Gli Archetipi e la memoria nascosta delle forme. Tra arte, natura e inconscio. Placido Scandurra ne parla ad About Art

di Lucrezia RUBINI

Il Maestro Placido Scandurra ha iniziato la sua attività artistica a Roma dagli inizi degli anni settanta, sviluppando progressivamente una ricerca basata fondamentalmente sull’ esoterismo, l’alchimia e la magia oltre che sulle pratiche dello Yoga, dentro un ambito teorico che richiama temi sviluppati in chiave psicanalitica da Carl G. Jung. E’ stato al centro di varie esposizioni spesso recensite anche su questa ricvista (Cfr https://www.aboutartonline.com/forme-apotropaiche-larte-secondo-placido-scandurra-lo-stile-e-un-modo-semplice-per-dire-cose-complicate/https://www.aboutartonline.com/il-lungo-percorso-artistico-di-placido-scandurra-nel-segno-della-ricerca-formale-e-della-sperimentazione/ ) ed è noto anche noto come incisore*.  

Intervista di Lucrezia Rubini a Placido Scandurra

In occasione dell’imminente mostra sugli Archetipi di Placido Scandurra, che si terrà presso la chiesa di san Vincenzo a Tivoli (RM) dal 29 agosto al 13 settembre, la curatrice Lucrezia Rubini ha approfondito la ricerca dell’Artista, mediante un’ampia e approfondita intervista che ne indaga il lungo e complesso percorso.

RubiniPlacido Scandurra, la tua ricerca artistica nasce dall’incontro tra una profonda conoscenza della tradizione figurativa e una costante tensione verso le dimensioni più remote dell’immaginario umano. Nonostante una lunga attività espositiva in Italia e all’estero, numerose mostre personali, pubblicazioni critiche e opere presenti in collezioni pubbliche e private, la tua pittura non ha ancora raggiunto una piena diffusione presso il grande pubblico italiano e internazionale. Una condizione forse legata alla natura stessa di tale ricerca: una pittura complessa e stratificata, che richiede tempo, attenzione e disponibilità a entrare in una dimensione simbolica dove le forme non rappresentano soltanto ciò che appare, ma ciò che permane nella memoria profonda dell’uomo.

Cerchiamo di indagarne i percorsi in questa intervista.

Tra i diversi cicli che compongono il tuo percorso artistico — dai ritratti alle nature morte, dai paesaggi alle Pastorali e alle Bagnanti, fino alle numerose incisioni — il ciclo degli Archetipi rappresenta certamente il nucleo più riconoscibile e originale della tua ricerca. Queste figure, chiamate anche Totem, Guardiani della soglia o Cavalieri inesistenti, costituiscono un universo visivo autonomo e difficilmente assimilabile ad altri percorsi contemporanei. Vorrei partire proprio da queste immagini: come sono nate e quale significato assumono all’interno della tua ricerca?

Fig. 1 Figura archetipica, 1977, pastello e tempera su carta rintelata, cm 100×70

Scandurra – Tutte queste creature o personaggi fantastici rappresentano idee o forme ancestrali, originarie, che, secondo la mia concezione, appartengono al cosiddetto inconscio collettivo o a una memoria universale, cosmica. Quando parlo di “memoria cosmica” non intendo una teoria dimostrabile scientificamente, ma una dimensione simbolica e spirituale nella quale immagino confluiscano le forme profonde dell’esperienza umana.

Quello che cerco è captare queste forme o immagini primordiali attraverso le mie “antenne” d’artista, portarle alla luce, renderle visibili, dare loro vita attraverso il colore. Attraverso un processo di introspezione, alla ricerca del Sé e delle origini, in uno stato quasi meditativo e contemplativo, cerco di entrare nelle profondità del mio inconscio, un po’ come Ungaretti, che portava alla luce i suoi versi approdando a un “porto sepolto”, sempre legato alla memoria ancestrale dell’inconscio collettivo.

 RubiniQuando hai realizzato il primo Archetipo? E continui ancora oggi a crearne?

Fig. 2 Totem vivente, 1979, pastello su carta rintelata, cm 100×70

ScandurraI miei primi Archetipi, o meglio, i miei primi Totem, risalgono all’incirca alla metà degli anni Settanta. Allora chiamavo queste figure archetipali Totem viventi, perché in quel periodo avevo iniziato a interessarmi profondamente alle religioni primitive, tribali e sciamaniche, nelle quali le forze della natura e della Madre Terra si condensavano nelle rappresentazioni totemiche.

Questo interesse nacque nel 1970, durante una missione archeologica in Siria organizzata dall’archeologo e orientalista italiano professor Paolo Matthiae, allora docente presso l’Università “La Sapienza” di Roma e scopritore del sito di Ebla. Vi partecipai come studente dell’Istituto Centrale del Restauro, in qualità di restauratore di oggetti archeologici. Durante gli scavi furono rinvenute numerose statuette fittili, cioè realizzate in argilla, raffiguranti divinità femminili della Grande Madre risalenti al terzo millennio a.C.

In quel periodo alcuni studiosi, tra cui la più nota era probabilmente Marija Gimbutas, avevano ipotizzato l’esistenza di antiche strutture sociali e cultuali legate al principio femminile e alla Grande Madre, diffuse in diverse aree del Mediterraneo. Anche nella mia terra, la Sicilia, sono state trovate tracce di questi culti antichi, ancora oggi percepibili, in qualche modo, nei culti popolari legati alla figura della Madonna.

Da questa esperienza nacquero le prime Pastorali, nelle quali immaginavo scene popolate da piccoli esseri umanoidi primitivi, nudi come li ha creati Madre Natura, molto simili alle statuette che avevo studiato in Siria, dove avevo realizzato numerosi disegni dei reperti archeologici. La differenza era che le mie creature erano animate: non semplici oggetti rituali, ma esseri rappresentati mentre gesticolavano e dialogavano tra loro.

Fig. 3 Pastorale, 1980, acquerello e tempera su carta, cm 31×46

Dall’elaborazione di queste figure arcaiche, attraverso una sorta di sequenza di variazioni sul tema, ho sviluppato progressivamente le figure totemiche: gli “spiritelli delle folle” sono diventati “grandi Spiriti”, cioè presenze protettive. Nelle culture primitive i Totem erano considerati guardiani dei villaggi, paragonabili ai bestiari collocati all’esterno delle chiese e delle cattedrali romaniche e gotiche, che avevano la funzione simbolica di allontanare gli spiriti maligni.

Per me era un modo per andare oltre la realtà visibile e oltre i dogmi delle grandi religioni ormai consolidate da secoli. Cercavo di afferrare qualcosa che fluttua nella dimensione della memoria cosmica, così come l’ho precedentemente descritta. Per dare forma a queste immagini che affioravano dalla mia memoria visiva profonda, dove si sedimentano esperienze, immagini e forme ancestrali, iniziai ad assemblare elementi della natura, forme del mondo animale, vegetale e minerale, un po’ come un Arcimboldo contemporaneo.

Fig. 4 Guardiano della soglia, anni ‘80, olio su tela, cm 116×48

Non si trattava però della consueta rappresentazione mitologica nella quale viene innestato, per esempio, un busto umano con il corpo di un cavallo o la testa di un animale su un corpo umano: il mio procedimento nasceva da una trasformazione organica delle forme stesse della natura. Con il passare degli anni i Totem sono diventati Archetipi, Metamorfosi, Introspezioni, Urla, Guardiani della soglia e infine Cavalieri inesistenti. Tutte queste immagini appartengono a una dimensione archetipale: rappresentano figure ancestrali e simboliche, ma nel tempo hanno mutato forme e significati.

Dai primi Totem, costruiti attraverso elementi concreti, organici e inorganici della materia e concepiti come divinità della natura, sono passato ai Guardiani della soglia, composti sia da forme naturali sia da forme astratte e inventate. Successivamente sono arrivato ai Ritratti archetipali e ai Cavalieri inesistenti, assemblati esclusivamente attraverso forme astratte, quasi meccanizzate, che non possiedono più il carattere della divinità, ma sono piuttosto corazze vuote, prive di corpo, nelle quali l’osservatore può entrare idealmente, come in un personaggio o in un ruolo, per intraprendere il proprio viaggio interiore. È come un gioco, un’identificazione simbolica.

RubiniQuali sono i riferimenti culturali antichi che sostanziano la tua ricerca?

Scandurra Come dicevo, alla base della mia ricerca c’è lo sguardo rivolto al passato, alle culture primitive, al tentativo di entrare in questo mondo ancestrale. Ho compreso che dentro di noi, nella nostra “corteccia visiva”, esiste una sorta di archivio nel quale tutto viene registrato: una fonte inesauribile da cui possono emergere infinite combinazioni di forme, in continua trasformazione.

Rubini Un ruolo fondamentale sembra essere costituito dai tuoi viaggi in Oriente e dal tuo avvicinamento alle pratiche dello Yoga. Quanto hanno influito sulla tua ricerca?

Scandurra I miei viaggi in Oriente, ad eccezione di quello in Siria, risalgono agli anni Ottanta, ma il mio interesse per lo Yoga, l’esoterismo, l’alchimia e la magia si era sviluppato molto prima, quando ero ancora ragazzo in Sicilia.

La Sicilia è una terra che percepisco come profondamente magica, dotata di un particolare magnetismo, soprattutto per la presenza dell’Etna e per quei culti popolari antichissimi di cui parlavo prima. I miei viaggi erano legati alla mia ricerca spirituale personale, cioè alla ricerca del proprio Sé superiore: un altro tipo di viaggio, questa volta interiore, con lo scopo di trovare la “pietra filosofale”, ovvero quella scintilla divina presente dentro ciascuno di noi. Naturalmente tutto questo ha influenzato la mia pittura, soprattutto nel modo di accostare colori e forme secondo un principio di armonia, nel quale ogni elemento trova il proprio equilibrio. Ma non si è mai trattato di un programma teorico o ideologico.

RubiniL’indagine profonda del proprio Io sembra riflettere anche alcune teorie junghiane.

Fig. 5 L’urlo, 1982, olio su tela, cm 100×70

Scandurra – In un certo senso sì, ma non in maniera diretta, come rapporto di causa ed effetto. Quando lessi il libro Gli archetipi di Jung, negli anni Ottanta, avevo già realizzato delle figure che avevo chiamato Archetipi. Ricordo infatti che fu proprio mio zio a regalarmi quel libro, proprio perché aveva notato questa coincidenza e voleva indicarmi che il concetto di Archetipo era già stato elaborato in ambito teorico da Jung. Archetipo significa “modello originale”, “forma primordiale”. Ho chiamato le mie creature Archetipi perché rappresentano esseri primordiali, arcaici, non perché volessi illustrare le teorie junghiane. Jung ha cercato di interpretare i paradigmi religiosi e psicologici contenuti nei simboli archetipali radicati nella coscienza individuale e collettiva dell’essere umano.

Nel mio lavoro, invece, il termine Archetipo assume un significato autonomo: non indica soltanto il concetto psicologico junghiano, ma una forma originaria, una figura primordiale sul piano pittorico. Dopo tante correnti artistiche e dopo tutti quegli “ismi” che hanno caratterizzato il Novecento, spesso in rottura con la tradizione figurativa accademica, ho cercato di andare oltre, per trasmettere emozioni nuove, legate in qualche modo ai nostri fantasmi interiori, attraverso un processo di introspezione. Ho dipinto queste figure, queste entità, come apparizioni di una condizione di dormiveglia, in quello stato di confine nel quale all’occhio della mente si manifestano forme che chiedono di essere materializzate.

 RubiniEppure, in queste forme scomposte, riconosco alcune ricerche sviluppatesi nell’ambito del Cubismo, ma anche della Metafisica, soprattutto in riferimento ad Alberto Savinio e a Giorgio De Chirico.

Scandurra Sì e no, perché nel mio lavoro si respira, per così dire, lo stesso “spirito del tempo”, un’atmosfera culturale formatasi nel Novecento. L’arte nasce dall’arte: mai completamente ex novo. Per quanto riguarda ciò che posso avere in comune con la Metafisica di Savinio e De Chirico — due artisti tra loro molto diversi — credo che il punto di contatto sia rappresentato dalla volontà di creare una realtà fantastica, impregnata di memorie culturali, capace di generare mistero. Tuttavia, ciascuno possiede un proprio universo e una propria tavolozza.

Savinio e De Chirico decontestualizzavano oggetti reali, anche appartenenti alla quotidianità, collocandoli fuori dai loro ambienti abituali e accostandoli secondo una logica apparentemente irrazionale, per creare una realtà enigmatica che andasse oltre l’apparenza.

Io invece, attraverso gli Archetipi, ho creato figure antropomorfe, veri e propri ritratti: personaggi atavici che dominano la superficie pittorica. Non sono oggetti inseriti in una scena irreale, ma esseri immaginari che abitano direttamente lo spazio della tela. Molti cercano naturalmente di individuare un padre di riferimento preciso, ma i riferimenti sono molteplici e complessi e non appartengono soltanto alla storia dell’arte: semplicemente, sono figlio del mio tempo.

RubiniQual è stata la tua prima formazione visiva e quali incontri hanno contribuito alla costruzione del tuo linguaggio?

ScandurraDa giovane ero profondamente assetato di conoscenza artistica. Quando lavoravo ancora come apprendista a Catania presso il restauratore Giovanni Nicolosi, iniziai a conoscere direttamente la grande tradizione pittorica: la pittura rinascimentale su tavola e su tela, gli affreschi, i mosaici, le sculture lignee, le ceramiche, oltre alle tecniche dell’incisione calcografica e xilografica. Entrai anche in contatto con tutte le tecniche proprie del restauro: la doratura, la stuccatura, la preparazione della gommalacca, l’utilizzo dei materiali e dei prodotti chimici necessari agli interventi conservativi. Il fatto di essermi formato inizialmente in una bottega di restauro e il contatto quotidiano con la pittura antica sono stati fondamentali per la costruzione della mia sensibilità cromatica, per il modo di impastare e accostare i colori, elementi che ancora oggi caratterizzano la mia pittura.

Fig. 6 Guardiano della soglia, 2000, acrilico su carta rintelata, cm 107×43

Non importa se dipingo nature morte, ritratti, Pastorali o Archetipi: tutte queste opere mantengono una particolare corposità nella stesura del colore e una luminosità dei toni. Il mio interesse per l’arte, tuttavia, si estese presto oltre l’ambito dell’apprendistato. Una delle prime grandi mostre che visitai, quando avevo circa sedici o diciassette anni, fu una retrospettiva storica dedicata a Umberto Boccioni a Reggio Calabria, sua città natale. Vi arrivai facendo l’autostop, perché non avevo i mezzi economici per viaggiare in treno e dovetti pagare soltanto il traghetto da Messina. Quando compii diciotto anni, lo stesso Nicolosi mi regalò un biglietto ferroviario chilometrico grazie al quale, per circa un mese, visitai i principali musei italiani: Roma, Firenze, Bologna, Genova, Torino e Venezia. Fu un’esperienza fondamentale: mi immersi nella storia dell’arte, dal Medioevo al Rinascimento, fino all’arte moderna e soprattutto alle avanguardie del Novecento europeo, dal Futurismo all’Informale, correnti che proponevano continuamente nuove forme espressive capaci di sorprendere e coinvolgere il pubblico.

Dopo il servizio militare a Roma, intorno ai ventidue anni, visitai anche Parigi — allora ancora considerata la capitale mondiale dell’arte, prima del definitivo spostamento del baricentro verso New York — dove vidi, oltre agli Impressionisti, opere di Picasso, Braque, Modigliani, Miró, Kandinskij, Paul Klee e molti altri. Le ricerche di questi artisti erano spesso legate anche a correnti spirituali come la Teosofia e l’Antroposofia, che a loro volta avevano intrecci con il pensiero buddhista e induista. Tutte queste esperienze visive contribuirono a stimolarmi nella ricerca di un linguaggio pittorico personale, attraverso una rielaborazione autonoma, senza imitare un artista o aderire a una corrente specifica. 

RubiniMi hai raccontato che, nei primi tempi in cui sei arrivato a Roma, i tuoi sogni erano abitati da mostri. Si tratta di teratofobia? Quanto ha influito, secondo te, questo patrimonio di visionarietà onirica e fobica nel favorire la materializzazione di queste figure, che hanno trovato sicuramente, attraverso l’arte, una forma di elaborazione e trasformazione?

 ScandurraNon parlerei di teratofobia: non credo di aver mai utilizzato questo termine con un’accezione psichiatrica. Non ricordo esattamente il contesto, ma sicuramente mi riferivo al mondo onirico, a quelle immagini popolate da creature strane che possono apparire quando si attraversa la soglia tra sonno e veglia, tra differenti stati della coscienza. Le mie creature non sono mostri nel senso comune del termine. Non vogliono essere angoscianti né spaventose: devono piuttosto suscitare meraviglia, perché sono strane, grottesche, lontane dai canoni estetici convenzionali. Anche la Natura produce forme che possono apparire insolite o sorprendenti, ma che possiedono una propria bellezza, diversa da quella stabilita dai modelli tradizionali. 

RubiniNel 2016, in seguito a un ictus, hai quasi perso l’uso di un occhio. In quel periodo mi hai raccontato che avevi una percezione alterata dei colori e delle forme della realtà. Questa esperienza ha aperto nuove ricerche sulla visionarietà, nuove possibilità di metamorfosi o di rinascita spirituale?

 Scandurra Nei primi giorni dopo l’ictus la realtà visiva mi appariva profondamente alterata. Le cose — per esempio i quadri o le porte — sembravano staccarsi dallo sfondo delle pareti, mentre le lettere e le parole sulle pagine dei libri sembravano muoversi verso di me. Era come se gli oggetti fluttuassero nello spazio senza gravità, come corpi sospesi nel cosmo. Anche dal punto di vista cromatico percepivo una modificazione: tutto tendeva verso una gamma dominata dai verdi, mentre sembravano scomparire i rossi e le tonalità più calde. Ho “esorcizzato” questo disagio visivo trasferendo sulla tela quei movimenti e quelle deformazioni percettive. Per questo, più che parlare di una nuova visionarietà, parlerei dell’elaborazione pittorica di una distorsione fisica del campo visivo.

RubiniQuesti Archetipi mi fanno pensare a dei sopravvissuti provenienti da mondi altri, salvati attraverso una sorta di metamorfosi genetica. Pensi che gli Archetipi possano costituire simboli significativi per l’uomo contemporaneo, capaci di farci prendere coscienza della pericolosità dell’antropocentrismo e dell’antropocrazia, travestiti oggi di tecnologia, nella società contemporanea?

Fig. 7 Ritratto archetipale, 2009, olio su tela, cm 60×40, Collezione Lucrezia Rubini (RACC)

ScandurraGli Archetipi non sono sopravvissuti né esseri transgenici, ma appartengono a una dimensione immateriale: vivono nel mondo etereo dell’inconscio collettivo, della memoria cosmica. Sono presenti da sempre, ma spesso non ne siamo consapevoli.

Attraverso gli Archetipi voglio ricordare all’osservatore che esistono mondi sommersi o, se vogliamo, rimossi, che ogni essere umano potrebbe scoprire dentro di sé: una sorta di tesoro dimenticato. Da questo punto di vista, gli Archetipi possono assumere un significato importante per l’uomo moderno, perché ricordano che una parte dei suoi problemi nasce forse dall’aver rimosso e sepolto molte capacità intuitive e percettive, privilegiando invece quasi esclusivamente la dimensione razionale. Questa prevalenza della razionalità ha portato a una fiducia spesso eccessiva nella scienza e nella tecnologia, una fiducia che, se priva di equilibrio e consapevolezza, potrebbe generare conseguenze anche problematiche per il futuro dell’umanità.

RubiniDunque gli Archetipi possono essere considerati dei giganti benevoli, dei Guardiani della soglia, capaci di proteggerci e guidarci nei passaggi simbolici verso gli strati più profondi della coscienza, per conoscere noi stessi e ritrovare un’armonia con la Natura e con il Tutto?

ScandurraGli Archetipi, di per sé, non sono né buoni né cattivi, e non sono neppure necessariamente giganti o divinità. Dipende dal significato che l’essere umano attribuisce loro. Certamente i miei primi Archetipi, che chiamavo Totem viventi o Guardiani della soglia, possedevano anche un valore simbolico protettivo, ma questo derivava dalla loro natura di totem e di guardiani, non dall’idea astratta di archetipo. Non proteggono l’essere umano in senso concreto: si manifestano piuttosto nei passaggi tra differenti dimensioni interiori. Quando iniziai il mio percorso di introspezione, compresi progressivamente di essere parte di un “Tutto” che, nello stesso tempo, è anche “l’Uno”: una parte integrante della Natura. Quando questa consapevolezza viene raggiunta non soltanto a livello razionale, ma attraverso una percezione profonda e intuitiva, iniziano a dissolversi molte delle barriere costruite dall’Io condizionato.

Gli Archetipi possono essere considerati “salvifici” solo in questo senso: perché invitano l’uomo a interrogarsi su sé stesso, sul proprio ruolo e sulla propria posizione nell’universo, favorendo un’evoluzione della consapevolezza, senza però implicazioni morali o ideologiche. Conoscere sé stessi è la condizione fondamentale per vivere in armonia con gli altri, con la Natura e con il “Tutto”. Gli Archetipi non salvano, non proteggono, non giudicano: mostrano semplicemente passaggi verso realtà invisibili, dimensioni interiori che attendono di essere riconosciute.

RubiniTi ringrazio, Placido, per questa conversazione profonda e illuminante, che ci ha permesso di entrare nel cuore della tua ricerca e di comprendere come gli Archetipi siano il punto d’incontro tra memoria, natura e dimensione interiore.

Grazie per aver condiviso con noi questo viaggio attraverso le forme visibili e invisibili della tua pittura.

Lucrezia RUBINI  Roma  26 Luglio 2026

* Foto delle opere: Archivio Placido Scandurra