di Caterina SPINABELLI
Giuseppe Penone e la meraviglia di stupirsi. Ancora, nel suo essere nel settantanovesimo anno di età in un’ora fantastica.
“Gli alberi per me sono un’idea di scultura perfetta […]; non c’è nulla di casuale nell’albero, nulla in eccesso o in difetto, la sua forma è esattamente quello che gli serve per vivere e per la sua strategia di sopravvivenza. […] il ritrovare la forma dell’albero all’interno del legno, della materia legno, è, secondo me, una tautologia della scultura perfetta”.[1]
Proprio gli alberi, così profondamente amati e stimati da Giuseppe Penone (Garessio, 3 aprile 1947), maestro e pioniere dell’Arte Povera, saranno il filo conduttore che guiderà nella lettura del presente testo, un’immersione in alcune delle tappe fondamentali nella carriera dell’artista piemontese.
Già coprotagonista di Continuerà a crescere tranne che in quel punto, l’albero è simbolo del legame inscindibile tra uomo e natura. L’affetto per il mondo agricolo da cui Penone è stato circondato fin dalla nascita nelle campagne del cuneese si manifesta, nella sua prima opera, attraverso una mano di ferro successivamente fusa in bronzo e acciaio, che nel dicembre 1968 si stringe al tronco di un albero. Stando al titolo del lavoro, tale gesto rivela una grande verità: la natura prenderà il sopravvento sull’azione umana e la mano non circonderà più un vuoto, bensì fermerà un istante e renderà evidente lo scorrere del tempo.
“Il mio lavoro è iniziato nella seconda metà degli anni Sessanta, in un momento di forte reazione al sistema politico e sociale che non permetteva l’indifferenza. […] La scelta di lavorare con elementi naturali è conseguenza logica di un pensiero che escludeva il prodotto della società e che ricercava delle relazioni di affinità con la materia”.[2]
In contrasto coi dettami della consumistica società contemporanea, Penone elegge l’azione del toccare, del connettere umano e naturale senza intermediari, a esperienza conoscitiva e artistica basilare. Il contatto, e successivamente il calco, forgiano la serie Alpi Marittime e inaugurano una infaticabile carriera alla costante ricerca della meraviglia.
A cinquantasei anni dalla prima personale di un giovane Giuseppe Penone al Deposito di Arte Presente di Torino, è attualmente in corso (3 aprile – 7 settembre 2025) alla Serpentine South Gallery di Londra la mostra Giuseppe Penone: Thoughts in the Roots curata da Claude Adjil e Hans Ulrich Obrist con Alexa Chow. L’occasione è gradita per una breve incursione tra le sale della galleria londinese, in una delle quali sono esposte due opere parte della serie Verde del bosco (fig. 1).

Verde del bosco
Dall’inizio degli anni Ottanta, con Verde del bosco l’artista traccia, sul supporto spesso costituito da una tela bianca, i segni della corteccia di un albero su cui la tela stessa viene appoggiata. Il disegno che si produce risulta indipendente dalla progettualità umana, nonostante l’intervento artificiale di Penone ne diriga l’andamento.
L’inchiostro da cui si ottiene tale disegno naturale non è altro che la clorofilla contenuta nelle foglie degli alberi. Schiacciate e strofinate tra di loro e sul tronco della pianta, queste creano con il proprio succo l’immagine finale, in parte tautologica, della corteccia dell’albero a cui sono state sottratte.
L’esito del frottage denuncia con il suo colore, il verde erba, il medium che lo ha tracciato. La clorofilla, che trova la sua ragione di vita nella luce, crea sulla tela, per contrasto, zone d’ombra verdi scuro, all’interno delle quali i raggi del sole faticano a filtrare.[3]
Nell’ottica di un omaggio alle piante, alla natura e al cosmo che ci ospita durante la nostra breve esistenza terrena, Giuseppe Penone sceglie di far rivivere un’arcaica tecnica usata per colorare stoffe e tendaggi, servendosi delle foglie come pennello.
L’artista ha spesso utilizzato il bosco come luogo da cui trarre ispirazione per le sue opere e, una volta elaborato un progetto, è proprio nella natura che ne porta avanti la realizzazione tramite materiali che lì trova a disposizione. Ponendosi in simbiosi con piante, alberi, foglie, terra ed erba, Penone rende fecondi, attivi e parlanti gli elementi costitutivi di un ambiente così pregno di energia e vita.

Ogni lavoro della serie Verde del bosco è caratterizzato dal frottage di foglie, ma il supporto può variare dalla tela alla carta di riso.
Talvolta, sotto la tela appesa alla parete viene posto un sottile ramo che spunta da sopra e da sotto il supporto (fig. 2).
Da sempre Giuseppe Penone affianca l’attività di artista a quella di poeta.
La serie Verde del bosco sembra proprio una messa in pratica delle parole del suo scritto Catturare il verde del bosco (1984).
“Catturare il verde del bosco. / Precorrere con il gesto il verde del bosco. / Strofinare il verde del bosco. / Sovrapporre il verde del bosco al bosco. / Immaginare lo spessore del verde del bosco. / Lavorare con lo splendore, la consistenza del verde del bosco. / Consumare il verde del bosco contro il bosco / ripetere il bosco con i verdi del bosco”.[4]
Foglie di Pietra
Non di rado Penone è stato invitato da amministrazioni pubbliche o istituzioni private a confrontarsi con spazi come piazze o parchi cittadini per far sì che chiunque potesse esperire le sue installazioni monumentali gratuitamente e liberamente.
Passaggiando tra le strade della capitale italiana, anche il turista più distratto non potrà fare a meno di restare sbalordito quando, giocoforza, incapperà in due alti tronchi secchi che si ergono dal pavimento in cemento di Largo Carlo Goldoni. Prima di girare a destra e percorrere l’iconica via dei negozi “da sogno” e arrivare alle scale più famose della città, oppure prima di continuare dritto verso Piazza del Popolo per ammirare da vicino, ma non troppo, i capolavori di Caravaggio nella Cappella Cerasi in Santa Maria del Popolo, potrà accostarsi a ciò che curiosamente si erge nello slargo per cercare di comprenderlo, anche toccandolo.
Prima opera di arte contemporanea permanente profondamente radicata nel tessuto urbano e storico della Città Eterna, Foglie di Pietra (fig. 3) è stata realizzata da Giuseppe Penone grazie a un progetto di mecenatismo culturale promosso dalla Maison Fendi nell’ambito della mostra Matrice (Roma, Palazzo della Civiltà Italiana, 26 gennaio – 16 luglio 2017). Inaugurata il 22 maggio 2017, la prestigiosa casa di moda romana ha affidato la scultura in comodato d’uso per trent’anni all’Amministrazione Capitolina.

Site-specific ideato per Largo Goldoni, esso si compone di due alberi in bronzo alti 18 e 9 metri, i cui rami si intrecciano e i cui tronchi tengono sospeso un enorme blocco di marmo scolpito di 11 tonnellate. Fra i rami più esili si distribuiscono tre piccoli elementi di bronzo che riprendono le forme di frammenti architettonici di epoca classica e medievale. Nel più alto dei tre si distingue una mensola, mentre in quello sottostante è chiaramente riconoscibile un capitello ionico.
Dopo essere stato estratto a Carrara, il blocco di marmo è stato manipolato da Penone affinché ne risaltassero le venature naturali. In seguito, è stato lavorato in modo arbitrario e preciso: oltre a riportare alla luce uno stadio prestabilito della materia, in alcuni punti vengono scolpite forme di capitelli corinzi, decorati da foglie d’acanto (fig. 4).

Il monolite è stato poi levigato, lucidato e protetto con cera microcristallina per rallentarne le alterazioni cromatiche dovute all’azione degli agenti atmosferici nel tempo e infine è stato collocato a un’altezza di 450 cm.
In natura, l’albero si erge verso l’alto a cercare la luce e si sviluppa in direzione del cielo, mentre il processo della fusione in bronzo, utilizzato in Foglie di Pietra, avviene per caduta. Il metallo liquido per forza di gravità entra nel vuoto della forma, precedentemente svuotata e segata in più parti, ricomposta in seguito grazie a una lega in zinco. Una volta tolta la corteccia, Penone ne ottiene il negativo in bronzo, materiale da lui spesso scelto per opere da collocare in esterno, a causa della somiglianza del suo comportamento a quello di elementi del mondo vegetale. Esso, infatti, progressivamente muta il suo colore e la sua patina, d’altra parte è molto durevole e dà allo spettatore la possibilità di godere e vivere l’opera nel tempo.
Installata in uno spazio pubblico, l’opera site-specific è visibile e accessibile a tutti, nel suo dialogo con il ritmo e lo spazio cittadino.
Attraverso Foglie di Pietra Giuseppe Penone ha cercato di riproporre l’unione indissolubile e costante tra natura e cultura, artificio umano e prodotto naturale e l’impossibilità dell’una di prescindere dall’altra.
La riflessione sul tempo, portata avanti a partire dai lavori sui tronchi degli alberi, si svolge in questo caso anche sul materiale lapideo. Lavorato assecondandone il disegno creatosi per azione delle stratificazioni geologiche, risaltano le ramificazioni interne e, con giochi di sottile corrispondenza tra i rami dell’albero e le venature del marmo, il legame tra mondo vegetale e minerale risulta evidente. Tuttavia, ben presente è anche il riferimento alla sfera umana: le “venature” minerali hanno un aspetto antropomorfo, assomigliano alle “vene” del corpo umano, parola con la quale condividono la radice, e la loro forma evoca il flusso sanguigno, dunque un’idea di vitalità della materia.[5] Tale connessione tra umano e minerale avvalora il principio più volte espresso nell’arte dello scultore piemontese secondo cui l’uomo farebbe fatica a leggere la realtà se non in riferimento al proprio corpo.
Se nei paesaggi da sogno e nelle visioni da incubo incise da Giovanni Battista Piranesi le rovine del mondo antico erano coperte da una rigogliosa vegetazione, in Foglie di pietra accade il contrario: tra i ruvidi rami dell’albero sono imprigionati frammenti di marmo e bronzo manipolati artigianalmente in modo da richiamare le decorazioni di antichi capitelli e colonne. L’evocazione rimanda alla scultura classica, medioevale e romanica, così come all’effetto di meraviglia e all’illusionismo, prerogative degli artisti barocchi, sapienti lavoratori del marmo.[6]
La seicentesca volontà di stupire con la spettacolarità della struttura è sfruttata per richiamare l’attenzione dei passanti e risvegliare in loro parallelamente una sensazione di rischio (fig. 5).

Lo scopo di Penone è trasformare lo stupore in una riflessione sulla realtà e sul nostro rapporto con essa.
“Quando lavoro nello spazio pubblico, credo sia importante non cercare di affermare l’identità precisa di un momento storico che è il nostro: l’opera deve poter collegarsi con il passato e con il futuro”.[7]
L’installazione è infatti connessa al tempo presente vissuto dalla città, legata al suo passato e destinata a diventare un simbolo riconoscibile nel futuro. Essa vuole rappresentare uno stimolo per l’uomo della civiltà urbana ad accettare la presenza della natura all’interno di un ambiente condiviso.[8] In un mondo globalizzato sempre più saturo di artificio e cultura, il rischio di dimenticare le origini e di separarsi dalle proprie radici è incombente. Giuseppe Penone cerca un modo per aiutarci a non farlo.
Idee di pietra: Ciliegio e 1891 kg di luce
La mostra londinese presso la Serpentine South Gallery presenta un’estensione esterna, nei Kensington Gardens. Passaggiandovi, infatti, si può incappare in due opere facenti parte della serie Idee di pietra: Ciliegio e 1891 kg di luce (fig. 6). Il principio alla base della realizzazione di questa serie composita è lo stesso da cui si origina Foglie di Pietra: alberi bronzei nelle cui biforcazioni l’artista posiziona non più marmo lavorato dall’azione artificiale dell’uomo, bensì pietre forgiate dall’azione naturale dell’acqua di fiume.

Sebbene gli abitanti delle alte strutture bronzee siano elementi naturali di diversa forma e dimensione sui quali è la natura stessa a intervenire col suo costante movimento, Penone nuovamente esplicita, nel titolo della serie, il collegamento tra sfera umana e naturale. I pesanti massi sono formati da miliardi di cristalli così come la nostra mente è quotidianamente affollata da un vorticoso succedersi di miliardi di idee.
I cristalli, linfa vitale di una forma fossile, donano alle pietre la caratteristica cromia bianco-grigiastra rendendole ben visibili sulla struttura portante bronzea a cui sono fissate tramite un impercettibile cilindro di ferro. Un così sottile gioco di spaesamento, che sostituisce foglie, fiori e frutti con sassi di circa una tonnellata, crea – come nel caso di Foglie di pietra – un effetto di meraviglia, stupore e sospensione. Rivela la potenza della natura, capace di elevare al cielo masse tutt’altro che lievi.
Pur nodoso e coriaceo, il tronco di Idee di pietra – 1891 kg di luce pare colto in una danza che porta il suo ramo più lungo prima ad aprirsi in una direzione, per poi richiudersi, morbido, su sé stesso, appesantito dalle tre pietre incastrate nella parte più alta – a cui se ne aggiungono altre due più in basso, secondo una grandezza crescente. Al suo fianco Idee di pietra – ciliegio si alza più dritto verso il cielo e i suoi rami sono popolati dal silenzioso equilibrio di sei massi. Essi hanno preso il posto delle ciliegie che ormai da tempo non erano più ospitate dall’albero cresciuto sul fertile terreno di San Raffaele Cimena, vicino Torino. Penone ne osservò, anno dopo anno, il declino e la sempre maggior perdita di vigore dovuta a un
“apparato radicale [che] si estendeva per pochi metri, pochissimo in proporzione alla dimensione del tronco e dei rami. Questa la causa della sua fine. Il bronzo che ho caricato di pietre, il peso della sua fine, ha dovuto lottare per ergersi non con la forza di gravità ma con gli ingegneri della fonderia Battaglia”.[9]
Se Foglie di Pietra porta a pensare a un ossimoro tra la leggerezza delle foglie e la pesantazza del marmo, le Idee di Pietra inducono a paragonare il continuo flusso di ricordi, riflessioni e fantasie che si rincorrono nella nostra mente a dar forma alle idee e la discreta perseveranza con cui l’acqua del fiume modella le pietre che ne abitano il letto. “Che cos’è un’idea?” si chiede Penone in una sua poesia del 2005 “è una pietra di fiume che appaere tra i rami di un albero”.[10] Niente di più, niente di meno. Come sospesa nel vuoto, non curante della forza di gravità, l’idea, sia essa utopica o concreta, si apre a potenziali prossime realizzazioni.
Albero folgorato

Sono invece bronzo e oro i materiali costitutivi della terza installazione visibile nei Kensington Gardens: Albero folgorato (fig. 7). Nel 2012, dopo che un salice centenario fu colpito da un fulmine, Laurent Busine, direttore del museo d’arte contemporanea a Grand-Hornu, in Belgio, ne segnalò all’artista piemontese la presenza nei pressi del museo. La violentissima scarica elettrica aveva spaccato a metà il tronco, mettendone in luce la cavità e cospargendo il terreno di frammenti di tronco, disseminati anche a molti metri di distanza. Affascinato dalla particolare forma risultante, Giuseppe Penone decise di farla fondere in bronzo dalla Fonderia Artistica del Chiaro di Pietrasanta. Come a omaggiare la linfa vitale interna e, allo stesso tempo, per ricordare il fenomeno naturale che ne aveva improvvisamente fermato per sempre la crescita, chiese al doratore Lino Lazzeri di rivestirne l’interno con la foglia d’oro, sublimandone le ferite.
Nell’installazione di proprietà del Museum of Fine Arts di Houston è la sfera naturale ad avere il sopravvento su quella umana. Il gesto distruttivo e inaspettato del fulmine, con le sue ramificazioni elettriche, si scaglia sulle ramificazioni visibili e invisibili dell’albero, tra le sue fronde e tra il sotterraneo apparato radicale.
“La forma di un albero è data dalle condizioni di luce esistenti / L’intera sua vita è legata alla luce. / L’albero sviluppa la sua forma alla ricerca della luce […]”.[11]
A volte, tuttavia, succede il contrario: è la luce a cercare l’albero per raggiungere più velocemente il suolo. In Albero folgorato l’artista ostenta questo essere vivente come punto di congiunzione tra cielo e terra inscenando il viaggio di una abbagliante scarica elettrica che, partita dal cielo, assume una forma tentacolare per scagliarsi al suolo nel minor tempo possibile.
I tronchi vengono penetrati alla velocità della luce dalla corteccia fino alla loro circonferenza più interna, contrariamente a quanto succede nel loro percorso di crescita naturale, provocandone la morte. Creature che si sviluppano anche per migliaia di anni vengono segnate da un rapido, quanto letale fenomeno luminoso. Paradossalmente la luce, che ha permesso e alimentato lo sviluppo dell’albero, può, all’improvviso, decretarne la fine dell’esistenza entrando al suo interno e spezzandolo.
Attraverso un raffinato mimetismo cromatico, Penone si propone di mostrare la struttura interna del tronco folgorato grazie alla preziosa lamina dorata con cui lo riveste, in evidente contrasto con il metallo utilizzato per forgiarne il calco, definito incarnazione del “legame profondo che esiste tra il processo della sua gettata e la crescita della vegetazione”.[12]
In limine
Si concluderà l’omaggio al grande maestro che non smette mai di confrontarsi con il mondo naturale con un’installazione permanente all’ingresso della GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino, città culla dell’Arte Povera (fig. 8).

Un monolite di marmo bianco di Carrara funge da piedistallo per un albero le cui radici continuano nell’imponente blocco lapideo attraverso l’intreccio delle venature marmoree, poste in risalto dall’intervento dello scultore che si firma scolpendo nel marmo l’impronta della sua mano (fig. 9).

Il tronco, fuso in bronzo, appare in equilibrio precario, poiché inclinato, mentre i suoi rami si innalzano fino a intrecciarsi alle foglie del tiglio sull’altro lato dello stradello di accesso alla GAM, col quale forma un ideale portale di ingresso, da cui il titolo In limine. Parte integrante dell’opera, il tiglio vivo è il rappresentante del processo continuo di crescita degli alberi attraverso la ricerca della luce.
Una volta messe in risalto le venature del blocco di marmo, Penone inserì al suo interno un perno verticale metallico che, prolungandosi nel tronco bronzeo, gli permette di rimanere sospeso nell’aria. Inoltre, è stato stabilizzato da un’armatura che ne segue l’andamento. In seguito, il monolite è stato levigato, lucidato e protetto con cera microcristallina per rallentarne le alterazioni cromatiche dovute all’azione degli agenti atmosferici nel tempo.
Tuttavia, negli anni, i composti metallici presenti nella lega bronzea migrarono nel marmo causando macchie e colature verdi e marroni e compromettendo la lettura dell’impronta della mano dello scultore. Il processo di degrado, accelerato dall’acqua piovana, da condizioni di umidità ambientale elevata e dai depositi sottili di particolato atmosferico, rese necessario l’intervento dell’Opificio delle Pietre Dure.
D’accordo con Penone, le patologie riferibili alla perdita di materiale non vennero trattate, in quanto testimonianza del processo creativo dell’opera, sempre derivata dall’azione congiunta di scultore e natura.
L’installazione site-specific realizzata su commissione della Fondazione Guido e Ettere De Fornaris è collocata nello spazio antistante il museo, ben visibile all’incrocio tra due vie pedonali e lì è stata inaugurata il 18 marzo 2011 durante le celebrazioni dei 150 anni per l’Unità d’Italia dall’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. La proprietà è della Fondazione De Fornaris, ma è stata data in comodato d’uso alla GAM.
Artista che lavora con la materia nelle sue più fluide manifestazioni, tramite azioni basilari ed essenziali, Penone sollecita una maggiore consapevolezza rispetto alla realtà circostante attraverso un’arte universale, grazie alla quale tenta di parlare a tutti. Per esempio, nei Kensington Gardens di Londra, al fine di rendere le imponenti sculture più accessibili e familiari, Giuseppe Penone invita i visitatori del parco ad avvicinarvisi tramite la sistemazione di massi ai piedi dei due tronchi di Idee di pietra sui quali ci si può sedere per leggere o fare uno spuntino o semplicemente per fermarsi a osservare la meraviglia della natura in cui si è immersi e che non smette mai di stupire.
Quasi sessant’anni di carriera al servizio del dialogo tra uomo e natura, silenziosa alleata da amare e rispettare.
Caterina SPINABELLI Roma 10 Agosto 2025
NOTE
