di Marco FIORAMANTI
Dora von Steiger
Incontri disegnati (Gezeichnete Begegnungen)
Edizioni Studio Tesi 1990; pp 280 – € 23,00
VISI D’ARTE, VISI D’AUTORE
Gran parte dei personaggi che ho incontrato viaggiando in lungo e in largo – e di cui amo raccontare la storia – hanno caratteristiche comuni, sono spontaneamente capaci di svelare nuovi mondi attraverso particolari ispirazioni personali, sono in grado di imporsi oltre il senso comune e soprattutto sanno vibrare di luce propria.
Ho conosciuto Dora von Steiger (Berna 1915 – Padova 2004) attraverso un’amica comune durante una tappa a Padova, dove siamo stati suoi graditi ospiti. Era l’estate del ’90 ed erano da poco finiti i mondiali di calcio vinti dalla Germania Ovest. Donna di grande fascino e carisma, sempre sorridente, Dora era una pittrice paesaggistica con un’estrema sensibilità al ritratto rapido a matita o a penna. Viveva nell’ala di una grande villa nell’interland padovano fin dai primi anni Settanta. Parlava molte lingue e naturalmente anche un ottimo italiano.

Vissuta a Parigi negli anni Cinquanta e a Berlino ovest lungo tutti i Sessanta, ha potuto incontrare e conoscere centinaia di personaggi della cultura, tra cinema, pittura, politica e musica. Cosa questa, naturalmente, che poteva capitare a tutti, ma solo lei riusciva a mettersi non solo nelle condizioni di realizzare uno schizzo veloce all’artista, attore o politico di turno – straordinariamente corrispondente al vero – ma persino poi a farselo autografare!
Traccia visibile di questo suo talentuoso (e raffinato) modo di approcciare particolari personalità della cultura prende forma in un corposo volume bilingue dal titolo: Incontri disegnati (Gezeichnete Begegnungen), per Edizioni Studio Tesi. In copertina troviamo un suo Autoritratto del 1989. La quasi totalità degli schizzi sono corredati da un breve commento dell’autrice che contestualizza la situazione in cui si è svolto ogni evento. Lascio ora che siano questi singolari portraits a parlare di lei.

Ingeborg Bachmann:
Negli anni Sessanta il professor Höllerer organizzò una serie di presentazioni d’autore nel Salone dei Congressi di Berlino. Ingeborg Bachmann legge le sue opere. Schiva, sommessa, siede davanti a noi. Lo si vede che non le riesce facile rivelare a tanti sconosciuti i suoi pensieri più privati. Quel che commuove di queste presentazioni è la freschezza della lingua perché viene dall’intimo e non serve solo come mezzo di recitazione. (Berlino ovest, anni Sessanta)
John Cage:

Nel Hebbeltheater a Berlino si sono radunati in gran numero i patiti d’arte. Ascolteranno e vedranno per la prima volta il compositore americano John Cage. Questi si presenta in smoking e si stende sotto il piano a coda dopo avervi picchiato sopra con qualcosa di duro. Si ficca in bocca un fischietto rosso ed emette un suono stridulo. Poi si alza, si porta ai bordi del palcoscenico e fischia un’altra volta energicamente verso il pubblico… Nella seconda fila si alza un berlinese e urla furibondo e offeso: “Io ho speso otto marchi per questo posto! Non mi si può trattare così!”. E abbandona la sala. (Berlino ovest, anni Sessanta)


Jean Cocteau.
Lo scovo un mattino a teatro che osserva tutto intento la prova della sua ultima pièce. Un qualcosa di religioso, vi figura un cardinale o un vescovo. Cocteau sta ascoltando uno scampanio su nastro che deve far da sfondo all’azione sulla scena. Quando poi guarda il mio disegno esclama un po’titubante: “Ma ha fatto di me un Richard Wagner!”.
Come sarà arrivato a questa conclusione, mi chiedo? (Parigi 1951)
Scrive Klaus Fußmann nell’introduzione al libro:
“La formazione artistica di Dora von Steiger (o Halef, come si firma per un certo tempo) ha indubbiamente matrice parigina. Là ha vissuto la nascita dell’esistenzialismo francese, ha assistito alle prime rappresentazioni delle opere di Sartre e di Beckett e alla corsa vincente dell’informel. […] Nell’opera di Dora von Steiger l’uomo è al centro di tutto. A caccia di esseri umani, individui, la disegnatrice si arma e parte a caccia di visi. Armata di blocco da disegno, la matita in tasca, si avvia e sta in agguato nei caffè, nei metrò, nei parchi e nelle piazze. Poi disegna con una certa soddisfazione, tenendo alta la matita, e quando ha “catturato” il suo vis-à-vis, emette un grido come di trionfo. Questo d’altronde solo un pittore, anche lui ritrattista, lo può realmente capire, perché non è facile né scontato, oltre che rendere la somiglianza, riuscire anche a cogliere l’essenza delle persone. […]”.


Picasso siede con altri noti comunisti su un podio nella Salle Pleyel a Parigi. È la prima conferenza di pace. Insieme a un collega danese mi avvicino quatta quatta per disegnarlo. Picasso chiama un poliziotto in borghese e gli bisbiglia qualcosa all’orecchio. L’uomo viene verso di noi e ci rimanda, dal podio, giù in sala. Il collega ubbidisce, io no. Aspetto dietro una porta sul podio, finché la seduta non si scalda. Poi son di nuovo davanti a Picasso. Durante l’intervallo mi aggiro intorno alla mia “vittima” e porto a termine il disegno. Picasso s’incuriosisce. Gli porgo il disegno per l’autografo. “Madame – dice – se firmo qui in basso a destra, lei può vendere il disegno come un Picasso autentico. Quindi firmerò in alto a sinistra!”. E così fece… (Parigi 1949)

Sartre prova il suo nuovo lavoro, Le Diable et le bon Dieu, nel teatro della Porte d’Antoine. Ci vado di corsa. Sartre non è ancora arrivato. Apro una delle tante porte del corridoio e mi ritrovo sul palcoscenico… Un giovanotto mi si avvicina. “Chi sta cercando, Madame?”. Gli spiego la situazione. “Se desidera disegnare fino all’arrivo di Sartre, informo Louis Jouvet”. Jouvet interrompe per un attimo il suo lavoro di regia e mi sorride. Mi siedo su di uno scalino e mi sento in paradiso. Davanti a me: Brasseur, Casarès, Villars, Jouvet! Brasseur, nel ruolo di Götz, mostra le sue stimmate sanguinanti e io tremo dall’eccitazione. Riesco a disegnarli tutti e in azione. Poi qualcuno dice che Sartre è arrivato. In silenzio mi siedo accanto a lui al buio e disegno il suo profilo. Gli porgo il disegno per l’autografo. Lo guarda e lo passa a Simone de Bouvoir che fa un cenno d’assenso, dopo di che Sartre ci mette sotto il suo nome. Con gli schizzi farò un bel reportage per una rivista svizzera! (Parigi 1951)
Igor Stravinskij.

Nella Venezia autunnale, ma ancora afosa, cammino verso il Teatro La Fenice. Vi si svolgono le prove per la prima dell’opera di Stravinskij The Rake’s Progress. Dirige l’autore.
La prova sta per finire. Scendo negli inferi del teatro e scovo gli accessi allo spazio orchestrale. Un ometto sta mettendo a posto gli spartiti sui leggii. Mi chiede gentilmente chi o che cosa cerchi. Gli spiego il mio caso. Con un sorriso d’intesa mi dice che anche a lui piace molto disegnare. Mi indica una sedia. “Quella resta libera durante la prossima prova. Il fagottista non ha nulla da fare. Così lei può benissimo ritrarre il Maestro” mi dice. E dunque, più tardi, mi ritrovo seduta, nascosta dietro fogli di musica, zitta zitta in un mare di suoni, a osservare Stravinskij mentre dirige. Non mi vede tanto è concentrato sulla partitura. Non alza gli occhi nemmeno una volta. Posso disegnare lui e le sue grandi mani in tutta calma… (Venezia, anni Cinquanta)
Dopo questa esauriente carrellata di personaggi e situazioni – e di tanti altri raccontati anche a voce – Dora, prima di salutarci, mi chiede il permesso di poter fare un ritratto anche al sottoscritto, e sceglie come supporto la prima pagina libera del suo libro, che poi mi regala. Entro così anch’io – involontariamente – a far parte della portrait gallery dell’artista e di quel mondo creativo e geniale dell’Europa del secolo scorso.
Marco FIORAMANTI Roma 9 Agosto 2026
