di Marco FIORAMANTI
GIUSEPPE UNCINI – Umanesimo e Potenza
a cura di Enrico Mascelloni (con la collaborazione dell’Archivio Uncini)
Fino al 16 ottobre 2026
Umanesimo e Potenza è il calibro scelto per rappresentare questa interessante mostra di lavori di Giuseppe Uncini nella cornice della Millennium Art Gallery di Giorgio e Gherardo Rusconi.

Il percorso che Enrico Mascelloni, curatore della mostra, ha scelto per condurre l’osservatore – grazie alla collaborazione dell’Archivio Uncini – si dirama lungo otto opere comprese tra gli anni ’60 e il 2000. Nel pieghevole presente in galleria (in attesa della stampa del catalogo, ndr) Mascelloni scrive:
“[…] Non vi è una sua sola scultura che non sembri formata ‘dallo spazio’ piuttosto che ‘nello spazio’ e che dunque non lo inghiotta. La scultura di Uncini è intrisa da tale assunzione anche per la sua origine centroitaliana, il territorio in cui l’arte come riflessione sullo spazio ha saputo diventare il nodo di massima eccellenza di un’intera civiltà.
[…] Lo spazio che Uncini incorpora in ogni sua scultura non è quello imperiale del minimal americano. Il suo è uno spazio antico e terribilmente attuale. Lo sguardo dell’uomo può percorrerlo senza doverne celebrare la dismisura, e la potenza”

Alle spalle della mia ricerca non ci sono solo il Bauhaus e Mondrian del ’900. Alle spalle c’erano la prospettiva e la “divina proporzione” del Rinascimento, e più indietro il canone matematico dell’architettura greca. (Uncini)
Giuseppe Uncini (Fabriano 1929 – Trevi 2008) è universalmente noto a livello internazionale per aver intuito – a partire dal 1957 – quanto il linguaggio di alcuni materiali industriali da costruzione, in particolare quelli dei cantieri edili – tondini di ferro, cemento e rete metallica – potesse trasformarsi in un codice artistico d’avanguardia basato su regole matematiche, pesi, misure, calcoli e disegni, il tutto legato a una rigorosa percezione visiva.


L’idea potente – consolidatasi poi nel ‘62 con la formazione del Gruppo Uno (Biggi, Carrino, Frascà, Pace, Santoro, Uncini) – trovò subito un doppio sostegno “strutturale” sia dal punto di vista teorico/critico (Giulio Carlo Argan e Palma Bucarelli) che pratico/poetico (Emilio Villa) con la sua galleria e rivista “Appia Antica”. Argan in particolare, formatosi nel campo dell’architettura e nella ricerca come metodo scientifico, trovò in Uncini il trait d’union con lo spirito della Bauhaus, una ricerca basata non più sullo sperimentalismo emotivo bensì su una progettualità geometrica razionale controllata capace di dominare i materiali industriali in chiave anticapitalistica.
Nella nostra cultura, nella nostra storia, penso che il disegno sia il nostro linguaggio, il nostro modo di memorizzare le cose, di costruire. Ritengo che sia molto difficile pensare senza il disegno… Qualsiasi disegno su di un foglio è uno strumento, un linguaggio per individuare il nostro pensiero”. (Uncini)

Discorso a parte, e successivo (tra la fine anni Sessanta e la fine dei Settanta), è quello elaborato dall’artista nel passaggio dalla costruzione “dell’oggetto” alla costruzione “della sua ombra” come corpo fisico, volume, solido visibile. Si tratta di cubi, piramidi, parallelepipedi in cemento realizzati insieme alla loro ombra “solidificata” con volumi scuri in legno laminato o ferro.

Un percorso identitario autonomo e coerente, quello di Giuseppe Uncini, capace di raggiungere alte vette poetiche nonostante l’evidente ‘freddezza’ dei materiali usati.
Marco FIORAMANTI Roma 21 Giugno 2026
