di Chiara GRAZIANI
Il testimone principale dell’inganno fu l’ultimo a salire sul treno per Auschwitz. Kurt Gerron, ebreo, attore, fu ucciso nelle camere a gas il giorno stesso del suo arrivo nel campo di sterminio (1).
Era stato uno dei cabarettisti ed attori più popolari di Weimar, aveva accettato di girare un film di propaganda per le Ss nel quale il lager di Terezin passava per un luogo di villeggiatura, fra partite di calcio, biblioteche, concerti e cura della persona. Titolo “Il Fuhrer dona una città agli ebrei” (ne sopravvivono frammenti visibili a questo link all’enciclopedia dell’Olocausto https://perspectives.ushmm.org/item/theresienstadt-a-documentary-film-1944 ).

Gerron sapeva la verità. Le Ss, finito il lavoro, misero sui treni della morte tutte le comparse e, alla fine, anche lui, il regista al quale era stata promessa salva la vita per un film di menzogne destinato all’opinione pubblica mondiale per occultare il più grande genocidio della storia.
La pellicola non arrivò alle sale, la guerra era ormai già persa. Ma la lezione era chiara. Chi vuole uccidere i popoli, uccide la verità. Una lezione data ma non appresa.
Non si può non pensare al film di Gerron, infatti, se ci si imbatte in rete nei video diffusi da Israele in più lingue e che raccontano Gaza – in macerie, alla fame, senz’acqua e sotto le bombe da due anni – come un luogo di villeggiatura, dove i panificatori fanno ruotare in aria la pasta delle focacce al modo dei pizzaioli napoletani e gli acquirenti tastano la frutta al mercato azzannando pita ripiena. Una Gaza immaginaria, tanto quanto era immaginario il lager di Terezin con le deportate ebree con il filo di perle che chiacchierano cucendo borsette.
Il film delle Ss non riuscì a raggiungere opinioni pubbliche europee e statunitensi per le quali era pensato. Ai tempi della odierna terza guerra mondiale a pezzi, invece, Israele è ben piantato ai crocevia del web ed i video della Gaza donata ai palestinesi da Netanyahu, (per parafrasare il titolo del film del ‘44), sono corsi ovunque.

Negando l’evidenza del genocidio, capovolgendo l’orrore e lo schifo della mattanza di civili assassinati mentre cercano il pane, degli ospedali rasi al suolo, dei bambini scheletrici, delle macerie che gridano i nomi dei sepolti ignoti e non contati, il doppio e più – almeno – di quei 63mila identificati in ospedali che stanno smettendo di funzionare (e di contare). Preceduti dai mortiferi droni che non dormono mai, i blindati avanzano a Gaza City, dove si mangia l’erba se la si trova; la città deve essere distrutta e svuotata, i palazzinari globali già vedono l’affare miliardario della ricostruzione dopo l’eliminazione dei palestinesi e vanno serenamente e pubblicamente ad illustrarlo alla Casa Bianca. Eppure c’è una realtà parallela e allucinata sul web, nella quale la parola d’ordine è negare, negare, negare. Soprattutto l’evidenza. A Gaza si mangia, si beve, si addenta una pita condita: talmente incredibile che qualcuno ci crede.
Solo la Chiesa, che è anche Stato fra gli Stati e membro della comunità amministrata dal diritto internazionale, rifiuta radicalmente la narrazione delle bugie e quella, più insidiosa, delle mezze verità e delle condanne senza conseguenze nelle azioni di governo. Il patriarca di Gerusalemme dei Latini, Pierbattista Pizzaballa ha infatti avvertito i pianificatori di un ricco futuro organizzato alle spese della sopravvivenza dei palestinesi: “A Gaza non si farà alcuna riviera”. Ed anche la Chiesa greco-ortodossa, con il patriarca Teofilo III, ribadisce l’impegno, assunto con i cattolici di Terra Santa, a non abbandonare Gaza e la sua gente, di qualunque religione.


Mai nella storia lo scontro fra verità ed il suo contrario è venuto così allo scoperto.
Mai è stato chiaro quanto la verità sia essenziale alla giustizia e condizione necessaria alla pace. Mai, aggiungiamo, la strage dei testimoni è stata così sistematica, accurata e tecnologica, con l’intelligenza artificiale adoperata per braccare e colpire.
Parliamo di duecentoquarantacinque giornalisti assassinati nella Striscia dall’8 ottobre 2023. Individuati uno ad uno, con le rispettive famiglie spesso sterminate assieme a loro in bombardamenti notturni delle case e delle tende che abitavano. Ogni volta è stato spiegato dai portavoce dell’Idf, l’esercito israeliano, che di terroristi si trattava. Moltissimi di loro erano anche i corrispondenti della stampa internazionale, alla quale è stato sempre negato l’accesso (tranne una breve visita embedded agli albori della guerra). Con le loro telecamere fisse dagli scheletri dei palazzi e le loro corrispondenze quei giornalisti raccontavano in diretta la verità di Gaza, quella reale e martirizzata, non quella donata da Netanyahu con la benedizione del presidente Usa Trump che giudica il premier israeliano “un brav’uomo ed un eroe”. Non è un caso, crediamo, che l’ultimo massacro di giornalisti, e di operatori sanitari, sia coinciso con l’ingresso autorizzato nella Striscia di dieci influencers, statunitensi e israeliani.
Anche in quest’ultimo caso la strage di reporter è apparsa pianificata, adoperando la rodata tecnica del terrorismo stragista: si colpisce una prima volta poi, quando sul posto arrivano medici e giornalisti, si bombarda una seconda. Non a caso una pratica – criminale – proibita dal diritto internazionale. Sono morti sotto gli occhi del mondo. Stavano lavorando, raccogliendo notizie, testimoniando la realtà a costo della vita. Il mestiere di giornalista, nella sua massima espressione, questo è: non consentire che la realtà sia capovolta dalla narrazione del più forte, a costo di perdere tutto (e questo non solo nei teatri di guerra, ma anche seguendo fatti minori o quotidiani). Quasi a rimpiazzarli, nelle stesse ore Israele scortava nella Striscia le 10 star del web convocate dal ministero per la Diaspora con un mandato.
Se il giornalista ha il dovere di raccontare la realtà e non le narrazioni, per converso il mestiere dell’influencer è diffondere una narrazione rendendola attraente. Non c’è sponsor che, pagando, non possa assumere un influencer consegnandogli una narrazione à la carte. Nati come fenomeno spontaneo – ascoltati e imitati perché interessanti, attraenti nel bene e nel male – sono diventati gli specialisti del messaggio semplificato ed il loro è un mercato con quotazioni precise date dal numero di followers. Con una platea potenzialmente infinita, si dedicano ad attrarre i simili fra di loro, per diventare il riferimento di gruppi specifici pilotabili sui consumi e sulla visione della vita (dove in genere la seconda aiuta a diventare zelanti consumatori). Non un ruolo da demonizzare, anche la Chiesa si sta attrezzando alla formazione di cittadini digitali, a loro agio nel Nuovo Mondo, che siano anche influencer della Buona Novella. Di certo, però, un ruolo da riconoscere per quello che al momento, nella stragrande maggioranza dei casi è: fornitori di servizi di propaganda e/o pubblicità, professionisti sul mercato delle narrazioni. Dal pandoro alla guerra, non c’è una deontologia che impedisca all’influencer di servire chi voglia, al meglio delle sue capacità: trasparenza, veridicità e accuratezza del messaggio non fanno parte, in genere, di questi accordi fra committente e fornitore del servizio.
Xaviaer DuRousseau, afroamericano, repubblicano, classe 1997, un milione di follower, si è aggirato nei punti di distribuzione della Gaza Humanitarian Foundation – famigerati perché l’esercito israeliano spara ad altezza d’uomo sugli affamati che si accalcano ai cancelli dell’organizzazione privata statunitense – parlando a vanvera di “Hamas che si mangia tutti i noodles ed infatti prende i farmaci contro l’obesità” e giurando che a Gaza, lui, non vede che “cibo ed opportunità”.
Difficile non prendere atto che il tour degli influencers è un altro atto, come il massacro dei giornalisti, di un processo di assassinio della verità tramite il capovolgimento della realtà. Difficile non considerare che negare la verità, tramite la distorsione dell’evidenza, è fondamentale alla legittimazione della guerra e dell’omicidio. Difficile non affermare che dalla verità passano la pace e, potenzialmente in futuro, la pacificazione fra due nazioni che o vivranno insieme in un unico Stato sotto un’unica legge uguale per tutti, o saranno condannate alla guerra perpetua e noi con loro. Chi uccide la verità può uccidere i popoli. La storia ce l’ha già insegnato. Come dovrebbe averci dimostrato il suo contrario. Chiunque renda testimonianza alla verità, restando attaccato alla realtà e testimoniandola senza accettare premi, porta il suo mattone alla casa della pace. Il bistrattato mestiere di giornalista, mai come ora, si rivela imprescindibile per garantire la salute delle comunità e la possibilità che la politica non abbia alibi davanti alla realtà. Lasciate lavorare i giornalisti, lasciateli vivere, fateli entrare a Gaza; solo così le due nazioni potranno avere un futuro in comune in una sola terra: l’unico che sia rimasto loro. Uomini insieme agli uomini, uguali davanti alla legge degli uomini. E giustizia per tutti.
Chiara GRAZIANI Roma 31 Agosto 2025
*In copertina: “Giornalisti uccisi in palestina” (ph Il Corriere della Sera)
NOTA
