida Calo, e via dicendo.
Che Roberto Longhi, circa Caravaggio, abbia scritto “E non che la vita più disordinata incida sul grado della sua pittura” può essere inserito senza troppi problemi nelle “sviste” – per non dire cantonate (non disegnava, era maledetto, disprezzava e ignorava i predecessori, ecc.) – in cui è incappato il critico, che pure ha il merito di avere rispolverato Caravaggio: aveva conoscenza Longhi di cosa significhi essere artista? Era nato artista Longhi? No.
E artisti si nasce, con tutto quello che questo comporta: si avrà già una certa visione delle cose sin dalla primissima infanzia; una certa vocazione influenzerà non soltanto il carattere dell’artista e in buona parte le scelte che compirà da adulto, ma influenzerà anche gli altri nell’approcciarsi all’artista: es., Tizio è pittore? Gli si regaleranno colori, gli si chiederà un ritratto, non ci si stupirà di vederlo vestire in un certo modo, né ci si farà più caso se avrà le mani sporche di colore, o le unghie corte se tratta la creta (perché le unghie lunghe o finte sono piuttosto scomode per un coroplasta o scultore, perciò le terrà probabilmente corte anche se donna: ecco che l’Arte influenza anche un aspetto minore della quotidianità), ecc.
Dunque se l’artista è depresso, sta male, sta bene, è stato miracolato, ecc., se ne troverà sicuramente eco nella sua opera.
Alfonso Troisi, Professore Associato di Psichiatria nel Dipartimento di Medicina dei Sistemi dell’Università di Roma Tor Vergata, a dieci anni di distanza da La mente dipinta. La scienza del comportamento nascosta nei capolavori della pittura, torna a pubblicare per i tipi di Giovanni Fioriti editore in Roma un altro studio che tenta di indagare la natura umana attraverso le opere di alcuni dei suoi più particolari, e meno incasellabili, esponenti: gli artisti, appunto, ben consapevole che opera e artista sono inscindibili.
In Goya, Géricault e la scienza del male (vedi Fig. 1) l’autore esplora in particolare le radici biologiche del male in tutte le sue sfumature, e i due maestri, con alcune loro celebri opere quali Saturno che divora i suoi figli (1821-23, Madrid, Museo del Prado – Fig. 2) o la Zattera della Medusa (1819, Parigi, Museo del Louvre – Fig. 3) fanno da cartina di tornasole per orientarsi in questo viaggio.


Opere le loro che sono principalmente il risultato e l’espressione – ogni volta unici, come unico è ogni artista – delle vicende personali combinate con il carattere dell’individuo, come sottolinea nell’introduzione lo stesso Trosi, qui nel caso dei due maestri Francisco José de Goya y Lucientes e Jean-Loius André Théodore Géricault:
“Per anni ho studiato le loro biografie e i loro percorsi artistici per capire cosa li abbia spinti a inoltrarsi nei territori del male. Sono giunto alla conclusione che in loro si è realizzata la combinazione di due elementi, uno comune e l’altro raro, che li hanno ispirati nella pittura del male. Il primo è l’esperienza personale del male subito e sofferto; e questo succede a molti. Il secondo è la sensibilità per il male altrui, per il male come fenomeno che va compreso per essere contrastato; e questo succede a pochi. Di solito, l’esperienza del male rende più egoisti, spinge alla chiusura verso i problemi degli altri, focalizza la mente sulle proprie disgrazie. Invece, grazie alla loro intelligenza emotiva non comune, Goya e Géricault sfruttarono la loro sofferenza personale come catalizzatore per un’accurata analisi del male nelle sue molteplici espressioni. Sono loro che mi guideranno nell’intraprendere l’analisi scientifica del male”.
Perché proprio il concetto di male?
“La risposta a questo interrogativo non può essere univoca perché, a mio parere, le ragioni che spinsero Goya e Géricault a dipingere il male sono più di una: l’evoluzione dei movimenti artistici, l’influenza del contesto sociale e l’esperienza personale del male. La mia convinzione è che l’ultima ragione sia stata quella più importante e che quello che loro hanno donato alla storia della pittura affondi le sue radici nel dolore che hanno patito. Mentre lo stile del tempo e il contesto sociale interagiscono influenzando i pittori di ogni epoca, l’esperienza vissuta è elemento esclusivo solo per alcuni di loro e questo certamente vale per Goya e Géricault” (p. 17).
L’Arte ha una natura taumaturgica, salvifica, anche nelle peggiori situazioni; l’artista ha la fortuna di essere in grado di trascendere la realtà e trasformarla in un ideale superiore:
“La pittura del male di Goya e Géricault è strettamente legata all’impatto della malattia sulla loro creatività artistica, per il primo una malattia di natura fisica, per l’altro di natura mentale, esistenziale. In entrambi i casi, la malattia cambia la pittura perché cambia l’uomo, il pittore” (p. 22).
Goya e Géricault hanno affrontato, ognuno a modo proprio, il male e lo hanno sublimato nell’Arte.
©Claudia RENZI, Roma, 19 Luglio 2026
