di Giulio de MARTINO
Si è svolto il 20 novembre scorso, alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, il Convegno “Gino Doria (1888-1975). Storico, bibliofilo, pubblicista”. È stato organizzato dalla BNN insieme alla Associazione culturale “Paola, Mario, Ettore de Martino onlus” e all’“Archeoclub. Sezione di Massa Lubrense”. Sono intervenuti: Silvia Scipioni Direttrice della BNN, Alessandra Garolla, Girolamo Imbruglia, Luigi Mascilli Migliorini, Maddalena Marselli, Giovanni Visetti, Stefano Ruocco e Giulio de Martino. Pubblichiamo una sintesi dell’intervento di Giulio de Martino.

Fausto Nicolini, nel saggio: «Benedetto Croce e la rinascita della cultura napoletana» (ed. Napoli, 1955) nominò Gino Doria (Napoli, 1888-1975) indicandolo come uno dei maggiori intellettuali formatisi a Napoli, negli anni tra le due guerre, per l’influsso della scuola di storiografia, di filosofia e di pensiero liberale rappresentata da Benedetto Croce, dalla rivista “La critica” e dalla Casa-Biblioteca situata in Palazzo Filomarino (sarebbe diventata nel 1946 «Istituto Italiano per gli Studi Storici»).

Fig. 2 Fausto Nicolini, «Benedetto Croce e la rinascita della cultura napoletana», Napoli, 1955; Benedetto Nicolini, «Profilo di Gino Doria», Napoli, 1985.
Avviato verso una promettente carriera giornalistica, nel contesto di una Napoli che era città importante della «nuova Italia», Gino Doria entrò in urto con il Fascismo per un articolo vivacemente critico nei confronti dell’ideologia “romanistica” che permeava la politica ultra-nazionalista di Mussolini. Aveva scritto infatti:
«Da un certo tempo a questa parte la fissazione per la romanità va assumendo forme di una stravaganza tale, che non è inopportuno correre ai ripari […]»
(Gino Doria, «Romolo, Remo & C.», “La Fiera Letteraria”, 20 febbraio 1927).

Chiariamo subito che la repulsione di Doria per le fantasie cesaree e augustee di Benito Mussolini (e di tanti storici, archeologi e pubblicisti simpatizzanti per il PNF), non derivava da nostalgie localiste e anti-unitariste di tipo greco-sannitico o, peggio, neo-borbonico. Come lo stesso Doria scrisse tante volte, da buon crociano era patriottico e unitarista e riteneva che, tra l’Italia degli anni ’20 del Novecento e l’Antica Roma, fossero trascorsi 15 secoli di Medio Evo e di Età Moderna. Giulio Cesare non era stato per nulla «un italiano» e che quindi l’identità della «Nuova Italia» e del nuovo stato fosse ben più recente dell’età di Augusto. Risaliva infatti al 1861, come era stato ribadito nelle Celebrazioni del 50° anniversario dell’Unità d’Italia officiate nel 1911, ai tempi del Governo di Giovanni Giolitti.
Gino Doria non era assertore di una presunta «napoletanità» o di una qualche autonoma identità, etnica e politica, dell’Italia meridionale e della sua città più prestigiosa: Napoli. Piuttosto era un «risorgimentalista» ed un estimatore di quel ceto intellettuale e politico che – tra Settecento o Ottocento – aveva tenuti agganciati il Regno delle Due Sicilie e l’Europa.
Come scrisse Benedetto Croce:
«Ricercando la tradizione politica nell’Italia meridionale, ho trovato che la sola di cui essa possa trar vanto è appunto quella che mette capo agli uomini di studio e di pensiero, i quali compierono quanto di bene si fece in questo paese, all’anima di questo paese, quanto gli conferì decoro e nobiltà, quanto gli preparò e gli schiuse un migliore avvenire e l’unì all’Italia. Benedetta sia sempre la loro memoria, e si rinnovi perpetua in noi l’efficacia del loro esempio!»
(Benedetto Croce, “Storia del Regno di Napoli”, 1925, p. 275).

Al modo di Giustino Fortunato e Pasquale Villari, Michelangelo Schipa e Salvatore Di Giacomo, Fausto Nicolini e Nino Cortese, Gino Doria era un sacerdote dell’Illuminismo napoletano e della memoria dei Martiri della Repubblica del 1799. Di quella repubblica – e degli ambienti murattiani di primo ‘800 – erano stati eredi i Patrioti risorgimentali (da Carlo Poerio a Mariano d’Ayala, da Giovanni Nicotera a Francesco Crispi) che avevano affiancato Giuseppe Garibaldi nella sua guerra di conquista e di liberazione del Regno delle Due Sicilie. Doria lo scrisse nei suoi libri degli anni ’60, coevi alla seconda Celebrazione dell’Unità d’Italia: quella del Centenario del 1961.

1935, 1968; Gino Doria, «Il Museo e la Certosa di S. Martino. arte, storia, poesia». Di Mauro, Cava dei Tirreni, 1964
Ma in quale senso Gino Doria non era un «napoletanista»? Perché non era un «intellettuale locale», un tifoso della «plebe napoletana» e dei suoi pittoreschi costumi che pure avevano avuto tanto successo nel mondo della canzone e nella pubblicistica turistica del primo ‘900?
Innanzitutto, va ribadito, che Doria era un cosmopolita e un internazionalista: aveva viaggiato e aveva vissuto a lungo in America Latina. Secondo motivo, sapeva bene che l’«immagine di Napoli» e di molte località del Mezzogiorno – la presunta «identità napoletana» – non era il frutto di un innato pensiero etnico, di un sapere nativo e popolare. L’identità e l’immagine di Napoli e dei Napoletani erano state costruite – tra Settecento e Ottocento – da artisti, intellettuali e viaggiatori europei: francesi, inglesi, tedeschi che erano giunti in Italia sull’onda delle suggestioni del «Grand Tour». Per tutto ciò, l’Italia e il Mezzogiorno in particolare – per la loro complessa storia medievale e moderna – avrebbero rappresentato un vero e proprio «crogiuolo dell’Europa».
Il folklore napoletano – così fulgido e creativo nell’epoca di fine ‘800 e nell’età del Liberty e del Floreale di primo Novecento – in quanto «giacimento culturale» si organizzò e diffuse grazie ai nuovi mezzi di produzione e di comunicazione che – tra le due sponde dell’Atlantico – segnarono la prima «Golden Age» del mondo euro-americano.
Ce lo ricordano – oltre a Doria – Francesco Barbagallo (in: “Napoli, Belle Époque.1885-1915”, Laterza, 2015) e gli storici dei rapporti fra l’Italia e il mondo degli emigrati italiani nelle Due Americhe (“Storia degli italoamericani”, a cura di William J. Connell e Stanislao G. Pugliese, a cura di Maddalena Tirabassi, Le Monnier, 2019).

Assunta nel giugno del 1945 la direzione del “Museo nazionale di San Martino”, sulla collina del Vomero, Gino Doria – che fu collaboratore de «Il Mattino», diretto allora da Giovanni Ansaldo (Genova, 28 novembre 1895 – Napoli, 1º settembre 1969) – poté fare scoperte anche in ambito storico-artistico, come le vedute di Gaetano Gigante, i disegni di scene popolari di Achille Vianelli, alcuni scritti inediti di Domenico Morelli e i disegni di Alessandro D’Anna pubblicati nel libro: “Bambocciate napoletane”, Fiorentino, 1961. Nel 1961 Gino Doria fu nominato “Soprintendente alle Gallerie ed Opere d’arte della Campania”.
Doria non credeva ai saperi spontanei e alle culture etniche, pensava che i napoletani, spesso e volentieri, sapessero poco o nulla del passato della propria città e che ignorassero anche le nozioni elementari della storia del loro territorio. Da ciò scaturiva la funzione civica ed educatrice dei monumenti e delle chiese, dei musei storici e dei musei d’arte: una rete di istituzioni che sapesse trasformare la storia libresca in storia visiva a vantaggio dei cittadini e delle popolazioni locali.
Come la Storiografia si oggettivava nel Museo storico (a Napoli il Museo di San Martino) così l’Archeologia aveva nell’Area archeologica – oltre che nel Museo archeologico – la sua proiezione fisica e visuale (si pensi a Pompei, Ercolano, Cuma, Capri). Allo stesso modo, la Storia dell’Arte si divulgava nel Museo d’arte e la Geologia si estrofletteva nei Beni paesaggistici (il Vesuvio, i Campi Flegrei).

Il rapporto fra la storia scritta e raccontata dagli storici e la storia vista e vissuta dai visitatori dei musei e delle aree archeologiche fu elemento centrale della concezione di Doria, impegnato nel Dopoguerra a Napoli in un lavoro divulgativo analogo a quello svolto da Amedeo Maiuri (Veroli, 7 gennaio 1886 – Napoli, 7 aprile 1963) e da Bruno Molajoli (Fabriano, 29 gennaio 1905 – Roma, 19 maggio 1985).

Visitatori dei musei e dei monumenti non dovevano essere soltanto i forestieri e i viaggiatori – come era accaduto nel passato – ma dovevano essere, innanzitutto, nell’Italia divenuta adulta e indipendente, gli stessi cittadini che volevano e dovevano conoscere il proprio passato.
Ed è per questo che Gino Doria si può collocare a metà strada fra le intuizioni e le priorità della «Legge Croce» – relativa ai beni paesaggistici in quanto beni culturali – e il rinnovamento apportato dalla «Legge Galasso» nel campo della tutela e della valorizzazione dell’intero territorio italiano.
La Legge Croce (L. n. 778/1922 e successivamente L. n. 1089/1939 e L. n. 1497/1939) concepiva il paesaggio monumentale e artistico italiano come la “rappresentazione visibile della storia della Nazione” e come un valore da preservare. Si trattava di un approccio alla tutela di tipo puntuale e selettivo, vincolato a specifici “beni” o “bellezze naturali” di particolare interesse estetico o storico.
La Legge Galasso (L. n. 431/1985) avrebbe spostando l’attenzione dalla tutela di tipo estetico-monumentale alla protezione integrale e pianificatoria dell’intero territorio nazionale. Introdusse la tutela d’ufficio di intere categorie di aree e di beni paesaggistici (es. coste, fiumi, parchi, vulcani, ecc.), superando la logica del vincolo puntuale. Avrebbe reso obbligatoria l’elaborazione di piani paesaggistici regionali (in collaborazione con il Ministero) come strumento di gestione e salvaguardia che collegava la tutela culturale all’urbanistica e all’ambiente.
Se, nella legge Croce
«le bellezze naturali sono la soglia di accettabilità politica, in termini di eccezione estetica, al regime della proprietà»
– donde l’esigenza di motivare il diniego alla modifica del paesaggio come limite all’esercizio della proprietà privata –, con la Legge Galasso si sarebbe affermata la sussistenza di vincoli originari sul territorio, per cui l’assenso alle modificazioni richiedeva una adeguata motivazione.

Gino Doria fece parte di quel nucleo di intellettuali, scrittori e artisti – da Elena Croce (fondatrice di «Italia Nostra») a Amedeo Maiuri, da Bruno Molajoli a Roberto Pane, da Mario Stefanile a Roberto Rossellini, da Curzio Malaparte ad Anna Maria Ortese … – che rilanciarono l’immagine di Napoli negli anni del “miracolo economico” (1955 – 1965). Seppero compiere un salto di qualità e rinnovare i linguaggi e le forme comunicative della storia e della tradizione napoletana nelle sue dimensioni: antiche, medievali, moderne.
Nel quadro di un’Italia repubblicana, rinnovata e aperta a livello internazionale, diedero nuova vita al patrimonio di storia e di arte, di monumenti e di paesaggi, che caratterizzava Napoli (come le altre maggiori città italiane: Roma, Venezia, Firenze …) e le resero accessibili all’opinione pubblica mondiale.
Ciò che caratterizzò Doria fu l’intuizione del cambiamento degli anni ’60 e del ruolo nuovo svolto dal turismo e dal cinema internazionale nell’economia di Napoli e nella fruizione della sua immagine. In questo Doria si spinge oltre le concezioni intellettuali ed estetiche dell’ambiente strettamente crociano.

Va data, quindi, la dovuta importanza alla sua collaborazione, oltre che con il “Ministero del Turismo e dei Beni Culturali”, anche con l’“Azienda Autonoma di Cura Soggiorno e Turismo” di Napoli che, in sintonia con il “Touring Club d’Italia”, cercava di coltivare, accanto al turismo di massa e di svago, il turismo culturalmente qualificato e quindi attento alla storia, all’arte e ai monumenti dei luoghi visitati.
Giulio de MARTINO Napoli 30 Novembre 2025
Bibliografia
